Innovazione

Huawei e semiconduttori, ecco mosse americane e contromosse cinesi

di

Cina Usa

Tutte le ultime novità sulla guerra tecnologica e geopolitica tra Stati Uniti e Cina con al centro il colosso cinese Huawei e il dossier semiconduttori. L’articolo di Marco Orioles

 

Nonostante Usa e Cina abbiano formalmente firmato la “fase 1” di un accordo complessivo sui commerci, la guerra trumpiana contro Huawei non solo non si arresta, ma sta conoscendo una drastica escalation.

Tale infatti deve definirsi l’annuncio fatto dal Bureau dell’Industria e della Sicurezza del Dipartimento del Commercio Usa di avere intenzione di modificare tanto la legge sui prodotti fabbricati all’estero quanto la “lista delle entità” stilata dal Dipartimento contenente i nomi delle aziende straniere cui è negata ogni collaborazione con le aziende a stelle e strisce.

Nomi in cui spicca, naturalmente, quello del colosso di Shenzhen, spinto di prepotenza l’aprile scorso in quella lista con l’esplicito intento di impedirgli di acquistare semiconduttori fabbricati con componenti americane, in quello che avrebbe dovuti essere un colpo fatale per la sua supply chain e, in definitiva, il suo business.

Le conseguenze furono pressoché immediate: poche settimane dopo l’annuncio del Dipartimento, Qualcomm e Xilinx interrompevano le forniture ad Huawei schermandosi dalle sicure ritorsioni della Casa Bianca.

La successiva decisione del governo federale di sospendere temporaneamente le nuove disposizioni consentì al produttore n. 1 al mondo di smartphone di non soccombere immediatamente al diktat trumpiano e, soprattutto, di mantenere in piedi l’alternativa rappresentata dai contratti di fornitura con gli altri produttori di semiconduttori, con un ruolo di spicco riservato alla taiwanese Taiwan Semiconductor Manifacturing Company.

Ebbene, il nuovo provvedimento del Commercio Usa mira esattamente a chiudere questo spiraglio, impedendo anche alle aziende estere che non siano in possesso di una licenza del governo Usa di realizzare per conto di Huawei, o delle sue affiliate come HiSilicon, equipaggiamento contenente tecnologia statunitense.

Dalle parole proferite via Twitter dal Segretario al Commercio Wilbur Ross e, a ruota, dal segretario di Stato Mike Pompeo si evince chiaramente il clima da scontro finale fomentato dai trumpiani:

 

Datata 15 maggio 2020, la disposizione del Dipartimento del Commercio prevede 120 giorni di tolleranza. Questo significa, come riassume Il Sole 24 Ore, che Huawei o “si organizza in 4 mesi a produrre in casa tutti i chip usati per i suoi dispositivi, oppure la sua catena di produzione potrebbe incorrere in problemi importanti”.

Che la mossa Usa possa avere conseguenze rapide quanto drammatiche lo testimonia la notizia battuta ieri dal quotidiano Nikkei, secondo cui TSMC – ovverosia proprio il produttore cui Huawei si era affidata nella speranza di schermarsi dai fulmini americani – avrebbe smesso di accettare ordinativi dal colosso cinese immediatamente dopo l’annuncio delle nuove regole Usa (che tuttavia, precisava il giornale, non avranno effetto sugli ordinativi preesistenti).

Ieri inoltre, a riprova dei tempi duri a venire, una tempesta si è abbattuta nelle Borse asiatiche sui titoli delle aziende fornitrici di Huawei, con Technology Group Co., Sunwoda Electronic e Lens Technology che hanno lasciato sul terreno il 5%. A farne le spese è stata naturalmente anche un’azienda come TSMC che ricava da Huawei circa il 14% del suo fatturato: le sue azioni sono scese del 2,5%.

Date le premesse, la rabbia di Shenzhen appare quanto mai comprensibile. Con una nota, l’azienda ha spiegato di “oppo(rsi) categoricamente alle modifiche” apportate dal Dipartimento del Commercio Usa specialmente perché si “rivolg(ono) in modo specifico” contro il gruppo. La condanna è dunque netta per una mossa che, prosegue la nota, non solo “è stata arbitraria”, ma “minaccia di colpire l’intero settore nel mondo (e) avrà un impatto sull’espansione, la manutenzione e le operazioni di rete per centinaia di miliardi di dollari che abbiamo implementato in oltre 170 Paesi”.

Se l’ira di Huawei è funesta, quella di Pechino non poteva essere da meno, come dimostra l’edizione di venerdì del Global Times – quotidiano di partito in lingua inglese – che, commentando la decisione del Dipartimento del Commercio Usa, ha lasciato intravedere la più dura delle rappresaglie: un’ondata di restrizioni contro le società Usa che operano in Cina destinate a essere incluse in una lista di “entità straniere che causano danno attuale o potenziale alle aziende e industrie cinesi”, e soprattutto la minaccia di non acquistare più i costosi gioiellini di Boeing.

Ma le parole più importanti di tutte arrivate dalla Cina in quelle ore convulse sono state quelle che il presidente di turno di Huawei, Guo Ping, ha affidato al Financial Times: «Ora lavoreremo sodo per capire come sopravvivere. Sì, sopravvivere è la parola chiave per noi, ora».

Sono bastati appena due giorni per scoprire cosa si celasse dietro i sospiri di Ping. Ieri infatti tutti i media hanno battuto la notizia della controffensiva del governo cinese, che attraverso i suoi fondi controllati ha mobilitato 2,25 miliardi di dollari per rilevare parte delle quote dello stabilimento di Shanghai del produttore cinese Semiconductor Manufacturing International.

Con una mossa che porta il capitale registrato dell’azienda da 3,5 a 6,5 miliardi di dollari, e fa scendere le quote azionarie detenute dalla stessa dal 50,1% al 38,5%, Pechino punta ora a quintuplicare la produzione dell’impianto, compensando almeno in parte le penalizzazioni statunitensi.

Fino, almeno, al prossimo colpo di cannone della guerra tecnologica del secolo.

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