Innovazione

Ecco la ricetta di Casaleggio per far furoreggiare il venture capital in Italia

di

Casaleggio

Continuano gli approfondimenti di Start Magazine su presente e futuro del venture capital legato all’innovazione digitale in Italia. E’ la volta del report della Casaleggio Associati sul tema

L’Italia è fra i fanalini di coda nella classifica dei paesi più produttivi e “fertili” per la nascita di imprese innovative. Lo dicono i numeri e lo dicono gli esperti, compresi quelli della Casaleggio Associati che hanno recentemente pubblicato uno studio sul Venture Capital, ovvero un sistema di investimento che poggia sostanzialmente nel finanziamento ad aziende nascenti o in crescita. Soprattutto digitali.

Nell’ottica di far recuperare terreno al nostro Paese, non tanto rispetto ai colossi come gli Stati Uniti quanto piuttosto rispetto ai competitor più abbordabili come la Francia, il report della Casaleggio, dopo aver analizzato le peculiarità della situazione italiana, offre una ricetta. (Qui si può leggere il dibattito che ha fatto seguito alle prese di posizione di Davide Casaleggio

I PROBLEMI DELL’ITALIA

Il problema più serio nell’ambito del mercato italiano, secondo l’analisi della Casaleggio Associati, è rappresentato dalle difficoltà nella raccolta del capitale di avviamento. Seguono, nell’ordine, la maturità del mercato, l’accesso alle risorse di talento, gli ostacoli regolamentari e la competizione estera.

Si tratta di una peculiarità italiana. La Francia, per esempio, ha problemi diversi, in primis la difficoltà a trovare talenti da assumere. In ogni caso, “la maturità del mercato del Venture italiano passa dalle risorse finanziarie messe a disposizione”. In sintesi, il sistema italiano soffre perché è complicato mettere insieme i soldi per spingere adeguatamente un progetto.

LE PRIORITÀ

La priorità dovrebbe quindi essere “potenziare il capitale di rischio disponibile”. La sua scarsità, infatti “rappresenta la principale barriera allo sviluppo del settore, dovuta innanzitutto alla mancanza di fondi dedicati alle fasi successive al seed (ovvero quella di avviamento, ndr)”. Ciò significa che dopo la primissima fase, alle aziende viene spesso a mancare il “carburante” per crescere e consolidarsi. La soluzione? Secondo lo studio della Casaleggio sarebbe un maggiore incentivo dello Stato ad aziende e fondi affinchè partecipino al mercato. E a dimostrazione della scarsa attenzione a questo mercato, si evidenzia come l’Italia investa nel settore lo 0,002% del Pil, a fronte di una media europea superiore di dodici volte (0,024%).

LA FRAMMENTARIETÀ DELLE POLITICHE

Contribuisce alle difficoltà la frammentarietà delle politiche di incentivo all’imprenditorialità, gestite spesso a livello regionale. Per questo servirebbe “un coordinamento a livello centrale”, sul modello di quanto ha fatto, in Francia, la Banca Pubblica d’Investimento.

INCENTIVI ALL’OPEN INNOVATION

L’open innovation è un sistema di innovazione sostanzialmente “condiviso” fra più soggetti, che non mira tanto a tutelare la proprietà intellettuale quanto piuttosto a fare sistema per ottenere vantaggi ad ampio spettro. Si contrappone al classico modello di ricerca e sviluppo gestito dalle aziende al loro interno. Secondo il report di Casaleggio, l’open innovation andrebbe ulteriormente incentivata. Per esempio equiparando i benefici che le aziende ottengono per i tradizionali investimenti in ricerca e sviluppo a quelli di partecipazione al capitale di start-up innovative.

FORMARE LE PERSONE

Nei paesi in cui l’ecosistema di Venture Capital ha funzionato – quindi non in Italia, almeno per il momento – si è posto un problema: la capacità di trovare persone con le giuste competenze da assumere. Nel nostro paese già ora “mancano le competenze specifiche” e le aziende classificano come “difficoltosa” l’assunzione di programmatore su tre. Secondo lo studio servirebbe “un’evoluzione del sistema universitario e formativo italiano che possa integrare nel proprio insegnamento la cultura della start-up e delle tecnologie utilizzate oggi su mercato”.

ATTINGERE AL RISPARMIO PRIVATO

Il crowfunding, di fatto la versione “light” del venture capital, è la possibilità di partecipare – anche con piccole cifre, al capitale di avviamento di un’azienda o di un progetto. In Italia le PMI possono utilizzare questo strumento, ma con alcuni vincoli: aver ottenuto almeno il 5% da finanziatori istituzionali, cioè sostanzialmente le banche, e rispettare il limite di 500 euro per singolo investimento da privati (che diventano 5000 in caso di persone giuridiche). Sono paletti che, si legge fra le righe, limitano la possibilità di crescere al nostro “ecosistema”. E negli altri Stati, in cui il Venture Capital funziona meglio, tipo il Regno Unito e Francia, o non ci sono o sono meno stringenti. “In Francia non c’è l’obbligo di avere una banca a valutare l’investimento, ma sono le piattaforme stesse a farlo – si legge nel report – Questo modello ha portato a raccogliere 25 milioni dall’equity funding fino al 2014”.

Si auspica infine la creazione di “uno strumento sicuro per le famiglie italiane per poter partecipare direttamente all’economia reale”. I risparmi delle famiglie, in Italia ammonterebbero a 9mila miliardi, 3600 dei quali detenuti sotto forma di attività finanziarie. Insomma, si pensa a un mondo in cui le famiglie, più che acquistare bot, finanzino l’impresa dell’innovazione.

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