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L’innovazione parla (ancora) italiano?

Dalla ricca scommessa decennale sul grafene alla sfida geopolitica dei chip: nel corso della Pavia Innovation Week i protagonisti della ricerca e dell’industria hanno discusso del futuro dell'innovazione di frontiera in Italia e in Europa.

I soldi sono indispensabili ma il coraggio lo è ancora di più. È questo il messaggio emerso nel corso del convegno “Galilei, Volta, Colnago. Abbiamo inventato tutto. Ma oggi?” nell’ambito della Pavia Innovation Week, con gli interventi di Andrea Carlo Ferrari, professore di Nanotecnologie Università di Cambridge, Donatella Sciuto, rettrice Politecnico di Milano, Alberto Sangiovanni Vincentelli, presidente ChipsIT, e Paolo Granata, professore di Cultura del Libro e dei Media Università di Toronto.

LA LEZIONE DEL GRAFENE

Il Graphene Flagship è un programma di ricerca sul grafene della Commissione europea. Un investimento coraggioso, perché di lungo periodo (più di dieci anni) per il quale sono stati stanziati fondi per 1 miliardo di euro. Il prof. Ferrari, Direttore del Cambridge Graphene Centre dell’Università di Cambridge, e componente del Management Panel del “Graphene Flagship” e co-fondatore di CamGraPhIC, un’azienda che, lavorando con il grafene, è capace di sviluppare “interconnessioni ottiche a banda ultra-elevata e bassa latenza” che “riducono i costi e il consumo energetico dell’IA generativa, delle reti cellulari e del trasferimento dati strategico”.

“La cosa più importante non sono i fondi, ma la continuità temporale “, ha spiegato Ferrari. I numeri gli danno ragione: un ritorno industriale cinque volte superiore all’investimento e un successo nel trasferimento tecnologico dieci volte superiore alla media. La notizia del giorno è che CamGraPhIC ha ricevuto un finanziamento da 211 milioni di euro da parte dello Stato italiano, grazie a una deroga, da concessa dalla Commissione europea, alla regolamentazione sugli aiuti di Stato. Un progetto che porta in Italia la ricerca su questo fondamentale materiale, a Pisa e a Bergamo, e coinvolgerà collaborazioni con le università e centri di ricerca.

TOP-DOWN OPPURE BOTTOM-UP?

L’esperienza del Graphene Flagship insegna che l’Unione europea, se vuole, riesce a finanziare e a scommettere sull’innovazione anche nella ricerca di frontiera. Quello europeo, però, è tendenzialmente un modello ‘top-down’ diverso l’approccio ‘bottom-up’ della Silicon Valley.

“Negli USA il mercato comanda la creazione dell’impresa”, osserva il prof. Alberto Sangiovanni Vincentelli, oggi presidente della fondazione Chips.it e professore dell’Università di California Berkeley. Negli Usa ha contribuito a fondare Cadence e Synopsys, aziende leader nei semiconduttori. Il vero problema dell’Europa secondo il prof. Vincentelli è la frammentazione. “L’Italia è troppo piccola, non c’è il mercato per creare imprese di grande dimensione. Dobbiamo smetterla di dare cinque lire di qua e cinque di là”. Per Vincentelli, l’innovazione richiede un “magma” creativo che solo un ecosistema continentale può alimentare.

IL DIRITTO ALLO STUDIO: LA CENERENTOLA DELLA SPESA PUBBLICA

Prima della ricerca e dello sviluppo viene, però, la formazione. La base della piramide del valore nella quale il nostro paese investe ancora troppo poco. Con un investimento universitario fermo allo 0,9% del PIL, l’Italia continua a fare “miracoli” con risorse scarse, sottolinea la rettrice del Politecnico di Milano Donatella Sciuto.

Il grido d’allarme riguarda soprattutto il fondo di finanziamento ordinario (FFO), che non permette pianificazione, e il paradosso degli “idonei senza borsa”. “Il Politecnico investe fondi propri per coprire questo buco, togliendo risorse alla ricerca”, ha denunciato la rettrice Sciuto. Con il calo demografico alle porte (un crollo importante previsto per il 2028), la sfida è diventare attrattivi per gli studenti stranieri, puntando su lauree in inglese e modelli didattici moderni.

L’ITALIAN WAY NON INVENTA MA RIESCE A “FARE MEGLIO”

Il dubbio, legittimo, è che l’Italia non abbia solo un problema di fondi ma anche di brand, una difficoltà a raccontarsi e a percepirsi come agente dell’innovazione, proiettata nel futuro, e non solo fruitore. Secondo Paolo Granata, professore di Cultura del Libro e dei Media Università di Toronto, la narrazione sociopolitica soffre, ma il “brand dell’italianità” resta una forza inarrestabile. Non è solo design o estetica, è quello che Granata definisce “The Italian Way”: la capacità di incorporare valori di bellezza e intuizione in ciò che si produce. Citando Aldo Manuzio, lo “Steve Jobs del Rinascimento”, Granata ha ricordato che l’innovazione italiana spesso non consiste nell’essere i primi o nel fare di più, ma nel “fare meglio”.

LA PROVOCAZIONE DI EREWHON

Il dibattito si è chiuso con una provocazione. Lo scrittore Samuel Butler, nel romanzo Erewhon scriveva: “l’uomo che scrive i suoi impegni sul taccuino gli affida parte del suo cervello”. La condivisione e la protezione della proprietà intellettuale definiscono un pendolo entro cui oscilla la conoscenza. La risposta, alla domanda “Come proteggere ciò che si condivide?”, sembra risiedere nella forza delle infrastrutture e nella capacità dello Stato di agire come abilitatore, seguendo l’esempio di realtà come TSMC a Taiwan. L’Italia ha le competenze e, paradossalmente, oggi ha anche i fondi (grazie al PNRR). In un refrain ben noto, gli ostacoli più grandi sono di natura burocratica e nella frammentazione che da troppo tempo frena il potenziale nazionale.

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