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Ventilazione meccanica anti Covid-19: che cosa è successo?

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La ventilazione meccanica ai pazienti Covid-19 ha sempre avuto un effetto benefico? Report di ospedali, un’inchiesta giornalistica e pareri di prof. dicono che… 

La ventilazione meccanica, in alcuni casi, ha peggiorato la salute dei pazienti Covid-19? E’ quanto si stanno chiedendo scienziati e medici alle prese con le terapie per curare i pazienti affetti da Covid-19.
Dall’University College Hospital al Policlinico di Milano si studia l’impatto che può aver avuto sui pazienti l’intubazione per tempi prolungata.

COSA HANNO FATTO ALL’UNIVERSITY COLLEGE DI LONDRA

Partiamo dalle ultime evidenze in materia. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal i ventilatori meccanici non sono indispensabili, come invece creduto fino a poche settimane fa, per la cura da Covid-19: all’University College Hospital, un grande ospedale universitario nel centro di Londra (i dettagli), i pazienti non venivano intubati ma aiutati con un supporto respiratorio meno invasivo, come mascherine facciali e tubicini nasali forniti gratuitamente dall’azienda Techdow Pharma, filiale italiana della Shenzen Hepalink Pharmaceutical Group.

POLMONITE COME CONSEGUENZA

Perché affidarsi a supporti meno invasivi nonostante l’ossigenazione nei pazienti che arrivavano in ospedale fosse particolarmente bassa? Perché la polmonite causata dal Covid 19 era una conseguenza di una infiammazione generale del corpo e non la causa principale dello stato di malessere, secondo i medici dell’ospedale londinese sentiti dal quotidiano Wsj.

Nonostante i livelli di saturazione molto bassi, infatti, i pazienti erano svegli, parlavano e non facevano fatica a respirare. Erano definiti, come riporta il Wall Street Journal, “ipossemici felici”.

MAGGIOR PARTE PAZIENTI INTUBATI E’ MORTA

L’inchiesta del WSJ sui ventilatori meccanici quale terapia (forse) non necessaria nella cura di Covid-19 si basa anche sui numeri. Nel Regno Unito, secondo i dati del Servizio Sanitario Nazionale del Paese, il 58,8% dei pazienti affetti da Covid-19 con supporto respiratorio invasivo è morto alla data 7 maggio (quasi il doppio rispetto alle vittime per altre patologie respiratorie come la polmonite). A New York l’88 per cento dei 320 pazienti sottoposti a ossigenazione meccanica è deceduto.

LO STUDIO DEL POLICLINICO DI MILANO

A interrogarsi sulle conseguenze di un’intubazione per tempi prolungati è anche lo studio effettuato al Policlinico di Milano, pubblicato sul Journal of American Medical Association, a prima firma del professor Giacomo Grasselli, Responsabile di Unità Operativa Semplice e Professore Associato di Anestesia e Rianimazione presso il Policlinico di Milano.

Nello studio si riscontra che la mortalità dei pazienti ricoverati con Covid-19 in terapia intensiva sia stata più alta: quasi un paziente intubato su due muore.

NON SEMPRE VENTILAZIONE MECCANICA E’ TERAPIA GIUSTA

“Sarà indispensabile capire meglio i fattori di rischio per lo sviluppo della forma più grave della malattia e i fattori associati, in modo tale da poter selezionare meglio i pazienti che devono essere ospedalizzati prima o che prima devono ricevere un certo tipo di trattamento. Questo è indispensabile per la terapia ventilatoria, perché se è vero che la ventilazione meccanica salva la vita, è altrettanto vero che può anche peggiorare il danno polmonare e quindi è importante sapere in che modo usare il ventilatore e come ventilare il paziente in modo adeguato”, ha sostenuto Grasselli.

LE PRIME AUTOPSIE ITALIANE

Qualche evidenza che la polmonite fosse una conseguenza e non la causa principale su cui soffermarsi era arrivata già a metà aprile, come riportato da Start Magazine, dalle autopsie effettuate in Italia.

“Il problema principale non è il virus, ma la reazione immunitaria che distrugge le cellule dove il virus entra. Il problema è cardiovascolare, non respiratorio. La gente va in Rianimazione per tromboembolia venosa generalizzata, soprattutto (ma non solo) polmonare (sono attesi anche gli esami autoptici sul cervello, ndr). Molti morti, anche quarantenni (ecco spiegati presumibilmente i decessi di persone giovani, ndr), avevano una storia di febbre alta per 10-15 giorni non curata adeguatamente. L’infiammazione ha distrutto tutto e preparato il terreno alla formazione dei trombi. Non era facile capirlo perché i segni delle microembolie apparivano sfumati, anche all’ecocardio”, hanno affermato alcuni specialisti anatomopatologi in continuo contatto con altri medici italiani (Milano, Brescia, Pavia, Bergamo, Napoli, Palermo) che in questa fase sperimentale preferiscono mantenere l’anonimato, secondo quanto riportato La Gazzetta del Mezzogiorno.

EPARINA CONTRO COVID

E proprio partendo da queste evidenze, l’Aifa aveva avviato uno studio clinico sull’eparina a basso peso molecolare contro Covid-19 in 14 diversi centri. Si tratta dello studio multicentrico Inhixacovid19, in cui si impiega il biosimilare di enoxaparina sodica (Inhixa*), fornita gratuitamente dall’azienda Techdow Pharma, filiale italiana della Shenzen Hepalink Pharmaceutical Group.

LO STUDIO DI NINGTANG

Tra i primi a parlare di problemi di coagualazione e di infiammazione era stato anche il gruppo di NingTang, notando che alcune alterazioni della coagulazione (aumento del D-dimero) si associavano ad un maggior rischio di mortalità tra i pazienti con COVID-19. I pazienti trattati con eparina a basso peso molecolare (EBPM), dimostrava un ulteriore studio pubblicato sempre dallo stesso gruppo di esperti, avevano più possibilità di sopravvivenza.

GISMONDO: LA POLMONITE E’ SOLO UNA CONSEGUENZA NEL COVI

La virologa Maria Rita Gismondo, direttrice di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, è convinta che la polmonite sia solo una conseguenza e non il problema principale del Covid-19: “Sars coV2 colpisce soprattutto i vasi sanguigni, impedendo il regolare afflusso del sangue, con formazione di trombi. La polmonite ne è una delle conseguenze”, ha scritto Gismondo nei giorni scorsi sul Fatto Quotidiano, sottolineando che in piena emergenza ci si è “quindi focalizzati su uno e forse non il principale meccanismo patogeno del virus. I pazienti deceduti, al netto già di altre patologie pregresse, avrebbero sofferto le conseguenze delle prime diagnosi sbagliate”.

LE AUTOPSIE

Le parole della Gismondo arrivano dopo i risultati delle autopsie. Al Sacco di Milano e al Papa Giovanni XXIII di Bergamo ne sono state eseguite 70, spiega la Gismondo, sottolineando che secondo quanto emerso “la polmonite è un sintomo successivo, e forse anche meno grave, di quello che il virus provoca nel nostro organismo. Questa ipotesi era già stata avanzata dal dottor Palma, cardiologo di Salerno”.

COVID: MALATTIA INFIAMMATORIA

Insomma, “Covid 19 è una malattia infiammatoria vascolare sistemica. I polmoni non possono ventilare, malgrado l’insufflazione forzata di ossigeno, perché non vi arriva sangue. Addirittura i respiratori avrebbero peggiorato l’esito della malattia. L’ipotesi italiana è oggi confermata anche dagli Usa”, ha aggiunto Gismondo sul Fatto Quotidiano.

ABBIAMO GIA’ LE ARMI?

Ma tutto questo cosa significa realmente? Che se il problema è l’infiammazione le armi per combattere il coronavirus ci sono e non hanno costi eccessivi. I “farmaci con cui intervenire immediatamente sono quelli che possono prevenire o curare infiammazione e formazione di trombi. Tutti farmaci già in uso e a basso costo. Chiuderemo definitivamente le terapie intensive Covid 19?”, conclude la Gismondo.

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