Innovazione

Che cosa combinano i nuovi proprietari cinesi nell’italiana Lfoundry?

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Lfoundry

Lfoundry, azienda che opera da trent’anni ad Avezzano, è controllata da due gruppi asiatici. I piani della nuova proprietà e le preoccupazioni dei sindacati

C’è qualcosa che non quadra nella storia di Lfoundry, azienda della provincia de L’Aquila, Avezzano, che opera nel settore della microelettronica (semiconduttori) e produce sensori d’immagine (CIS) a prevalente utilizzo nelle applicazioni automotive. La società da luglio 2019 ha due nuovi soci: Smic Hong Kong International Limited (70%) e  Wuxi Xichanweixin Semiconductor Co. Ltd (30%). Nonostante operi da trent’anni nel territorio abruzzese, ora è diventata una startup, i cui dipendenti sono soggetti a contratto di solidarietà.

E non solo. I piani cinesi potrebbero danneggiare la qualità della produzione, secondo l’allarme lanciato da Fiom-Cigl. Andiamo per gradi.

LFOUNDRY ACQUISTATA DA WUXI

Lfoundry, prima azienda della provincia de L’Aquila e seconda, per grandezza, in tutto l’Abruzzo è passata in mani 100% cinesi. La cordata italo-tedesco-cinese ha gettato la spugna e ha venduto il 100% del pacchetto ai cinesi.  A detenere le quote, prima della vendita, era un management italo tedesco (30%) e la cinese Smic (70%). Ora il 70% rimane di Smic e il 30% va alla cinese Wuxi Xichanweixin Semiconductor,  per un’operazione di 250 milioni milioni di dollari americani.

VENDITA POCO TRASPARENTE

Nonostante si tratti del passaggio di mano di un’azienda che conta 1.500 dipendenti e rappresenti una realtà radicata nel territorio abruzzese, la vendita è stata, lamenta la segreteria provinciale della Fiom-Cgil guidata da Elvira De Sanctis, “poco trasparente”. “Non sono stati condivisi i passaggi che hanno portato alla vendita e non capiamo come i nuovi proprietari abbiamo fatto di Lfoundry una startup”, ha detto a Start Magazine Elvira De Sanctis.

I PIANI CINESI

Dopo la vendita, infatti, la nuova proprietà ha cercato di tracciare una nuova strada per l’azienda, ora guidata dal PresidenteGareeb Nabeel Khalid, e sebbene operasse da trent’anni nel territorio abruzzese, Lfoundry è diventata una startup che dovrebbe dedicarsi alla produzione di dispositivi analogici e Power.

Il piano industriale, che sarà presentato non prima di dicembre, dovrebbe prevedere anche la trasformazione in IDM (Integrated Device Manufacturer), ovvero in un centro dove gestire progettazione e produzione. Sul futuro dei lavoratori, attualmente in contratto di solidarietà, invece, nulla si sa.

I DUBBI DEI SINDACATI

Il mix produttivo pensato dai due soci, che dovrebbe garantire il sostentamento e lo sviluppo dello stabilimento e dei livelli occupazionali, preoccupa però lavoratori e sindacati. “Il punto di fora dell’azienda è la qualità. L’intenzione dell’azienda di affiancare alla attuale produzione di CIS (sensori di immagine) quella di importanti quantità di dispositivi di potenza, andrebbe a contaminare la linea produttiva con il rischio di una qualità bassa del prodotto finale”, ha detto la De Sanctis.

E sempre l’esponente della Cgil ha dubbi sul progetto IDM. “Una IDM è strutturata per gestire l’intera filiera, dalla progettazione alla realizzazione del prodotto finito alla sua vendita. Sarebbe una trasformazione radicale per l’azienda che, ovviamente, richiede ingenti investimenti di cui, però, non si ravvede traccia nelle parole pronunciate dalla proprietà”.

AZIENDA IN DIFFICOLTÀ

Guardando ai numeri, non ci sono dubbi. L’azienda, che conta 1.500 dipendenti con contratto di solidarietà, non naviga in buone acque. E le due cinesi dovranno lavorare sodo per risollevarne le sorti. I ricavi, a dicembre 2018, sono scesi a 7.037.229 euro, contro i 13.998.611 di euro ricavati nel 2017. Il valore della produzione è diminuito a 202.933.084, contro i 215.244.190 euro del 2017. Diminuiscono anche i costi di produzione, che passano da 220.535.867 del 2017 a 215.640.536 euro del 2018.  La società è in perdita: a meno 19.803.589, rispetto il -2.187.222 del 2017.

LA STORIA

Facciamo un passo indietro. L’azienda di Avezzano è nata negli anni ’80, come parte della statunitense Texas Instruments: qui vengono prodotte le memorie dinamiche (DRAM) utilizzate nei personal computer. Nel 1998 Texas Instruments cede l’intera divisione memorie alla Micron Technology Inc, anch’essa americana, che presto diventa leader nel settore della produzione di DRAM ed il sito marsicano diventa uno degli stabilimenti di punta della multinazionale.

Nel 2005, però, la Micron decide di cambiare le produzioni dello stabilimento di Avezzano introducendo sulla linea i sensori d’immagine. Gli affari iniziano a mostrare i primi segni di cedimento nel 2009, quando si ricorre per la prima volta alla cassa integrazione e nel 2012 Micron annuncia l’intenzione di dismettere il sito marsicano.

Nel 2013, con una operazione di Leveraged Buy-out e l’intervento di un management italo-tedesco, lo stabilimento Micron diventa prima MIT (Marsica Innovation & Technology) e poi LFoundry; ma nello stesso anno i lavoratori entrano in regime di Contratti Di Solidarietà per i due anni successivi.

Nel 2016, fallito il progetto di allargare significativamente il portafoglio clienti e prodotti e con l’unico cliente (On Semiconductor) a tenere in vita lo stabilimento, la proprietà italo-tedesca vende il 70% delle quote, per 42 milioni di Euro, alla cinese SMIC, che fallisce nella gestione. A luglio 2019 il 30% dell’azienda è stato venduto alla cinese WUXI.

 

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