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Il governo ha abbandonato lo spazio italiano?

Spazio

Che cosa succede nelle istituzioni italiane sul dossier spazio. L’intervento di Paolo Chersei

 

Ebbene sono tanti i dossier che si stanno accumulando sul tavolo della premier in pectore. Troppi perché possano essere studiati senza dar prima loro le dovute priorità.

E cosa c’è di più importante di tener calma l’impennata della bolletta energetica per assicurare ristoro alle imprese che alle singole famiglie?

E che posizione deve occupare la diplomazia italiana nell’avvicendarsi di un nuovo ordine mondiale che scaturirà dal folle attacco di Vladimir Putin alla sonnolenta regione centrorientale del vecchio Continente?

Ma, ancora più vicino ai bisogni di ogni cittadino, come può passare in secondo piano il pericolo di un rigurgito di quell’Idra malvagia chiamata covid che spunta spietata a inizi di ogni freddo autunnale?

E allora, ha senso per la capa di una nazione che dovrà organizzare almeno il galleggiamento del suo operato quella ricerca spaziale che l’opinione pubblica continua a vedere come un evento sportivo e nemmeno di primo piano?

Facciamo qualche conto. Oggi lo spazio in Italia ingaggia oltre 200 aziende, di cui quattro su cinque sono piccole o medie e con 74% di start-up negli ultimi cinque anni, per un totale di circa 7.000 addetti, in dieci distretti tecnologici nazionali, localizzati in Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania e Puglia. Il fatturato complessivo è di 1,6 miliardi € all’anno. A spanne i testi sacri della materia affermano ottimisticamente che ogni euro investito nello spazio ne faccia generare fino a sette in ricadute alla portata di tutti. Almeno nei progetti di punta, per cui si può dire che il settore è pienamente un tema industriale che porta ad oltre 1% del Pil nazionale.

Ora, succede che l’Italia debba porre su un tavolo negoziale circa due miliardi di euro. Tanta la cifra che il nostro Paese sta per impegnare alla prossima ministeriale dello spazio che si svolgerà a Parigi a metà novembre. Una somma importante che serve a conservare il Paese nella terza posizione contributiva dell’Agenzia spaziale europea (Esa) dopo Germania e Francia. Non che l’Italia abbia contato molto in questi ultimi tempi. Si è fatta soffiare la posizione apicale dall’Austria sotto l’insipienza della gestione Fraccaro e con compiacenza governativa ha ceduto alla stessa Esa la gestione amministrativa dei fondi del Pnrr pagando una royalty di circa 80 milioni di euro per l’incapacità dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) di esercitare quanto di cui è investita.

Ma che l’Asi non eserciti più i suoi compiti è ormai assodato. Da quando lo stesso ministro Vittorio Colao, nell’autorità di delegato di governo per lo spazio, ha creato una direzione generale presso Palazzo Chigi, in cui ha insediato un’assistente dei due passati direttori generali di Esa. Che, non ci meraviglierà, sarà chiamata a proteggere e difendere gli interessi della politica spaziale nazionale nell’Europa che costituisce l’Agenzia che ha sede a Parigi, assieme al presidente dell’Asi che è egli stesso dipendente di Esa.

E tutto questo accadrà, nonostante a novembre ci sarà stato — presumibilmente — il cambio di governo. Una sostituzione radicale, visti gli esiti delle votazioni, che meriterebbe mutamenti sostanziali specie nei settori più strategici della nazione.

Siamo persuasi che Giorgia Meloni sia in buona fede quando promette di escludere o limitare membri tecnici nel dicastero che presumibilmente dirigerà. Ma ha senso che a guidare le sorti dell’Italia spaziale sia una burocrate, certamente di altissimo livello sia chiaro, che ha vissuto per 30 anni in Esa e che sia stata indicata da un governo uscente, pendente come quella Torre di Pisa dal cui ateneo è uscita Elena Grifoni Winters, il quasi ex segretario del Pd Enrico Letta e altre persone assai vicine al Quirinale?

Allora, invitiamo colei che dovrà guidare l’Italia a buttare un occhio anche sul libro dello spazio italiano, piccolo sicuramente di spessore, ma anche grande per talenti e investimenti.

 

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