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Web Tax: cosa cambia con l’introduzione di una tassa sui Giganti di internet

Web Tax

La commissione Bilancio della Camera ha approvato l’emendamento “Boccia” alla manovrina. Un primo passo per l’introduzione della Web Tax

 

L’Italia ci riprova: fatto un primo passo verso l’introduzione di una Web Tax, ovvero una tassa sui giganti di internet. Il 22 maggio 2017 la commissione Bilancio della Camera ha approvato l’emendamento “Boccia” alla manovrina, che dovrebbe introdurre l’istituzione di un percorso ad hoc per le multinazionali che operano nel digitale e che vogliono mettersi in regola con il fisco italiano, senza dover ricorrere per forza ad Agenzia delle Entrate, tribunali e Guardia di Finanza, come già successo con Apple e Google.

Si attende, però, l’arrivo di una norma internazionale. Della questione, infatti, se n’è parlato al G/ di Bari. E per la prima volta anche gli Stati Uniti hanno aperto ad una soluzione simile. Prviamo a capire meglio.

 

Cosa è la Web tax

Partiamo con il dire che la Web tax è una tassa a contrastare il fenomeno dell’elusione fiscale dei giganti del web. Dunque, la nuova norme dovrebbe introdurre a livello comunitario delle nuove linee guida a livello fiscale che obbligherebbero tutti gli operatori del mercato digitale ad aprire una partita Iva nel Paese in cui fatturano.

Un cambiamento importante, soprattutto, se si pensa che la normativa vigente prevede che queste società possano avere una sola sede legale in Europa.

Una norma che ha favorito Tax ruling, il meccanismo in base al quale un paese spiega ad una multinazionale quale trattamento fiscale avrà (o le sarà riservato) in anticipo, delineando una sorta di accordo. L’importo della tassazione che dovrà essere applicato è al momento sconosciuto.

Quanto ci guadagna l’Italia?

Secondo i calcoli realizzati dalla dalle principali associazioni dei consumatori. Con una aliquota pari al 20%, infatti, lo Stato italiano incasserebbe circa 3 miliardi di euro (cifra che arriva a 50-70 miliardi se si pensa all’Europa). Il nuovo gettito potrebbe abbassare la pressione fiscale delle imprese italiane e introdurre nuove misure di assistenza per le fasce più svantaggiate della popolazione.

Un argomento del G7 di Bari

web tax
Steven Mnuchin

Di Web tax, in realtà, se ne parlava già da qualche settimana in Italia. Il Governo, infatti, ha proposto l’idea dell’introduzione di una tassa sui giganti internet a livello internazionale al G7 tenutosi a Bari.  La web tax “è una proposta che sta prendendo corpo, ci sono diverse proposte nazionali ma il G7 serve proprio a trovare la convergenza. Su questo lavoreremo”, aveva riferito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Della questione si era discusso anche durante il tavolo bilaterale tra il ministro italiano e il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin. In questa occasione, l’America ha aperto, per la prima volta alla possibilità di tassazione.

A favore di una web tax sono anche tutti i ministri partecipanti al G7, che hanno dato mandato all’Ocse per formulare delle proposte concrete già a marzo del prossimo anno.

I primi passi dell’Italia

Un primo passo dell’Italia verso l’introduzione di una web tax, in attesa però di un provvedimento a livello internazionale, è stato fatto ieri, quando la commissione Bilancio della Camera, dopo 4 anni di stop and go sulla questione, ha approvato un emendamento alla manovrina a firma di Francesco Boccia, che prevede l’istituzione di un percorso ad hoc per le multinazionali che operano nel digitale che vogliono mettersi in regola con il fisco italiano senza aspettare che a muoversi sia l’Agenzia delle Entrate insieme a tribunali e Guardia di Finanza, come successo con Apple e Google proprio qualche settimana fa.

L’emendamento introduce, in realtà, solo una norma ‘transitoria’ che resterà in vigore solo fino a quando non maturerà un accordo sulla questione a livello internazionale. In questo periodo di transizione, le aziende tech non residenti in Italia, con oltre un miliardo di ricavi e un giro d’affari di almeno 50 milioni in Italia, saranno chiamate a raggiungere accordi preventivi con l’Agenzia delle Entrate.

Tutte le imprese digitali che “ravvisino il rischio che l’attività esercitata nel territorio dello Stato costituisca una stabile organizzazione”, potranno chiedere che questa venga riconosciuta, mettendosi in regola per il passato attraverso l’accertamento con adesione, con l’incentivo di non incorrere più nel rischio penale e di vedersi dimezzare le sanzioni e accedere per il futuro al regime dell’adempimento collaborativo.

Fondamentale affondare la questione a livello internazionale

googleAndare avanti da soli, è bene, ma è molto meglio se la questione la si affronti in maniera organica e a livello internazionale. Di questo ne è convinto, tra gli altri, l’ex premier Matteo Renzi. “Sono contrario a una web tax solo italiana perché alla fine ci fregano e se ne vanno da un’altra parte”, ha affermato Matteo Renzi in un intervista Tv, convinto che una decisione unilaterale dell’Italia possa avere ricadute poco piacevoli. “Sono d’accordo con Orlando, ci vuole un’unione fiscale europea. Dunque o si fa a livello europeo o saremmo penalizzati come Paese, non solo a livello fiscale ma anche occupazionale”.

Gli italiani vogliono la web tax, ma solo se non si ripercuote sugli utenti

I cittadini italiani vogliono la Web tax. Ad esser favorevole all’introduzione di una tassazione per i giganti del web è il 55% della popolazione, come è stato riportato nel primo Diario dell’innovazione Agi-Censis “Uomini, robot e tasse: il dilemma digitale” presentato al Maxxi di Roma in occasione dell’#internetday.

A dirla tutta, si è favorevoli alla Digital Tax solo nel caso in cui non ci siano eventuali ricadute finali sugli utenti.

E allora la proposta che ha fatto l’Italia al G7 sembra godere “dei consensi della maggior parte degli italiani. Bisogna però considerare che il 27,6% degli intervistati ritiene che la questione non possa o non vada affrontata a livello nazionale ma che vada demandata a un livello sovranazionale come l’Unione Europea”, riporta il Diario dell’Innovazione. Inoltre, bisogna registrare anche la posizione – minoritaria nel Paese, ma maggiormente sentita dalle giovani generazioni (27,5%) – di chi pensa che una legge del genere possa rivelarsi dannosa riverberandosi sui costi dei servizi web per l’utente finale”, si legge nel Diario dell’Innovazione.

 

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