Innovazione

Microsoft contro Governo Usa: privacy degli utenti non tutelata

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Un nuovo braccio di ferro per trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy e gli imperativi della sicurezza nazionale: Microsoft cita in giudizio il dipartimento di giustizia americano

Una nuova guerra in tema di privacy digitale: Microsoft, la multinazionale fondata da Bill Gates, ha citato in giudizio il dipartimento di giustizia americano per fermare il suo tentativo di costringerla a rendere note le email e altri dati dei clienti senza che essi ne siano messi a conoscenza. Si tratta di un nuovo braccio di ferro per trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy, che provano a tutelare i big dell’economia digitale, e gli imperativi della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo, imposti dall’Amministrazione Obama.

La denuncia di Microsoft

La citazione in giudizio è stata accompagnata da un fascicolo in cui si denuncia la frequenza crescente con cui polizia e autorità giudiziaria esigono conoscere i nostri dati: negli ultimi 18 mesi, Microsoft avrebbe ricevuto ben 5.624 richieste di accesso ai dati dei suoi clienti, presentate dalle autorità federali. E ben 2.576 di queste richieste erano accompagnate da un’ulteriore ingiunzione del giudice: non far sapere al cliente quanto avvenuto. In molti casi (1.752) questo diktat di segretezza è a tempo indeterminato.

Il colosso tecnologico sostiene che questo ordine viene impartito troppo spesso, con leggerezza, a prescindere se sia davvero essenziale ai fini delle inchieste o della sicurezza nazionale. Non solo: quello che non piace a Microsoft è anche la differenza che vi è tra la “perquisizione digitale” e la perquisizione fisica, per la quale serve un mandato (e quindi il proprietario è a conoscenza della situazione). È proprio su questa differenza che si basano le accuse di incostituzionalità rivolte da Microsoft al Dipartimento di giustizia americano. In particolare, chiamano in causa il Primo e il Quarto emendamento della Costituzione, in cui si stabiliscono principi come il diritto all’informazione e il dovere di avvisare i cittadini che subiscono perquisizioni.

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“Le aziende stanno cercando di trovare una via d’uscita da delle leggi non giuste”, ha affermato Greg Nojeim, consulente senior presso il Centro per la Democrazia e la tecnologia. La legge, infatti, “non fornisce nel mondo digitale la stessa protezione che fornisce nel mondo fisico. Garantire quelle protezioni è cosa buona”

“Le nostre preoccupazioni sono condivise ampiamente nel settore tecnologico”, ha affermato Brad Smith di Microsoft. “Abbiamo pensato che avevamo i fatti giusti per presentate una causa giusta al momento giusto e provare a risolvere un problema che è stato ricorrente”. “Mi aspetto il supporto anche di altre aziende di tecnologia”, ha concluso.

Il caso Apple e Bill Gates

La guerra di Microsoft ricorda il braccio di ferro che vi è stato tra Apple ed Fbi in queste settimane.  A febbraio 2016, un giudice ha imposto ad Apple di ottemperare alle richieste del Bureau e di garantire l’accesso ai dati protetti da crittografia dell’iPhone di uno degli attentatori di San Bernardino. La casa di Cupertino, però, non ha ceduto, preferendo la protezione dei dati e la tutela della privacy dei propri utenti. “Il governo chiede ad Apple di violare i nostri utenti e minare decenni di innovazioni di sicurezza che proteggono i nostri clienti – tra cui decine di milioni di cittadini americani – da hacker e criminali informatici sofisticati”, aveva affermato Tim Cook. “L’FBI vuole farci sviluppare una speciale versione di iOS priva di barriere di sicurezza, per poi installarla su uno degli iPhone ottenuti nel corso delle indagini e ottenerne i dati contenuti. Un software del genere, che al momento non esiste, sarebbe in grado di disattivare le protezioni di qualunque iPhone”.
Il no di Apple, però, non ha fermato il governo federale che è riuscito ad ottenere i dati. Come avrebbe confermato, in queste ore, una fonte anonima di polizia al Washington Post, l’Fbi ha pagato un gruppo di hacker professionisti per sbloccare l’iPhone dell’autore della strage. Gli hacker sono riusciti a individuare un difetto del software che ha poi consentito agli investigatori di aggirare il codice.

Bill Gates, inizialmente, prese le distanze dal netto ‘no’ di Apple all’FBI. In un intervista al Financial Times aveva detto di non essere d’accordo con Tim Cook sul fatto che sbloccare un iPhone vuol dire mettere a rischio la sicurezza di tutti. ‘Questo è un caso specifico, non generale, in cui il governo chiede informazioni’, aveva affermato Bill Gates, per il quale la richiesta dell’Fbi poteva essere paragonata a quella fatta su un particolare conto corrente bancario. Ora Microfosoft sembra allinearsi con gli altri big dell’industria tecnologica.

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