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Microsoft tira dritto. Teams ficcanaserà sulla posizione dei dipendenti?

Annunciata lo scorso autunno e subito sommersa dalle polemiche, la nuova funzionalità di Microsoft Teams che traccia se un dipendente è o meno collegato alla rete aziendale a quanto pare si farà. L'obiettivo di Redmond sembra essere quello di sostituirsi ai vecchi sistemi di check-in a base di tornelli e pass. Restano i dubbi circa la privacy dei lavoratori

Alla fine Microsoft ha deciso di perseverare sulla propria intenzione di “tracciare” i dipendenti di una determinata società che utilizza il proprio software aziendale Teams esibendo l’etichetta che rivela se chi si collega al sistema lo stia facendo dall’ufficio o meno.

LA NOVITÀ DI MICROSOFT TEAMS NON ERA PIACIUTA

La novità era stata annunciata alla fine dell’anno scorso e aveva subito dato luogo a non poche polemiche relative al fatto che il software, nato con tutt’altre funzioni (principalmente, fare riunioni virtuali) potrebbe essere sfruttato per monitorare costantemente gli spostamenti dei lavoratori. Proprio per questo, si credeva che Redmond avesse desistito, ma non è così.

REDMOND VA COMUNQUE AVANTI

Secondo infatti il blog della software house fondata da Bill Gates, Microsoft intenderebbe posizionarsi come alternativa hi-tech e puramente software dei vecchi sistemi di check-in (a iniziare dai badge). Redmond offrirebbe insomma alle aziende una soluzione software, peraltro già integrata in applicazioni che molte realtà hanno già sui propri PC e laptop aziendali e, sulla base di questa nuova feature, rendere appetibile il suo prodotto che non richiede di installare tornelli e stampare carte fisiche da strisciare all’ingresso e all’uscita dall’azienda.

MICROSOFT RISPONDE ALLE POLEMICHE

Quanto alle polemiche, la software house fondata da Bill Gates replica che i dati raccolti ed esibiti da Microsoft Teams sarebbero in tempo reale e non verrebbero storicizzati, mentre l’apposita etichetta più che una geolocalizzazione si limiterebbe a informare della presenza o meno in ufficio, senza fornire alcuna coordinata nel caso in cui ci si colleghi da una rete esterna.

Inoltre Redmond sottolinea che tale opzione è riservata ai soli dipendenti che “scelgono d’abilitarla” ma si tratta di una risposta piuttosto debole dato che difficilmente i singoli lavoratori possono scegliere come comportarsi sul luogo di lavoro e disattivarla potrebbe indurre gli altri a pensare che, più che alla privacy tengano a non far sapere che non sono al lavoro.

IL PARERE DEGLI ESPERTI

Resta da capire se una simile opzione sia compatibile coi singoli diritti nazionali, a iniziare dall’ordinamento italiano. “La protezione dei dati nel contesto lavorativo in Europa è competenza dei singoli Stati, in Italia vige lo Statuto dei lavoratori, soprattutto l’articolo 4, che disciplina il controllo a distanza”, spiegava qualche mese fa al Sole 24 Ore Filiberto Brozzetti, ricercatore e docente di diritto della protezione dei dati all’Università Luiss.

L’articolo 4 vieta al datore di lavoro di monitorare a distanza i dipendenti. I software capaci di farlo possono quindi essere utilizzati soltanto qualora sussistano specifiche esigenze organizzative, produttive, connesse alla sicurezza sul lavoro o alla tutela del patrimonio aziendale.

“La domanda è se questo strumento possa costituire una forma di controllo a distanza e, soprattutto, se sia essenziale per svolgere la prestazione lavorativa – si domandava l’esperto interpellato dal quotidiano di Confindustria-. Il ministero del Lavoro e il Garante sono molto restrittivi nel definire cosa è essenziale, e in questo caso non sembrano esserci le condizioni”, la sua chiosa.

 

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