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Come Huawei e Samsung fanno galoppare Cina e Corea nel 6G

Nokia Ericsson 6g

Secondo Asian Nikkei Review, l’attuale competizione per la primazia nel 6g vede gareggiare per la prima posizione la sudcoreana Samsung e la cinese Huawei. Fatti, nomi, numeri e scenari

Mentre la partita del 5G procede a ritmi frenetici pur tra le mille tensioni della competizione commerciale tra Usa e Cina, appena dietro l’orizzonte si possono già intravedere le prime mosse destinate a far decollare la fase successiva, ossia quella della rete mobile di sesta generazione.

Per quanto bisognerà attendere almeno due anni per avviare la fase della standardizzazione delle specifiche tecnologiche, e il 2027 per la commercializzazione vera e propria, è già in pieno fermento tra i Big del settore la gara a chi predispone per primo l’attrezzatura migliore, con particolare riguardo ad un componente che si rivelerà decisivo per il lancio del servizio: le stazioni base.

Le stazioni base saranno una componente cruciale del sistema prossimo venturo e saranno molto diverse da quelle attuali sia in termini di qualità che di quantità.

Saranno, anzitutto, dieci volte più veloci di quelle previste per il 5G, con la capacità di supportare la trasmissione di 1 terabit per secondo.

A differenza di quelle attuali, grandi più o meno come un frigorifero, le nuove stazioni saranno molto più numerose: il loro raggio di trasmissione è infatti relativamente breve (appena 200 metri) da cui la necessitò di installarne un numero maggiore – una stima in circolazione parla di 100 miliardi di stazioni base a livello globale.

Questo problema sarà tuttavia compensato da apparati di minori dimensioni che potranno essere collocati comodamente in vari punti della città compresi i semafori.

Secondo Asian Nikkei Review, l’attuale competizione per la primazia nel 6g vede gareggiare per la prima posizione la sudcoreana Samsung e la cinese Huawei, ed era naturale che fosse così: per esse, il salto al 6G significa solo capitalizzare gli sforzi fatti per acquisire la leadership nel 5G e nella sua componentistica e concentrare parte di questo impegno, e del relativo personale, nella corsa al nuovo standard.

L’analisi peraltro è stata rilanciata via Twitter da un ex Cia:

Ecco dunque che la Corea del Sud si appresta a diventare il primo paese connesso al 6G grazie alla partnership tra Samsung ed LG Electronics, che hanno aperto centri di ricerca comuni, e un sostegno pubblico allo sviluppo del servizio che la rivista ritiene sarà nell’ordine di 800 milioni di dollari.

Ma Pechino non se ne sta con le mani in mano, e così se il governo lo scorso novembre ha varato un programma di ricerca e sviluppo, Huawei ha bruciato tutte le tappe mettendo già al lavoro un’equipe di ricerca.

Molto del lavoro di questa fase sarà concentrato nella messa a punto di nuove stazioni base, un settore che al momento è controllato per l’80% da sole tre aziende: Huawei, Ericsson e Nokia.

Ma questa è una torta dove anche altri vogliono la loro fetta: la vogliono sicuramente gli Usa di Donald Trump, che tenteranno di consolidare la loro leadership nel settore dei chip, ma anche il Giappone, ossia il Paese che sta tentando il tutto per tutto per entrare nel novero dei Big della partita del 6G.

Tokyo ha anzi varato da poco una strategia nazionale che nutre piani ambiziosi incentrati proprio sulle stazioni base: si punta ad ottenerne una quota di mercato del 30%, contro il 2% attuale. Tra gli altri obiettivi del Paese del Sol Levante c’è arrivare a far detenere alle proprie industrie almeno il 10% dei brevetti a livello mondiale, in una corsa a tre con Samsung che – per quanto riguarda il 5G – ne detiene al momento l’8,9% e Huawei (8,3%)

Ma anche l’Europa non vuole rimanere fuori dai giochi, come dimostra la recente nascita del consorzio 3rd Generation Partnership Project.

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Come la competizione nel 5G e 6G avrà ripercussioni su difesa, intelligence e sicurezza globali. L’approfondimento di Fabio Vanorio di maggio 2019

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