Innovazione

Caro Davide Casaleggio, la sua idea di una Iri del venture capital è nefasta. Parola di Carnevale Maffé (Bocconi)

di

Venture capitalist

Intervista di Start Magazine all’economista bocconiano Carnevale Maffé sulle proposte della Casaleggio Associati su innovazione tecnologica, private equity e venture capital

Primo: “Passare da un’economia a bassa innovazione a una dove vige la innovazione di Stato, decisa a tavolino dalla politica, non è una prospettiva allettante”. Secondo: il modello parigino non regge perché “la Francia ha da decenni un robusto e vivace ecosistema del venture capital e del private equity”. Terzo: meglio prendere esempio dagli Stati Uniti. Quarto: “Puntare a raccogliere 10 miliardi all’anno di “Digital PIR”, ovvero di una nuova versione dei Piani Individuali di Risparmio, da dedicare a finanziare l’asset class del venture capital”.

Sono le critiche e i consigli che l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffé affida a Start Magazine dopo aver letto l’articolo in cui si descriveva il modello “sovranista” auspicato da Davide Casaleggio, dominus della Casaleggio Associati e presidente dell’associazione Rousseau che lavora per il Movimento 5 Stelle, per l’innovazione digitale. Con Carnevale Maffé, Start Magazine inizia una serie di approfondimento sul tema.

Carnevale Maffé è professore di Strategy and Entrepreneurship alla SDA Bocconi School of Management. Insegna in programmi con primarie business school internazionali (tra cui Wharton School, University of Pennsylvania, Stern School of Business, New York University, HEC Paris, Steinbeis University Berlin, International Management Institute New Delhi, Athens University of Economics) e in diversi corsi universitari (Business Strategy, Management Consulting).

Professore, serve seguire il modello francese sull’innovazione perché ha dato ottimi risultati, dice Casaleggio jr. Condivide?

Passare da un’economia a bassa innovazione a una dove vige la “innovazione di Stato”, decisa a tavolino dalla politica, non è una prospettiva allettante. La Francia ha da decenni un robusto e vivace ecosistema del venture capital e del private equity, con numero di transazioni e valori di mercato che assommano a diversi multipli di quello italiano. Purtroppo noi siamo tra gli ultimi in Europa, con livelli di investimento – in proporzione al PIL – vicini a quelli di Bulgaria e Romania.

Davvero lo Stato non può non avere un ruolo positivo per assecondare l’innovazione?

Lo Stato non deve intervenire direttamente nel capitale di rischio delle imprese, con l’effetto di creare una specie di IRI del venture capital, bensì sulle condizioni di contesto che servono per fare impresa innovativa: l’educazione tecnico-scientifica, le regole del mercato del lavoro, il funzionamento della giustizia, la semplificazione fiscale e burocratica, la certezza del diritto. Questi sono i veri terreni dove è urgente e insostituibile l’intervento statale per l’innovazione.  Se invece la politica invade il campo delle scelte private, finisce per spiazzare gli imprenditori, gli investitori e i loro capitali, e per scegliere direttamente i vincitori (tra gli amici) e i perdenti (tra i nemici).

Ma non è vero – come ha detto Davide Casaleggio – che la proliferazione di fondi regionali produce un effetto rivolo dai risultati scarsi?

Come in altri casi (la promozione internazionale del turismo, le politiche attive per il lavoro, ecc.) la devoluzione regionale ha prodotto frammentazioni e inefficienze, con l’effetto di aggravare il nanismo delle nuove imprese e di restringerne il mercato potenziale. Inoltre, come sa chi conosce il settore delle start-up tecnologiche innovative, i capitali finanziari e umani che si rivolgono a questo genere di imprese sono di solito molto concentrati in specifici “hub” di innovazione, quasi sempre collocati in città grandi o medio-grandi, ben infrastrutturate e logisticamente interconnesse, nei pressi dei migliori poli di ricerca universitaria e vicino ai naturali partner tecnologici e di mercato, ovvero le grandi e le medie imprese a loro volta innovative, che spesso costituiscono la naturale strategia di “exit”.

Come e dove agevolare gli investimenti dunque?

L’innovazione tecnologica è contagiosa e densa: funziona per contaminazione territoriale, e non per trapianto dirigistico nel deserto privo di risorse, competenze e connessioni. Basta guardare la grande concentrazione territoriale – ma direi meglio metropolitana -dei pur limitati investimenti e follow-on di venture capital privati degli ultimi anni.  Per questo è controproducente affidare a istituzioni politiche, peggio ancora se locali quando non addirittura localistiche, le decisioni su questo specifico e peculiare mercato del capitale finanziario e umano.

Non è sorpreso dunque dall'”Abbasso lo straniero” implicito nelle argomentazioni di Casaleggio?

Chi è privo di solide competenze sul settore dell’innovazione tecnologica, perché magari si è limitato a ereditare l’aziendina di famiglia, spesso si illude che essa possa essere confinata nel perimetro nazionale. È l’esatto contrario: sono la rapida scalabilità globale, la standardizzazione e l’interoperabilità tecnologica a costituire i più importanti fattori di attrattività degli investimenti in questo ambito. Nella scienza e nelle tecnologie di rete, specie quelle digitali, nessuno è straniero: pensare di frammentare al livello nazionale i mercati degli input factors e degli output è un assurdo economico. Purtroppo è stato il grave errore dell’Europa in questi anni.

E gli Stati Uniti?

Gli Usa (ma ormai anche la Cina) hanno fatto leva su un grande e omogeneo mercato interno, proponendosi subito come standard globali di servizio, la frammentazione dei mercati nazionali in Europa ha ridotto le economie di scala potenziali e aumentato i costi di replicazione. Se vuol tornare a competere globalmente, dopo avere visto marginalizzati tutti i propri campioni tecnologici nazionali per provincialismo e miopia politica, l’Europa ha bisogno di un grande e armonico mercato unico dell’innovazione digitale. Ovvero l’opposto del sovranismo, che qui più che in altri campi si rivela scelta miope e strumentale ai propri meschini fini politici .

Ma lei che cosa propone in concreto per agevolare gli investimenti in innovazione?

Una delle proposte che ho avanzato nei gruppi di lavoro sull’innovazione è quella di puntare a raccogliere 10 miliardi all’anno di “Digital PIR”, ovvero di una nuova versione dei Piani Individuali di Risparmio, da dedicare a finanziare l’asset class del venture capital. I “Digital PIR” dovrebbero avere una durata più estesa dei PIR attuali, ad esempio decennale, e consentire valori più elevati di accumulo, pari a un multiplo di quelli oggi in vigore. I fondi raccolti dagli intermediari privati avrebbero un vincolo di destinazione, ovvero il finanziamento “early stage” di imprese ad alto contenuto di innovazione, con una quota specifica da dedicare alle applicazioni digitali ad alta scalabilità globale. Indirizzare almeno una piccola parte della grande ricchezza finanziaria privata italiana (oltre 4mila miliardi di euro), a tutt’oggi allocata in modo inefficiente, verso le asset class del venture capital e del private equity non avrebbe solo lo scopo di fornire il carburante per il motore dell’innovazione e della produttività, ma anche la finalità – fondamentale – di educare i risparmiatori italiani alla diversificazione finanziaria e all’allungamento delle prospettive di ritorno dei propri investimenti. Se le famiglie italiane non tornano a credere nel futuro tecnologico di lungo termine dei propri figli, scommettendoci – in modo regolato, razionale e professionale – almeno una piccola parte del proprio patrimonio, non potrà certo essere lo Stato a sostituirsi a loro in questo fondamentale ruolo.

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