Innovazione

Che cosa si fa a Roma contro il Coronavirus? Parla l’epidemiologo

di

pierLuigi Lopalco

“Il Lazio è la regione dove c’è Roma, una metropoli, e i dati del contagio, qui, possono assumere dimensioni neppure immaginabili. Per questo è indispensabile che le misure siano quanto più dure possibile”. Parola dell’epidemiologo Pier Luigi Lopalco

“Il Lazio è la regione dove c’è Roma, una metropoli, e i dati del contagio, qui, possono assumere dimensioni neppure immaginabili. Per questo è indispensabile che le misure siano quanto più dure possibile”. Lo dice l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco in un’intervista a Il Messaggero. Commentando le misure decise dalla sindaca Virginia Raggi per questo fine settimana, l’esperto sottolinea: ”Se le situazioni che si sono verificate nei piccoli comuni del Veneto della Lombardia si verificassero in una metropoli come Roma, le conseguenze potrebbero essere ancora più drammatiche rispetto a quelle vissute finora. Io sono stato a Roma fino a due settimane fa, la metropolitana era affollatissima. Bisogna usare tutti gli strumenti perché la trasmissione rallenti al massimo. Non possono e non devono esserci assembramenti. In tutte le metropoli dove ci siano mezzi pubblici affollati o uffici pieni di gente le probabilità di trasmissione sono ancora più alte”.

LE MISURE NECESSARIE

Purtroppo è ancora presto per poter dire per quanto tempo bisognerà adottare queste misure. ”Non sappiamo ancora quando la curva comincerà a scendere. Finora i dati non sono incoraggianti e i numeri del contagio continuano a crescere. Ma non accadrà in modo repentino – conclude Lopalco – Non possiamo immaginare di riprendere all’improvviso la vita di prima, i divieti dovranno restare in vigore ancora a lungo”.

IL NODO FOCOLAI

“Purtroppo dobbiamo dire che, al momento, il problema principale è quello dei focolai che si sviluppano intorno agli ospedali. Spero che venga affrontato molto seriamente, anche dalle altre regioni”. Lo afferma, parlando all’Adnkronos, il professor Pierluigi Lopalco, responsabile della struttura di progetto per il Coordinamento delle emergenze epidemiologiche della Regione Puglia. “Il problema riguarda tutte le strutture sanitarie: non soltanto ospedali, ma anche case di riposo e strutture assistenziali in generale”, aggiunge. “E’ lì che ancora c’è movimento, ci sono contatti sociali, medici e infermieri che devono comunque lavorare insieme e sono vicini, in tutta Italia”.

I TAMPONI

A proposito della proposta di effettuare tamponi a tappeto per alcune categorie particolarmente esposte come rappresentanti delle forze dell’ordine, personale sanitario, volontari, cassiere di supermercati ecc, Lopalco evidenzia che “il problema è sempre lo stesso: fare un tampone e trovare un negativo è più controproducente che altro. La persona risultata negativa si sente al sicuro e poi magari dopo 12 ore diventa positiva. E del resto non si può ripeterlo sempre. Il tampone sanitario è diverso – spiega – perché noi, per esempio, agli operatori sanitari abbiamo una politica di fare il tampone anche agli asintomatici, per permettergli di tornare a lavorare. Quando c’è stato un contatto, teniamo a casa il lavoratore per 6-7 giorni e se al settimo giorno non ha sintomi e c’è la necessità di farlo rientrare al lavoro, noi gli facciamo il tampone, anche se è asintomatico, per cui – conclude Lopalco – una porzione di tamponi anche agli asintomatici già la facciamo”.

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