Innovazione

Robot e intelligenza artificiale ridurranno l’occupazione? Ecco cosa pensano gli imprenditori. Report Bcg

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robot nelle fabbriche

Analisi e scenari nel report “Advanced Robotics in the Factory of the Future” della Boston Consulting Group

La quarta rivoluzione industriale, o rivoluzione industriale 4.0, sarà davvero la prima a creare più disoccupati che occupati, aumentando la povertà sociale e diminuendo i diritti dei lavoratori? La domanda, ripetuta ormai in modo ossessivo ogni qual volta si parla dell’ingresso di robot nelle fabbriche, ha un suo fondamento logico. Ed è anche al centro del nuovo studio della Boston Consulting Group sull’evoluzione della fabbrica connessa.

PIU’ ROBOT, MENO LAVORO?

Il report “Advanced Robotics in the Factory of the Future” è stato realizzato sulla base di un sondaggio che ha coinvolto 1314 top manager e industriali di grandi aziende di tutto il mondo per capire quali sono i limiti, i rischi, i freni ma anche i vantaggi dell’arrivo sempre più massiccio di robot sui posti di lavoro.

GLI ASIATICI I PIU’ PREOCCUPATI

Come era prevedibile, molte delle domande dell’intervista ha riguardato la questione occupazionale. Dai risultati emerge che la maggior parte degli imprenditori che hanno risposto al sondaggio prevede di ridurre i dipendenti nella propria azienda in concomitanza dell’ingresso di tecnologie sempre più performanti. A interessare particolarmente gli analisti che hanno curato la ricerca sarebbero le differenze regionali. I più pessimisti in merito, o forse semplicemente i più realisti, sono infatti i manager asiatici. Oltre 1 su 2, cioè il 56%, prevede che il numero di dipendenti diminuirà di almeno il 5% da qui al prossimo lustro.

COSA CI DICE IL “REALISMO” CINESE

Il dato aumenta ulteriormente sondando gli umori dei manager cinesi: il 67% di loro prevede un calo del numero di dipendenti di almeno il 5% mentre persino il 21% prevede una riduzione dei propri operai superiore al 20%. Sono almeno due gli aspetti da tenere in considerazione in merito: anzitutto il fatto che l’Asia non abbia la medesima tradizione giuridica a tutela del dipendente che invece si è sviluppata più saldamente in Occidente. In secondo piano, il fatto che l’Asia oggi sia già un mercato in profonda trasformazione, primo acquirente mondiale di robot industriali (la Corea del Sud ha il maggior numero di automi in proporzione agli occupati). Chi meglio dell’Asia, che è già in piena rivoluzione industriale 4.0, può dunque pronosticare come si svilupperà il fenomeno nei prossimi cinque anni?

LA TRANQUILLITA’ OCCIDENTALE

Viceversa, si è riscontrata maggiore sicurezza tra gli imprenditori occidentali. Un manager statunitense su due paventa ricadute occupazionali all’interno della propria impresa, mentre in Europa è solo il 44%. Peraltro si segnala che la Germania è già oggi il terzo stato al mondo con il maggior numero di macchine industriali in rapporto ai dipendenti. E l’Italia? Sebbene lo scorso anno nelle fabbriche del nostro Paese siano stati installati circa 10mila nuovi robot (+11,5% sul 2017), facendo registrare un piccolo boom tutto tricolore, gli imprenditori italiani restano i più ottimisti. Solo il 7% paventa una perdita di posti di lavoro superiore al 22% e solo il 13 tra il 5 e il 10%. Questo nonostante il recente documento sull’Intelligenza artificiale elaborato dal pool di esperti nominati dal governo che Start Magazine ha pubblicato in anteprima nei giorni scorsi abbia ricordato la particolare esposizione del mercato del lavoro italiano a questo genere di insidie legate alla trasformazione 4.0 e alla scarsa formazione dei lavoratori.

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