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Vi spiego cosa è successo a Facebook, Instagram e WhatsApp

Tim

Su ciò che è accaduto ai social del gruppo di Mark Zuckerberg (Facebook, Instagram e Whatsapp down per sei ore) in termini pratici è finito sotto attacco il sistema di instradamento delle comunicazioni. Il commento di Umberto Rapetto, direttore di infosec.news

 

Il crollo dei social che fanno capo a Mark Zuckerberg ha mandato in crisi chi non riesce a comunicare senza disporre di quelle piattaforme. Scene di disperazione con mariti costretti a parlare con la moglie, figli forzati a scambiare quattro parole con i genitori e così a seguire in una raccapricciante collezione di situazioni che si credevano ormai seppellite dalle tecnologie.

Per oltre sei ore il poliforme gigante del web è rimasto a terra, esanime, immobile nonostante i tentativi di rianimazione di tecnici e specialisti. Non è il primo “ictus” che paralizza Facebook perché già nel 2009 ci furono ventiquattro terribili ore di black-out, ma stavolta il disastro “percepito” (un po’ come con le temperature estive) non è passato affatto inosservato.

Dopo i primi timidi messaggi di scuse agli utenti (comunicazioni ovviamente inoltrate attraverso soluzioni e siti della concorrenza), il quartier generale di Facebook ha dichiarato che il caos era stato causato da un “problema di configurazione”.

In termini pratici è finito sotto attacco il sistema di instradamento delle comunicazioni che si basa su particolari server da cui dipende il corretto funzionamento della rete. Questi sofisticati computer gestiscono i “nodi” ovvero – se mai si trattasse di un rete di strade – gli svincoli e le rotatorie del percorso che viene seguito da chi vuole raggiungere una determinata destinazione.

Per avere idea di quel che è successo ieri (e soprattutto di quel che può più gravemente succedere un domani per servizi certo più essenziali…) si può provare ad immaginare una banda di criminali che ad ogni incrocio (o nodo) ha eliminato cartelli e indicazioni che permettevano di guidare gli utenti e di farli arrivare al loro social preferito o utilizzare il prediletto sistema di messaggistica istantanea.

Non è difficile capire cosa può succedere nella vita reale in circostanze del genere, ma basta un attimo per accorgersi della pericolosità di una simile dinamica di attacco applicata a quell’universo digitale che progressivamente si è sovrapposto alla nostra vita quotidiana condizionandone le abitudini e rendendola “normale” solo in caso tutto funzioni perfettamente.

Il tallone d’Achille di Internet e di tutti i servizi che si poggiano a quella architettura è il ciclopico intreccio di archivi elettronici in cui risiedono le informazioni per riconoscere i nomi attribuiti ai nodi di rete o ai siti web e tradurli nei corrispondenti numeri IP che identificano ogni specifica risorsa online.

A voler disegnare fantasticamente il sistema DNS nelle vesti di una centralinista vintage, quel che è accaduto trova comprensibile spiegazione anche per chi è digiuno di certe cognizioni di carattere tecnologico. Cosa succede se la solerte “signorina del telefono” – a  fronte della precisa sollecitazione “per favore mi mette in collegamento con Tizio” – compone un numero sbagliato o diverso o non completa la sequenza di cifre indispensabile per entrare in connessione?

Quelli che non parlano a vanvera di calcio, ma preferiscono discettare di futuro informatizzato, di evoluzione sostenibile e di cybersecurity, prendano nota dell’accaduto e si mettano a lavorare.

La prossima volta non ci perderemo solo la consueta pioggia di fake news su Facebook, i video hard che i mancati ginecologi di questa o quella chat dispensano con grande generosità tramite WhatsApp, le foto di pornografia alimentare o i selfie ritoccati veicolati con Instagram.

Serietà, ci vuole, non resilienza.

Articolo pubblicato su infosec.news

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