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La Roma di Ennio Flaiano (istruzioni per Virginia Raggi)

di

Roma Flaiano

Non ci potremmo immaginare le opere di Dickens senza Londra, né quelle di Balzac e Zola senza Parigi. Il legame tra Flaiano e Roma è della stessa natura. La capitale è il teatro in cui si affila il suo ingegno, il suo esclusivo oggetto di amore, di rimpianto, di derisione. Il Bloc Notes di Michele Magno


Nel 1972 Ennio Flaiano pubblica sull’Espresso, fingendo di averlo trovato per caso, il “Diario di un turista americano a Roma” che ha come titolo “Welcome in Rome”. Lo propongo ai lettori di questa rubrica perché si tratta di un piccolo capolavoro letterario, in cui traspaiono i caratteri essenziali dell’uomo e dello scrittore: uno spiccato senso dell’umorismo e la graffiante ironia, la malinconia e il disincanto di fronte a un’epoca che, in una delle ultime interviste, egli definiva “sciattona e sghangherata”.

Non ci potremmo immaginare le opere di Dickens senza Londra, né quelle di Balzac e Zola senza Parigi. Il legame tra Flaiano e Roma è della stessa natura. La capitale è il teatro in cui si affila il suo ingegno, il suo esclusivo oggetto di amore, di rimpianto, di derisione: “…Tuttavia Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi”.

Come ha scritto Emanuele Trevi, “Forse nessuno più di lui […] comprese il legame oscuro che unisce il benessere al conformismo intellettuale, la circolazione delle idee alla stupidità collettiva”. Sarebbe quindi sbagliato identificare la sua Roma esclusivamente con via Veneto. Le più profonde mutazioni della città, Flaiano, romano di Montesacro, le osserva simultaneamente sia dal centro, dove il jet set conversa ai tavolini dei bar, sia dalla periferia in tumultuosa espansione. Riuscendo così a “descrivere la nascita dal nulla dei nuovi quartieri, meglio di qualunque urbanista o sociologo. Studiando Roma, infine, Flaiano capì l’Italia, o forse il mondo intero”.

Welcome in Rome

Lunedì. Siamo arrivati stanotte io, mia moglie Gail e mia figlia Susan da Paris (France) con molte ore di ritardo, a Feeumeesheeno, che in italiano si scrive Fiumicino. Feeumeesheeno è un brutto piccolo aeroporto…C’era uno sciopero dei tecnici addetti all’assistenza a terra, per cui siamo dovuti scendere dalla carlinga per le uscite di sicurezza, molto sportivamente, lasciandoci scivolare su un telo. E portarci da noi i bagagli sino all’edificio dell’aeroporto, lontano un miglio. Il nostro comandante ha pregato uno dei conducenti degli autobus aeroportuali di far salire almeno le signore anziane, ma quello ha risposto : “Non mee eemporta un katzo”, cioè a dire che non era interessato a quel trasporto. Katzo è una locuzione molto usata dagli italiani e significa “poco”, o “nulla” secondo i casi. Ho detto al comandante se non era il caso di risalire a bordo, ripartire e dirottare l’aereo verso un paese di oltre cortina dove gli americani sono bene accolti. Magari, ha risposto, ma non era possibile, non davano il kerosene. Bisognava restare lì.
… Mi ha stupito il buio dei locali dell’aeroporto. Sembra che dopo le dieci lascino appena poche luci perché arrivano solo aerei dal Medio Oriente e dall’Africa e non è il caso di sprecare energia elettrica per turisti sottosviluppati…Abbiamo preso un piccolo taxi (in Italia ci sono i più piccoli taxi del mondo) dando al conducente l’indirizzo del nostro albergo. Costui non ha detto una parola oltre “Americani?” e siamo partiti nella notte. Abbiamo così attraversato molte località che sembravano balneari, le strade erano ancora animate, per lo più da uomini grassi in maglietta che passeggiavano leccando gelati e da motociclisti che facevano un rumore di almeno 130 decibels.

Abbiamo visto Osteea, Castil Fuseno (il conducente ci diceva i nomi delle località), e poi, dopo circa un’ora, siamo arrivati a Albano. Il conducente ci ha spiegato che le strade per Roma erano tutte interrotte e aveva dovuto fare un detour. Dopo Frascatis abbiamo finalmente preso The Appian Way, la strada per la città, dove siamo arrivati alle due di notte. Il tassametro segnava 36.600 liras.

Il nostro albergo era in una strada di tipo Hong Kong dove si fa “la dolce vita”. Questo tuffo in piena Roma ci ha fatto piacere e ha messo un po’ in agitazione mia moglie Gail, che voleva vedere Fellinis o Mastroiannis. Ma eravamo stanchi e siamo andati in albergo. Le nostre stanze erano al mezzanino e davano su una strada laterale, dove si stava svolgendo un raduno di motociclisti, benevolmente sorvegliato da policemen interessati ai motori.Una sgradita sorpresa l’abbiamo avuta dal cattivo funzionamento degli apparecchi per l’aria condizionata, che davano soltanto caldo. Il portiere dell’albergo, a cui abbiamo telefonato, ci ha detto che l’uomo dell’aria condizionata non sarebbe venuto prima delle otto. Abbiamo dovuto così dormire con le finestre aperte per non soffocare. All’alba i motociclisti sono andati via.

Altra sorpresa, il continental breakfast che ci è stato servito in camera.Era composto di dieci grammi di burro, biscotti secchi, panini molli e di un caffè “espresso” che sapeva di rame. Il cameriere ci ha spiegato che i primi caffè del mattino hanno sempre un po’ il sapore dei tubi. Bisognava ordinare verso le dieci.Gli ho detto di portar via la scatola di lucido da scarpe che era nel vassoio ma lui ha detto che si trattava di marmellata che viene data in dosi parsimoniose perché fa ingrassare. Questa colazione costava tre dollari a testa, “Bisogna considerare – ha detto Gail – che gli italiani hanno molto sofferto sotto il fascismo”.

Martedì. È evidente che gli americani del Nord sono considerati in Italia un popolo stupido. Questa impressione mi viene dai pochi contatti avuti con italiani e può anche essere un mio errore statistico. Però i pochi italiani che ci hanno avvicinato ci hanno sempre proposto di acquistare diapositive a colori (eppure ci vedevano con le nostre macchine fotografiche) , o ciondoli di nessun valore che, mi dicono, vengono ora rifiutati anche dalle tribù dell’Australia centrale. …. In peeazza dee Spagna, dove siamo andati per cambiare i nostri Traveler’s cheques, un distinto signore ci ha chiesto se eravamo interessati all’acquisto di quella colonna che è proprio davanti all’American Express. Era una sua colonna di famiglia e l’avrebbe volentieri ceduta per duemila dollari, che non erano molti visto il valore della colonna; ma ho avuto il dubbio che quel signore volesse vendermi cosa non sua ma della comunità. Gli ho risposto gentilmente che a me la cosa non eemportava un katzo e lui è rimasto molto sorpreso, forse della mia insensibilità artistica. Quando ne ho parlato al cassiere dell’American Express, questi mi ha detto che la colonna era già stata venduta due volte l’anno scorso, ma che l’uomo non era stato arrestato perché mai preso in flagrante.

Siamo stati a vedere il Mosès di Michelangelo. La guida ci ha detto quanto costa, ma non era in vendita. Gail ha chiesto se Mosès aveva realmente posato per quella statua e la guida ha detto di sì. Ho chiesto alla guida, per mia curiosità, qual è la cosa che interessa maggiormente gli americani a Roma. Mi ha risposto “I gelati”. I gelati romani vengono fatti a Milano e si possono leccare passeggiando. Tutti lo fanno.
Dopo il Mosès abbiamo visitato The Roman Forum, dove è stato ucciso Julius Caesar…. Ammirato il Colosseo che però non è intero. La guida mi ha sussurrato che, se sono interessato a fare amicizia con giovani, dovrei tornarci di notte: sembra che il Colosseo di notte sia pieno di giovani attirati dalla luna sulle rovine, esattamente come Edgar Allan Poe, se non sbaglio, e Hawthrone, che hanno scritto sul Colosseo pagine immortali. La cosa forse può interessare Susan, che amerebbe conoscere giovani italiani poetici.

Di notte, nella strada dov’è il nostro albergo, sostano sui marciapiedi delle very nice girls, che fanno prezzi differenziati, spinte forse da un malinteso nazionalismo.Per mia curiosità ho chiesto a una di loro il suo onorario e mi ha risposto: “One hundred dollars”, mentre poi ho visto che a un suo concittadino offriva le sue prestazioni per meno della metà.Queste ragazze sono sorvegliate non dalla polizia, ma da giovani isolati o in bande, che arrivano con motociclette giapponesi e persino con potenti Ferrari. La loro sorveglianza è molto dura, ma io penso che questi giovani volontari facciano qualcosa di buono per il loro paese sorvegliando severamente la pubblica prostituzione. Probabilmente non ne ricavano altro profitto che quello di sentirsi utili alla comunità, difendendo la morale. Ho visto infatti un giovane prendere a schiaffi una ragazza. E mi ha fatto piacere quando mi hanno detto che a Roma questi giovani sono migliaia e operano in varie zone, giorno e notte.

Mercoledì. Abbiamo fatto ieri sera il Rome by night. Ci hanno portato in un autobus a vedere i monumenti, tutti illuminati di luce gialla, e così sembrano merce esposta al sole nelle vetrine e difesa dalla luce violenta con cellophane colorato. Sulla Appian Way siamo entrati in una farm molto vecchia e deserta che doveva essere un ristorante: lo spiazzo antistante era ornato di tavolini e di lampioncini. Ci hanno fatto sedere ai tavoli, dandoci un bicchiere di vino bianco a testa, e tre suonatori hanno cantato per noi gli inni nazionali italiani, Santa Lucia e Arrivedershi Roma. Erano grassi, sudati e stanchi. Quando è arrivato un altro autobus, ci hanno fatto risalire in fretta sul nostro. Io non ho fatto in tempo a bere il vino, ma Gail che l’aveva bevuto ha passato poi un’ora nel bagno con dolori al ventre. Sembra che noi americani stentiamo ad abituarci ai vini caratteristici italiani.
La mattina dopo, entrando nella stanza di Susan, ho trovato che un giovane cameriere dell’albergo le stava insegnando, facendovela sedere sopra, come si usa il bee-day (the continental bidet), questa cosa indecente che si trova in tutti gli alberghi europei. Susan sembrava molto interessata all’operazione e io non ho voluto turbare la sua esperienza col giovane cameriere che le stava dicendo: “You discover a new dimension in complete vaginal cleanliness and perineal therapy”.

Giovedì. Gail è rientrata in albergo dal suo shopping dicendo che le strade di Roma sono piene di tecnici ed esperti tessili, che le hanno spesso toccato il vestito davanti e di dietro, per esaminare la stoffa, dicendole ogni volta “You bona”. Eppure si tratta di un modesto dacron. Gli italiani devono essere molto indietro nei tessili.

Una locuzione che gli italiani usano spesso quando vogliono esprimere disappunto è: Waffancoolo, e ho avuto occasione di sentirmela dire più volte quando sorgeva una piccola discussione sul prezzo di un oggetto o di un servizio. Anche Gail mi conferma che quando lei dimostra la sua impazienza verso gli esperti tessili che le vogliono toccare il vestito, costoro visibilmente indignati le dicono appunto Waffancoolo. Corrisponde penso al nostro “I beg you pardon”.

La sera siamo andati a cena in Trastevere, all’aperto, come usano i romani, i quali imbandiscono mense non solo sui marciapiedi, ma sulle stesse strade. Se si toglie che non abbiamo potuto scambiarci una parola per il rumore delle motociclette che ci sfioravano, e che abbiamo dovuto comprare vari fiori e dare tips a sette suonatori che si sono alternati al nostro tavolo, la serata è passata bene. Il cibo non era buono ma caratteristico. … Una piccola discussione è venuta al conto. Sulle prime mi sembrava molto esagerato, ma poi ho visto che vi erano comprese tre “coperte”. Sul dizionario tascabile ho visto che coperta è l’equivalente di “blanket”. Ho pensato che la direzione del ristorante ci avrebbe dato come souvenirs tre “coperte”, forse dovute ad abili tessitori italiani, ma il cameriere ci ha presto disilluso. Le “coperte” erano semplicemente i piatti e le posate che avevamo usato e che dovevamo però restituire. Quando gli ho detto quello che pensavo mi ha risposto alzando le spalle: Waffancoolo, cioè che mi chiedeva scusa. Ho chiamato allora un policeman, e quello mi ha detto che non era in servizio. Ho dovuto pagare, ma farò un reclamo all’Ente Nazionale Industrie Turistiche, che mi dicono molto efficiente, poiché occupa migliaia di impiegati. Il portiere dell’albergo mi ha sconsigliato: “L’Ente – mi ha detto – non fa un amato (loved) katzo, si cura poco dei turisti, occupato com’è a pensare continuamente al Turismo”. Gli ho chiesto che differenza c’era. Ha detto: “Sarebbe come disturbare un grande matematico per farsi fare il conto della spesa”. Il Turismo in Italia è considerato una filosofia, e i vari esperti ne discutono continuamente.

Venerdì. Non ci si abitua facilmente alle piccole dimensioni delle automobili italiane…Esse sono sempre spinte ad alte velocità. Attraversare una strada diventa pericoloso, perché i conducenti, tutti presi da un’enorme fretta, non guardano i pedoni e li atterrano volentieri, salvo poi lamentarsi se nell’urto la vettura ha riportato danni al paraurti. Uno psicologo americano incontrato al ristorante mi ha detto che gli italiani hanno un culto speciale per i paraurti, forse derivato dagli antichi culti priapei. I paraurti, insomma, delimitano i confini della macchina e come tali sono considerati sacri.

A Roma è un culto vivissimo, nelle strade le discussioni sui paraurti sono continue. Nel caso di un urto, i conducenti delle macchine per prima cosa vanno a verificare lo stato dei paraurti. E dicono: “Qui, qui, questo segnetto non c’era”. L’altro risponde gentilmente: “Waffancoolo”, e aggiunge che invece quel segnetto c’era perché si vede a occhio nudo che non è recente. Per seguire una di queste caratteristiche discussioni romane sono entrato in un crocchio di curiosi e ne sono uscito due minuti dopo senza il mio portafogli, dove per fortuna non portavo documenti o Traveler’s cheques.

Per il gran caldo siamo stati alla spiaggia di Roma (Osteea) a bagnarci…Sulla riva galleggiavano fogli di giornali (alcuni recenti, con notizie sul nuovo governo) bottiglie di plastica, profilattici, escrementi e molte alghe. C’erano anche residuati di petrolio. Abbiamo fatto una rapida doccia e siamo tornati a Roma. Poiché volevamo ammirare il paesaggio e andavamo piano, tutte le macchine ci superavano e gli occupanti ci facevano gentili cenni di saluto, sia impugnando il braccio destro con la mano sinistra all’altezza del gomito e agitandolo, sia mostrandoci l’indice e il mignolo a forma di V churchilliana, modificata. Questa naturale gentilezza degli italiani fa dimenticare molti loro difetti e ispira simpatia per questo popolo.

Domenica. Ieri non ho scritto il diario perché abbiamo dovuto cercare Susan che era andata al Colosseo, per quelle amicizie poetiche, con un giovane conosciuto in albergo. Alle due di notte non era rientrata. Alle quattro ci hanno telefonato dalla Police, dicendo che l’avevano ritrovata in un prato vicino Osteea, un po’ depressa e stanca ma viva. Quando è tornata in albergo non le abbiamo fatto domande. Sembra che al suo giovane amico se ne siano aggiunti altri cinque e che siano andati in gita notturna per vedere la luna. Nella confusione ha perso la borsa. Ho sentito che usava violentemente il continental bee-day e che piangeva, forse per le emozioni artistiche provate. Gli italiani sono tutti un po’ poeti.

Abbiamo visto Saint Peter, comprato una serie di francobolli del Pope, ma non abbiamo visto il Pope. Avremmo potuto vederlo stamattina, affacciarsi a una finestra del suo appartamento, per darci la benedizione, ma purtroppo abbiamo deciso di riprendere l’aereo per New York. Al Kennedy Airport ci hanno detto che i nostri bagagli erano stati mandati per sbaglio da Roma ad Ankara. Forse li riavremo tra una settimana. Torniamo a casa portando tutto sommato dell’Italia un dolce ricordo. Per le vacanze del prossimo anno abbiamo deciso di andare in Scotland o in Norway.

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