Innovazione

Francia, Germania e Olanda strigliano la Commissione europea sul digitale

di

Merkel Macron

Fatti e subbugli fra gli Stati Ue sul Digital Market Act con l’iniziativa di Francia, Germania e Olanda. L’approfondimento di Enrico Martial

 

A Bruxelles, tra giovedì 27 e venerdì 28 maggio, si è svolta una sessione del Consiglio Competitività con una mitragliata di punti all’ordine del giorno da far vacillare anche i più bravi staffisti dei resoconti sommari, e talmente densa da stordire ogni emergere di qualcosa di notiziabile per la stampa. Si è parlato di ricercatori da tenere in Europa, di spazio, strade intelligenti, satelliti, turismo post-covid e sostenibile del prossimo decennio, Intelligenza artificiale, politiche commerciali e ammorbidimento degli aiuti di stato.

Di tutta l’agenda, bisogna però soffermarsi sul Digital Market Act, la legge sui mercati digitali, che sarebbe poi la “proposta di regolamento sui mercati equi e contendibili nel settore digitale”. Dal titolo già si capisce che il problema sono i giganti globali, da Google ad Amazon, da Microsoft a Facebook, che appunto rendono il mercato incontendibile, e in cui l’Europa non c’è. La minaccia è anche cinese e orientale, con Alibaba e colleghe, ma per intanto questo piccolo ipergruppo statunitense si mangia le start up bloccando qualsiasi evoluzione del settore, e pare ricordare il mercato chiuso delle sette sorelle petrolifere degli anni Sessanta, dove però almeno operava qualche compagnia europea, come Shell e BP.

Ebbene, questa proposta di regolamento Digital Market Act (DMA) è parsa assai piatta e morbida, con la Commissione europea incapace di mostrare i muscoli. Francia, Germania e Paesi Bassi hanno quindi preso penna e scritto una lettera, tipicamente di indirizzo, per rafforzare la postura rispetto alle Big Tech.

Secondo i tre Paesi, un regolamento privo di elasticità non sarebbe in grado di rispondere all’evolvere del mercato e delle pratiche delle Big Tech. Anche per questo, ci dovrà essere un maggiore ruolo degli Stati membri nell’esecuzione del regolamento, mentre attualmente si prevede che non vi possa essere legislazione nazionale al riguardo. Inoltre, ci vuole maggiore capacità di mobilitazione delle risorse attraverso la cooperazione interstatale ed europea (sottinteso GAIA-X ma anche altro), e strumenti che consentano di sorvegliare acquisizioni e fusioni, che finora stanno appunto bruciando le startup. L’impressione è che diverse acquisizioni siano fatte per eliminare potenziali concorrenti dal mercato (come nel caso di Kustomer comprata da Facebook) più che per sostenere la crescita del digitale.

In questo scenario ci sono sfumature tra Francia e Germania. La prima cerca nella forza europea le capacità di resistere alle pressioni delle Big Tech per sviluppare un mercato europeo del digitale che sia non asfittico, mentre la Germania per intanto vuole conservare la propria capacità giuridica – senza delegarla completamente a Bruxelles – nel contrastare le grandi compagnie.

Per citare un caso poco noto in Italia, la suite di Microsoft 365 è accessibile per i tedeschi con cloud non globale come per noi, ma con dati protetti in Germania, con una versione che si è addirittura chiamata Microsoft 365 Germany. In difesa dei dati, si sono infatti portati avanti con una certificazione specifica nazionale, la Cloud Computing Compliance Controls Catalogue (C5), che costringe a tenere i dati nel Paese. Assomiglia al più recente caso francese, però vincolante solo per il settore pubblico, del Cloud di fiducia, presentato dal ministro dell’Economia Bruno Le Maire il 17 maggio scorso. È una condizione evidentemente poco gradita a Microsoft, che si è adeguata creando data center specifici (Microsoft Cloud Germany) ma che affronta le complicazioni per le successive migrazioni dei clienti da un cloud tedesco a un altro europeo o globale.

In ogni caso, la lettera franco-tedesca-olandese va iscritta nel più ampio processo europeo sul digitale e sul cloud. Esso da un lato si pone in difesa rispetto alle Big Tech e al Cloud act americano che consente da marzo 2018 di accedere ai dati anche fuori dal proprio territorio nazionale. Dall’altro prova a costruire un mercato strutturato del digitale in Europa, a partire sempre dal cloud. E’ di questi giorni la notizia (tecnica) degli sviluppi dei Federated Services (che sarebbero poi interoperabilità, portabilità, proprietà e tutela dei dati) da parte di Gaia-X, il consorzio di imprese e istituzioni nato a giugno 2020, a cui era andato a inizio maggio 2021 il supporto di 27 grandi imprese europee (comprese TIM e Aruba, assieme a SAP, Nokia, Orange, Siemens ecc.) che si preoccupavano della complessiva strada da intraprendere per il digitale in Europa.

Si corre, ma per intanto Gaia-X è ancora ospitata su uno dei siti del governo tedesco e solo da questo mese di giugno avrà una propria piattaforma.

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