Si complica la situazione di Pavel Durov, l’ex enfant prodige della tecnologia che sta collezionando casi giudiziari un po’ ovunque. Dopo Parigi, dove fu arrestato nel 2024 perché ritenuto responsabile delle attività illecite che si svolgono all’interno della piattaforma – per poi essere liberato sotto cauzione in attesa del processo – anche Mosca si muove contro il fondatore di Telegram, l’app di messaggistica che la Russia ha sempre considerato “cosa propria” tanto da utilizzarla per comunicazioni istituzionali.
LE ACCUSE MOSSE A DUROV
Secondo quanto pubblicato sul quotidiano Rossiyskaya Gazeta e rivelato dallo stesso founder di Telegram via X, l’indagine penale contro Durov sarebbe motivata dal fatto che Telegram verrebbe utilizzato per commettere crimini, “l’illusione dell’anonimato ha attirato eserciti di radicali, tossicodipendenti, assassini e terroristi verso l’app, che ora rappresenta una minaccia per la società [russa]”, si legge sul giornale.
Russia has opened a criminal case against me for “aiding terrorism.” Each day, the authorities fabricate new pretexts to restrict Russians’ access to Telegram as they seek to suppress the right to privacy and free speech. A sad spectacle of a state afraid of its own people.
— Pavel Durov (@durov) February 24, 2026
Ma c’è di più perché i servizi segreti russi sarebbero in grado di provare che l’app avrebbe facilitato diversi crimini nel Paese come l’attacco terroristico del marzo 2024 al Crocus City Hall e gli omicidi di Darya Dugina e del generale Igor Kirillov, venendo utilizzata in 13 attentati ucraini ai danni di alti ufficiali militari russi e in altre 33.000 azioni penalmente rilevanti tra cui “incendi dolosi contro centri di reclutamento e omicidi” dall’inizio della guerra.
Insomma, l’accusa, per Pavel Durov, sarebbe nientemeno che di aver favorito il terrorismo garantendo l’anonimato ai suoi utenti e rifiutando la condivisione dei dati con le autorità.
LA FUGA DALLA RUSSIA
In realtà non è la prima volta che Pavel, insieme a suo fratello Nikolai, si scontrano con la propria madrepatria: i due crearono nel 2006 VKontakte, il Facebook russo, che divenne così popolare da attirare le attenzioni del Cremlino che li costrinse a vendere le loro quote. In tutta risposta, scapparono dal Paese e, memori degli errori che avevano portato alla loro estromissione dalla società di social network, crearono un altro clone russofono di un’altra app che iniziava ad andare per la maggiore in quegli anni: WhatsApp. Nasceva così Telegram come applicazione celebrativa della libertà. Una libertà utilizzata però con eccessiva malizia e scaltrezza nel corso degli anni anche da numerosi criminali, la tesi portata avanti da un numero crescente di procure un po’ ovunque nel mondo.
Mosca, che da tempo persegue l’obiettivo di una rete autarchica con app made in Russia, ha più volte provato a obbligare Durov a cedere i dati degli utenti e collaborare con la temibile agenzia per la sicurezza Fsb ma il programmatore si è sempre opposto. Nell’aprile del 2018 il Cremlino bloccò la chat di messaggistica scatenando proteste molto accese e successivamente l’applicazione non solo è stata riaperta ma continua a essere utilizzata anche dalle alte sfere per comunicazioni quotidiane. Sembra insomma indispensabile per Mosca, almeno fino a quando non sarà pronta Max, la super app sul modello cinese che dovrà essere utilizzata dai russi come ecosistema online autonomo e slegato dal resto del mondo.







