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Africa, che cosa cambia con la moneta Eco al posto del franco Cfa

Franco Cfa

Exit CFA, enter Eco. L’approfondimento di Marco Orioles sulla decisione dei leader delle nazioni dell’Africa Occidentale

Dopo lunghi colloqui tenutisi lo scorso fine settimana ad Abuja, i leader delle nazioni dell’Africa Occidentale hanno concordato insieme al presidente francese Emmanuel Macron di dare un nuovo nome alla loro valuta comune, il famoso franco CFA, che tanta acredine suscitò un anno fa nel leader grillino Alessandro Di Battista, lesto a puntare il dito contro il neo-colonialismo di Parigi.

Si chiamerà, d’ora in poi, Eco, e – secondo gli accordi presi nella capitale nigeriana – continuerà ad essere ancorato all’euro. Ma per i paesi che lo adottano – ecco la novità che forse piacerà a Dibba e forse no – non sarà più necessario detenere almeno il 50% delle sue riserve nelle casse del Tesoro francese, né sarà più indispensabile la presenza di un rappresentante di Parigi nel board che la amministra.

“Questo è un giorno storico per l’Africa Occidentale”, ha commentato un esultante Alassane Ouattara, presidente della Costa D’Avorio, durante la conferenza stampa congiunta con il collega francese.

I cambiamenti adottati ad Abuja non saranno sufficienti agli occhi di quei paesi del blocco che prima adottava il CFA e ora l’Eco, come Nigeria e Ghana, che da tempo invocano la creazione di una propria moneta del tutto svincolata da Parigi, ritenendola una panacea in grado di rilanciare il commercio nella regione e di favorire un boom di investimenti.

Né è chiaro se i passi concordati in Nigeria siano in linea con le parole pronunciate dallo stesso presidente francese nel 2017, quando – pur lodando il CFA e la stabilità monetaria che porta in dote – auspicò, per i paesi che lo adottano, maggiore autonomia.

“Sì”, disse allora il capo dell’Eliseo, “è la fine di certe reliquie del passato. È il progresso (…). Non voglio che l’influenza della Francia si basi sul fatto che faccia da guardiano, non voglio che questa influenza assuma la forma dell’intrusione. Questo non è il secolo che stiamo costruendo oggi”.

Dalla settimana scorsa parte in ogni caso un capitolo nuovo nella storia di una valuta che era nata all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale scegliendo come nome l’acronimo di “Colonies Francaises d’Afrique”.

Ci volle del tempo perché quel nome così equivoco tramutasse nel più benigno  “Communaute Financiere Africaine”, ulteriormente evoluto poi in “Cooperation Financiere en Afrique Centrale”.

Sono 14 gli Stati, con una popolazione combinata di 150 milioni di persone e un Pil complessivo pari a 235 miliardi di dollari, che adottano il CFA.

Per quasi mezzo secolo, il valore del CFA in relazione al franco francese è rimasto stabile, fino a che – correva l’anno 1994 – fu presa la decisione di svalutarlo del 50% onde favorire le esportazioni dalla regione.

A partire dal 1 gennaio 2002, giorno di entrata in vigore dell’euro, il tasso di cambio è stato fissato a 1 euro per 656 CFA.

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