Una scadenza annunciata, settimane di stallo e un esito che le stesse grandi piattaforme definiscono “irresponsabile”. Mentre l’Unione europea lascia decadere le norme sul rilevamento di materiale pedopornografico online, Google, Meta, Snap e Microsoft reagiscono con una presa di posizione congiunta e promettono di continuare comunque le attività di monitoraggio. Intanto, l’Europol avverte che il vuoto giuridico rischia di compromettere direttamente le indagini e l’identificazione delle vittime.
IL VOTO DEL PARLAMENTO UE E LA REAZIONE DELLE BIG TECH
Il Parlamento europeo ha respinto la proroga della normativa temporanea che consentiva alle piattaforme di individuare materiale pedopornografico online (Csam), con 311 voti contrari, 228 favorevoli e 92 astensioni. La legge è così scaduta il 3 aprile, rendendo illegale la scansione dei contenuti.
La decisione è arrivata nonostante le pressioni di governi nazionali, Commissione europea e Big Tech. Tra queste, Google, Meta, Snap e Microsoft hanno reagito con una dichiarazione congiunta, annunciando che continueranno volontariamente a monitorare le proprie piattaforme per individuare il Csam. “Siamo delusi da questo irresponsabile fallimento nel raggiungere un accordo per mantenere gli sforzi consolidati a protezione dei minori online”, hanno dichiarato. Le stesse aziende avevano già avvertito che “il mancato intervento ridurrà la chiarezza giuridica che ha consentito alle aziende, per quasi 20 anni, di individuare e segnalare volontariamente materiale pedopornografico online nei servizi di comunicazione interpersonale”.
“Come genitore, legislatore ed europeo, trovo difficile comprendere il voto di oggi al Parlamento europeo”, ha commentato il commissario agli Affari interni Magnus Brunner, aggiungendo che la decisione lascerà “innumerevoli vittime senza visibilità né protezione”.
UN VUOTO GIURIDICO CHE INFLUISCE SULLE INDAGINI
Con la fine della deroga alle norme e-Privacy, la scansione dei contenuti diventa dunque illegale, mentre resta l’obbligo di rimozione previsto dal Digital Services Act (Dsa). Intanto, le piattaforme si trovano in una situazione di incertezza normativa.
Anche la direttrice esecutiva dell’Europol, Catherine De Bolle, ha lanciato un allarme diretto sulle conseguenze operative. “Se l’attuale base giuridica per il rilevamento volontario da parte delle piattaforme online venisse meno, è prevedibile una significativa riduzione delle segnalazioni CyberTip”. Questo “comprometterebbe la capacità di individuare piste investigative rilevanti” e “danneggerebbe gravemente gli interessi di sicurezza dell’Ue nell’identificazione delle vittime e nella protezione dei minori”.
Dal punto di vista delle forze dell’ordine, ha aggiunto, consentire alle piattaforme di continuare a rilevare e segnalare i contenuti sospetti è “fondamentale per la protezione dei minori”.
CHE IL RISCHIO DI UN CROLLO DELLE SEGNALAZIONI È REALE LO DICONO I DATI
Le preoccupazioni si basano su precedenti concreti. Durante un vuoto normativo analogo nel 2021, l’European Child Sexual Abuse Legislation Advocacy Group afferma che le segnalazioni di Csam nell’Ue sono diminuite del 58% in 18 settimane.
Secondo i dati del National Center for Missing and Exploited Children (Ncmec), un’organizzazione statunitense che funge da centro di raccolta delle segnalazioni di abusi e le inoltra alle forze dell’ordine competenti in tutto il mondo, sempre nel 2021, le segnalazioni sono passate da circa 4,3 milioni nel 2020 a 1,8 milioni. Mentre nel 2025, l’organizzazione ha ricevuto 21,3 milioni di segnalazioni contenenti oltre 61,8 milioni di file sospetti a livello globale, con circa il 90% proveniente da fuori dagli Stati Uniti.
Europol ha inoltre gestito circa 1,1 milioni di CyberTip rilevanti per 24 paesi europei.
“Quando gli strumenti di rilevamento vengono interrotti, perdiamo visibilità – ha dichiarato il vicepresidente del Ncmec, John Shehan -. Quando il rilevamento si interrompe, gli abusi non si fermano”.
LO SCONTRO POLITICO SULLA PRIVACY
Il voto è il risultato di uno scontro prolungato tra sostenitori della privacy e difensori dei diritti dei minori. Il Parlamento ha insistito nel limitare la portata della scansione, ritenendo le misure esistenti sproporzionate rispetto ai rischi per i diritti fondamentali.
Il voto, sostiene un articolo di EuObserver, riflette anche l’affermazione di quello che viene definito “culto della privacy”, ovvero un approccio che privilegia la tutela dei dati personali rispetto ad altre esigenze, come la sicurezza dei minori. Secondo questa lettura, il Parlamento europeo avrebbe infatti dato priorità a una protezione “teorica” della privacy, trascurando gli effetti concreti sul contrasto agli abusi.
“Bloccare il Csam non è un’elusione della privacy. La libertà di espressione non include l’abuso sessuale sui minori”, ha affermato Hannah Swirsky, responsabile delle politiche e degli affari pubblici presso la Internet Watch Foundation, un’organizzazione non profit britannica per la sicurezza dei minori.
Dall’altra parte, gli oppositori delle norme sostengono che “milioni di messaggi privati di cittadini innocenti sono stati analizzati per anni senza risultati adeguati”, ha dichiarato l’eurodeputata ceca del gruppo dei Verdi, Markéta Gregorová. E l’ex eurodeputato dello stesso partito, Patrick Breyer, ha aggiunto che “la scansione indiscriminata dei nostri messaggi digitali privati deve rimanere rigorosamente vietata”.
NEGOZIATI FALLITI E PROSPETTIVE INCERTE
I negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione sono falliti ripetutamente nelle settimane precedenti al voto. Come ha scritto Euractiv, i governi nazionali spingevano per una proroga rapida, mentre il Parlamento chiedeva restrizioni più severe. “Purtroppo, il Parlamento europeo ha insistito nel modificare l’ambito della misura temporanea in modo tale da renderla inefficace”, ha dichiarato la presidenza cipriota del Consiglio. L’eurodeputata socialista Birgit Sippel ha invece affermato che gli Stati membri hanno “deliberatamente accettato che la normativa temporanea scadesse ad aprile”.
Nel frattempo, resta in stallo anche il negoziato sul regolamento permanente (Csar), lasciando aperto un vuoto normativo proprio mentre le piattaforme – pur senza una base giuridica chiara – dichiarano di voler continuare le attività di rilevamento. “L’Ue sta di fatto rischiando di lasciare porte aperte ai predatori”, ha concluso Swirsky.







