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Leonardo Rheinmetall Iai

Vi spiego cosa nascerà dall’alleanza Leonardo-Rheinmetall. Parla Nones (Iai)

Conversazione di Start Magazine con Michele Nones, vicepresidente dello Iai, su sfide, incognite e prospettive dall'alleanza strategica stretta da Leonardo e Rheinmetall sui mezzi terrestri

Il governo italiano ha approvato e sostenuto l’operazione tra il colosso dell’aerospazio e difesa italiano Leonardo e il gruppo della difesa tedesco Rheinmetall sui carri armati. E’ quello che tra l’altro sottolinea il professor Michele Nones, vicepresidente dello Iai commentando con Startmag la recente sigla del Memorandum of Understanding tra Leonardo e Rheinmetall “volto alla creazione di una nuova joint venture paritetica che ha l’obiettivo di sviluppare un approccio industriale e tecnologico di respiro europeo nel campo dei sistemi di difesa terrestre”.

La notizia è arrivata a meno di un mese dallo stop del gruppo ex Finmeccanica alle trattative per l’alleanza con Knds che aveva l’obiettivo di arrivare a una collaborazione per la fornitura dei carri armati Leopard 2 all’Esercito italiano per una commessa da 8 miliardi di euro.

In base all’accordo Rheinmetall offrirà il suo prototipo di carro armato Panther KF51 come base per la sostituzione dei vecchi carri armati italiani Ariete e il suo veicolo cingolato Lynx come base per la sostituzione dei Dardo.

“La mia preoccupazione personalmente non è tanto sulla scelta del Panther che, torno a ripetere, nel contesto concreto in cui ci stiamo muovendo era la risposta più ragionevole, è sul fatto che riusciamo a realizzare il nuovo Panther italiano in tempi molto stretti”, ha spiegato a Startmag il vicepresidente dello Iai. Partendo dalla premessa che “Il contesto generale secondo me è preoccupante”.

Ecco perché.

IL CONTESTO PREOCCUPANTE DELL’INDUSTRIA DELLA DIFESA EUROPEA

“Sto riflettendo sul fatto che in questo momento i Paesi dell’Unione europea assomigliano molto a un gruppo di persone molto diverse tra di loro che si sono ritrovate tutte insieme ad attraversare il deserto dal punto di vista dell’impegno nel campo militare”, rimarca Nones.

“A un certo punto durante questa traversata – fatta di stenti, di mancanza di risorse e a volte anche di mancanza di speranza – una bella mattina si risvegliano e si scoprono di essere vicino a 27 oasi, anzi non 27, sono 28 perché la ventottesima è quella comune alimentata dalle 27 oasi nazionali. Allora queste persone che sono affamate, assetate, quasi disperate, si buttano ciascuna sulla sua oasi. È chiaro che il rischio in questi casi è che quella solidarietà, quella comunanza, quegli interessi a collaborare che c’era prima per saldarsi, improvvisamente è messo in secondo piano per cui ognuno pensa di potersela cavare aberrandosi alla sua osi. Sempre si dice in questi casi che il rischio poi è di morire invece di indigestione e guardi che l’allegoria non è così forzata perché in questo momento mi fa quasi più paura l’eccesso di disponibilità finanziarie con la situazione dell’industria europea, che non è in grado di rispondere a questa domanda improvvisa”, prosegue il vicepresidente dello Iai evidenziando che “tutto ciò comporta il fatto che tutti si buttano a cercare soluzioni a livello di singoli stati o al massimo di due o tre stati insieme. Ma di sicuro nessuno punta più su progetti che siano unificanti”.

Una direzione quindi contraria a quella auspicata nell’Ue di incentivare l’industria della difesa europea attraverso programmi congiunti.

PERCHÉ SUI MEZZI TERRESTRI NON SI STA PROCEDENDO CON UN PROGRAMMA COMUNE?

“Fuori dall’allegoria — prosegue Nones — nel campo dei mezzi terrestri tutti abbiamo sempre sperato e pensato che fosse necessario puntare su un mezzo comune a tutte le forze terrestri europee estremamente avanzato e questo non poteva che essere un programma europeo come è stato ipotizzato nei corsi degli anni”.

Dunque “un carro e una famiglia di mezzi blindati da combattimento di generazione successiva a quelli attuali in cui si potesse mettere insieme le capacità tecnologiche industriali più qualificate e disponibili nei paesi europei”, ma “questo sogno è tramontato perché ormai è palese che tutti puntano ad ammodernare i mezzi oggi disponibili: i tedeschi con il Leopard 2, gli inglesi con il Challenger e i francesi con l’Éclerc. Ciascuno punta ad ammodernare e anche noi stiamo cercando di ammodernare l’Ariete che addirittura è un carro ancora più vecchio di quegli altri che non è mai stato ammodernato, il cui ammodernamento è quindi particolarmente complesso. Comunque diciamo tutti puntano a una soluzione di breve medio periodo che riesca a offrire un main battle tank adeguato”.

IL NODO ITALIANO SULLE TEMPISTICHE TRA NUOVO MBT E AMMODERNAMENTO DELL’ARIETE

Ma per l’Italia la questione è ancora più complessa.

Secondo il professor Nones, “il problema è che avendo in servizio questi Ariete – che sono sostanzialmente dei Leopard 1, detto brutalmente – siamo quelli più in crisi perché mentre gli altri hanno comunque dei carri più moderni dei nostri – quindi ammodernarli ulteriormente è possibile e può soddisfare le esigenze delle forze terrestri dei loro paesi – nel nostro caso l’Ariete non sarà mai in grado di rispondere alle esigenze dell’esercito italiano. Potrà semplicemente fare da gap filler, cioè da un mezzo che non è quello che vorremmo ma che in questo momento è l’unico che potremmo avere velocemente disponibile”.

Ed è proprio questo il contesto in cui va valutata la decisione iniziale di puntare sul Leopard 2 presa a novembre per il vicepresidente dello Iai. Dopodiché, “di fronte alle difficoltà di dare una soluzione anche industriale a questa scelta, si è optato per farla abortire rinunciando a dotare l’esercito italiano del Leopard 2. E qui arriviamo all’alternativa” ricostruisce Nones.

PER NONES (IAI) IL PANTHER DI RHEINMETALL CON LEONARDO ERA L’UNICA ALTERNATIVA CREDIBILE…

E optare per il Panther proposto dalla tedesca Rheinmetall era “l’unica alternativa obiettivamente credibile” secondo Nones.

Dal momento che il Panther di Rheinmetall è “un mezzo ancora prototipale può essere a certe condizioni modificato, rendendolo più compatibile con le esigenze dell’esercito italiano rispetto a quello che poteva essere la soluzione italianizzazione del Leopard 2” osserva il vicepresidente dello Iai chiarendo che “quando parlavano di italianizzazione del Leopard 2 sembrava che nessuno si ricordasse che il Leopard 2 è già in servizio, è già collaudato, è già un mezzo che ha la sua catena di fornitori, è tutto già organizzato. E intervenire cambiando radicalmente quel mezzo rappresentava una perdita di tempo e dover affrontare delle problematiche che secondo me rendevano impraticabile quella soluzione. O lo prendevamo così com’era, punto, basta, ne compriamo magari un certo numero limitato e poi puntiamo sul carro di nuova generazione, quello proprio di nuova generazione, oppure niente”.

Il Leopard 2 di Knds con Leonardo “non poteva essere modificato, non avrebbe avuto senso” sostiene il vicepresidente dello Iai mentre “il Panther di Rheinmetall è diverso perché è ancora a livello prototipale”.

…LA CUI ITALIANIZZAZIONE PRATICABILE

Quindi, ribadisce il vicepresidente Iai, “Il Panther è l’unico mezzo che attualmente non è ancora in produzione ma è già arrivato a livello prototipico, quindi il passaggio dalla parte prototipica alla parte produzione avrebbe potuto essere anche più veloce se noi avessimo accettato ovviamente i Panther per com’è, ma questo non ci va bene per le ragioni già indicate. Perché noi, al di là del discorso sociale, economico, ma soprattutto dal punto di vista militare e operativo, dobbiamo ottenere che il Panther sia la base su cui viene costruito il nuovo carro italiano. Panther 2, Panthera, chiamiamolo come vogliamo, ma non sarà sicuramente il Panther che oggi è stato presentato”.

TEMPI ACCETTABILI

Ma cosa ne sarà del fattore tempo?

“Le modifiche che l’esercito italiano chiede di introdurre secondo me potrebbero essere ragionevolmente realizzate in tempi accettabili” afferma Nones. “Allora, diciamo che per il main battle tank la soluzione Panther è credibile, a condizione che le necessità dell’industria italiana – che giustamente vuole misurarsi con questo programma data le sue dimensioni – e dell’esercito italiano – che altrettanto giustamente vuole avere le garanzie di raggiungere un certo livello di sovranità, un certo livello di controllo, diciamo così, del progetto – siano fattibili in tempi accettabili. Perché se per avere la cosiddetta sovranità tecnologica, ovvero poter installare dei sistemi a bordo che sono quelli che vogliamo noi. Se per avere questo risultato noi dovessimo impiegare troppo tempo, casca l’asino, nel senso che non ce lo possiamo permettere” ammette il professore.

L’URGENZA DETTATA DALLO SCENARIO GEOPOLITICO

Perché l’urgenza è dettata dal contesto geopolitico, in cui l’aggressione russa dell’Ucraina ha impresso una forte accelerazione.

“Se davvero, come io credo, come molti di noi credono, stiamo vivendo un periodo in cui la minaccia è molto forte – senza dover pensare che andremo verso una qualche forma di conflitto in Europa –, comunque, dobbiamo prepararci a poter esercitare una fortissima deterrenza nei confronti di chi ci sta minacciando” spiega Nones aggiungendo che “anche per fare questo dobbiamo conseguire risultati in tempi molto stretti. Non possiamo dire da una parte che siamo in una situazione di gravissima crisi e dall’altra parte che pensiamo di risolvere i nostri problemi tra 15 anni, perché tra 15 anni Dio solo sa che cosa può succedere. Quelli che oggi ci minacciano di sicuro non aspetteranno che siamo pronti per poter rispondere alla loro minaccia. La minaccia la eserciteranno in un futuro abbastanza ravvicinato. Se vogliamo impedire che ottengano dei risultati, quindi se vogliamo evitare che la situazione peggiori, dobbiamo esprimere la nostra capacità di risposta, la nostra deterrenza, la nostra contro minaccia in tempi molto stretti”.

LE SFIDE DA VINCERE PER GLI OBIETTIVI DI LEONARDO E RHEINMETALL SECONDO IL VICEPRESIDENTE IAI

Dunque, tornando alla scelta della proposta di Rheinmetall come Main Battle tank per l’Esercito italiano, “La mia preoccupazione personalmente non è tanto sulla scelta del Panther che, torno a ripetere, nel contesto concreto in cui ci stiamo muovendo era la risposta più ragionevole, è sul fatto che riusciamo a realizzare il nuovo Panther italiano in tempi molto stretti”, puntualizza Nones.

A questo proposito il professore esamina due fattori negativi.

“Per anni e anni l’Italia non ha investito nel campo dei mezzi terrestri: non facendo ammodernamenti dei mezzi di servizio, non promuovendo la costruzione di nuovi mezzi. Per cui abbiamo da una parte l’Ariete, dall’altra parte il Dardo, due mezzi assolutamente obsoleti oggi, quindi saltiamo praticamente due generazioni per arrivare a quelli attuali”.

Pertanto “serviranno forti investimenti in termini di impianti, servirà un trasferimento di competenze da altri settori, perché abbiamo bisogno di personale anche con una certa esperienza”.

“Quindi che siamo in grado di vincere questa sfida non me la sento di dire, la speranza è che si riesca a farlo. C’è questa difficoltà iniziale associata a un secondo problema. Quelle poche risorse che oggi sono disponibili – in termini di uomini e di impianti e di attività di progettazione – sono già impegnate nell’ammodernamento dell’Ariete. Allora, come si potrà risolvere il problema di far fronte all’ammodernamento dell’Ariete e nel frattempo lanciare la costruzione di un nuovo carro, completamente nuovo, tenendo conto delle scarsità delle risorse disponibili in Italia?”, si interroga Nones.

“Per me resta veramente una sfida da far tremare le vene. Speriamo che si riesca a vincerla” chiosa il vicepresidente Iai.

GLI INVESTIMENTI NECESSARI (SIA PER ROMA SIA PER BERLINO)

A proposito delle risorse necessarie per la realizzazione dei programmi, secondo Nones “dovrebbero essere fatti dei forti investimenti in Italia e in Germania, perché non dimentichiamolo abbiamo chiesto che il 60% delle attività sia realizzato in Italia e quel 60% può essere benissimo saturato dalla parte elettronica e dalla parte della torretta e dalle attività di integrazione. È chiaro che non possiamo pensare di realizzare fisicamente anche gli scafi in Italia.”

IL VANTAGGIO DELLA PRESENZA ITALIANA DI RHEINMETALL

Riguardo a Rheinmetall, “uno dei vantaggi è che la società è già presente in Italia, quindi sicuramente Rheinmetall potrà avvalersi delle sue capacità in Italia per accelerare l’esecuzione di questo programma con Leonardo e per il resto ci saranno sicuramente delle parti realizzate dalla Germania” sottolinea il professore dello Iai.

IL LYNX PER IL PROGRAMMA AICS DELL’ESERCITO

Fino a qui non abbiamo parlato del secondo programma interessato dall’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall che è altrettanto importante” puntualizza il vicepresidente dello Iai.

Si tratta del programma Armoured Infantry Combat System (Aics)  incentrato su una piattaforma combat (Armored Infantry Fighting Vehicle – AIFV).

“Stiamo parlando di quello che sarà la base portante delle forze terrestri. E l’unico mezzo che più si avvicina alle nostre esigenze, mettiamola così, è il Lynx” spiega Nones. “Ma anche in questo caso abbiamo bisogno di adeguarlo alle nostre esigenze militari. In particolare abbiamo bisogno di modificarne alcune caratteristiche che sono il livello di protezione e soprattutto il sistema di bordo e quindi l’utilizzo di una torre, torre più piccola di quelle dei carri ma comunque una torre che consenta a questo mezzo di avere comunque una capacità di difesa e di attacco nei confronti di potenziali minacce”.

“Ora la nuova torre appena messa a punto da Leonardo per questo tipo di mezzi sicuramente rappresenta lo stato dell’arte, cioè la torre più nuova presentata e quindi è giusto che cerchiamo di integrarla in un nuovo mezzo, che sia però nello stesso tempo sufficientemente collaudato” sottolinea il professore.

DI NUOVO GIOCHERÀ UN RUOLO IMPORTANTE IL FATTORE TEMPO PER L’INDUSTRIA

Secondo Nones un fattore importante da considerare sarà “che questo programma possa andare avanti contemporaneamente con quello del carro da battaglia, così da favorire la massima integrazione dei sistemi”.

Resta però il nodo dei tempi da risolvere: “Sono già preoccupato sulla capacità dell’industria italiana di far fronte al programma Mbt, dovendo gestirne di fatto due, l’ammodernamento dell’Ariete e il nuovo Panther. Ecco, peggio mi sento quando penso che lo stesso settore industriale dovrà essere in grado di far fronte anche alla sviluppo prima e costruzione di un numero ancora più grande, di veicoli da combattimento per la fanteria” spiega Nones.

LE SFIDE PRODUTTIVE

“Questo vuol dire avere in piedi una filiera di fornitori estremamente efficace e ampia, avere la capacità di realizzare tutte le parti che servono. Fino adesso i ritmi di produzione che abbiamo conosciuto in Italia di questi tipi di mezzi, erano dei ritmi che andavano nell’ordine di qualche decina di mezzi all’anno, quando andava bene. Adesso occorre essere in grado di produrre centinaia all’anno. Quindi  si salta su una dimensione, su una scala numerica che è estremamente impegnativa. Se ovviamente, torniamo al punto di partenza, vogliamo sperare di avere questi mezzi in servizio nell’arco di pochi anni, non decenni” chiarisce il professor Nones.

ALLEANZA LEONARDO-RHEINMETALL È TRAMPOLINO DI LANCIO PER SALIRE A BORDO DEL MGCS? NON CORRIAMO PRECISA NONES (IAI)

Inoltre, se l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall punta ai due programmi Mbt e Aics, c’è anche un terzo programma menzionato dai due gruppi della difesa.

Come hanno dichiarato le due società nel comunicato stampa, la nuova joint-venture, con sede in Italia, definirà anche la “roadmap per la partecipazione nel futuro Main Ground Combat System (Mgcs) europeo.” Ovvero il programma franco-tedesco per il carro armato europeo del futuro a cui l’Italia ambisce ad aderire.

Chiediamo quindi al vicepresidente dello Iai se l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall, al posto di Knds, sarà un reale trampolino di lancio per l’ingresso dell’Italia nel programma Mgcs.

“Prendiamo atto che fino ad ora – nonostante gli sforzi e l’impegno dei vari governi, non solo dell’ultimo ma anche del precedente, per farci accettare da Francia e Germania all’interno del programma dal punto di vista ovviamente militare e non solo industriale – questi tentativi non hanno sortito effetto” ricostruisce Nones. Quindi, “al di là di una benevola disponibilità manifestata singolarmente da Francia e Germania nei nostri confronti, però di fatto non ci hanno mai fatto entrare” precisa il professore evidenziando che di “questo dobbiamo prendere atto. Poi penso che ci siano delle ragioni,  scelte di carattere strategico, non credo ci sia una preclusione verso l’Italia in quanto tale, ma una volontà di perseguire questo progetto all’interno dell’alleanza che finora ci è sempre stata fra Francia e Germania nel campo della difesa. Ora, entrare – mi lasci dire, dalla finestra dato che non ci fanno entrare dalla porta – attraverso Rheinmetall, sicuramente è una credibile strategia”.

COSA NE SARÀ DEL PROGRAMMA MGCS

Ma “quanti davvero credono che questo programma si concretizzerà?” si interroga il professor Nones.

“Dal momento che il programma Mgcs è nato prima della crisi dell’Ucraina, in un quadro europeo e in un scenario internazionale completamente diversi da quelli attuali, non so, ho l’impressione che a volte queste iniziative vadano anche un po’ avanti per inerzia e poi magari si bloccano. Così com’è, non vedo grandi prospettive, onestamente” ammette il vicepresidente dello Iai. “Ci sono troppe esigenze da affrontare – prosegue Nones – io direi che dobbiamo sforzarci anche in campo militare di individuare i programmi cantierabili, ovvero che sono realizzabili in un orizzonte temporale sufficientemente credibile. Quindi mi preoccuperei poco del carro armato del futuro, in questo momento credo che dobbiamo preoccuparci del futuro più vicino a noi se non altro, non dico del presente risolvibile ma perlomeno un orizzonte temporale che va alla fine del decennio. Per quel momento le cose si chiariranno meglio e sarà più facile prendere delle decisioni. Ma in questo momento non mi strapperei di sicuro i capelli per il fatto che non siamo ancora ufficialmente in questo programma” sostiene Nones.

IL RUOLO DEL MINISTRO DELLA DIFESA NELL’ALLEANZA STRETTA DA LEONARDO CON RHEINMETALL SECONDO IL VICEPRESIDENTE IAI

Infine, come si posiziona il governo italiano in questo cambio di alleato per il gruppo ex Finmeccanica?

Ricordiamo infatti che l’annuncio dell’accordo tra Leonardo e Knds ha raccolto immediatamente il plauso del ministro della Difesa Guido Crosetto. Ad oggi non risulta che il ministro abbia rilasciato dichiarazioni sull’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall.

“Non mi risulta, ma no. In generale una scelta, una strategia di questo genere non può che essere stata approvata e sostenuta dal Ministro della Difesa” osserva il vicepresidente dello Iai. “Quindi che parli o che non parli, proprio perché c’era già stata una scelta diversa inizialmente, un cambiamento di rotta di questo genere – che non è definito né da Leonardo né, mi lasci dire, neanche dall’esercito – è definito solo e può essere stato approvato e condiviso solo dal ministro, e per fortuna” spiega Nones.

“Detto questo, credo che forse è il momento anche lì di riflettere un po’ sulla politica comunicativa, meno parole più fatti, potrebbe essere il nuovo slogan che in questo caso è stato evidentemente adottato, ma non per questo toglie a questa decisione la sua estrema rilevanza strategica” ribadisce il vicepresidente dello Iai.

UN NUOVO ASSE ITALO-TEDESCO PER LA DIFESA?

A questo proposito, “Congratulazioni al Ministro Crosetto perché è riuscito, forse senza parlare ma facendolo nei fatti, a costruire un altro tassello della nostra rete di collaborazioni europee che fino ad ora aveva coinvolto esclusivamente Francia e Regno Unito, quando era ancora nell’Unione europea e che comunque resta un paese europeo, e adesso aggiunge anche il tassello tedesco alla rete delle nostre collaborazioni. E questo non può che essere condiviso da tutti perché significa che avere una rete di collaborazioni e non delle collaborazioni bilaterali – in qualche modo soffocanti – dà più spazio alle nostre scelte politiche, militari e industriali” conclude il professore Michele Nones.

 

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