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I colossi del web mettono alla prova l’editoria. Nuove sfide per il settore

di

giornalismo digitale

Google e Facebook sostengono l’informazione a pagamento. Ma la cosa apre nuovi scenari e nuove questioni da risolvere per il settore editoria 

 

L’informazione di qualità si paga. Da Google a Facebook, le piattaforme spingono per una nuova fruizione degli articoli, abbandonando l’idea che un’informazione aperta sia sempre e comunque gratuita. E così, mentre il social di Menlo Park ha avviato dei test per far abbonare i propri utenti a dei quotidiani (dopo aver letto un massimo di 10 articoli free), Google ha deciso che non servirà più garantire un numero minimo di articoli “gratis” per comparire in cima alle classifiche delle sue ricerche.

Insomma, coloro che spesso sono dichiarati i carnefici dell’informazione corretta (si pensi a Russiagate, alle fake news, al degrado generico del web), hanno deciso di sostenere l’informazione di qualità a pagamento, Un po’ per riabilitarsi con gli utenti, un po’ per far pace anche con gli editori.

FacebookPrendiamo Facebook: se è vero che i click ci sono, è anche vero che gli editori lamentano scarsi guadagni dagli articoli letti tramite Facebook. Il limite di numero e tipologia di annunci pubblicitari fissato da Facebook all’interno di Instant Articles (il servizio dedicato) non permette alla testata giornalistica di guadagnare con lo stesso contenuto le stesse cifre che arrivano con gli annunci pubblicitari che compaiono direttamente sui siti internet. Ed è per questo motivo che Facebook pensa ad una piattaforma a pagamento.

Ma la vittoria degli editori, se così vogliamo chiamarla, non è certo piena. La decisione dei colossi del Web, infatti, aprono nuovi scenari e nuove sfide. Ad essere favoriti, ovviamente, i grandi quotidiani. I piccoli editori, infatti, non dispongono delle risorse di marketing e di analitica di cui dispongono i grandi editori, sarà più difficile costruire attività di informazione a pagamento e anche più difficile affermarsi. In un contesto in cui si diffonde l’idea che l’informazione di qualità è a pagamento, i quotidiani di nicchia dovranno sforzarsi ancora di più per fra comprendere che non sempre “gratuito” coincide con “cattiva informazione”.

Ma questa non è l’unica questione aperta. Anche i grandi editori, infatti, dovranno fare i conti con la nuova realtà. E dovranno fare i conti in tutti i sensi: quanto bisognerà far pagare l’informazione? Se il “gratis” non va più bene, sulle piattaforme social non andranno più bene nemmeno i vecchi abbonamenti. Gli utenti, con i vecchi prezzi, infatti, saranno costretti a scegliere uno o due giornali da leggere.

Una soluzione, come scrive il Financial Times, potrebbe essere quella di una nuova modalità di abbonamento. Come per le pay Tv, infatti, i lettori potrebbero comprare dei pacchetti (su Sky o Premium gli utenti acquistano più canali). La soluzione potrebbe piacere a lettori ed editori, anche se si dovrebbe accettare l’idea di guadagnare di meno per poter raggiungere un numero sempre più alto di lettori.

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