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Spotify

A Spotify la musica è finita per altri 1500 dipendenti

Continua l'emorragia nelle Big Tech. A gennaio Spotify aveva già licenziato 600 dipendenti, mentre nel mese di giugno sono stati circa 200 i posti di lavoro che sono stati tagliati

Spotify, una delle rare Big Tech europee, fondata nell’aprile 2006 dagli svedesi Daniel Ek e Martin Lorentzon, prosegue con i tagli al personale.

COSA SAPPIAMO SUI LICENZIAMENTI IN SPOTIFY

L’ultima riorganizzazione, la terza posta in essere nel 2023, riguarderà il 17% dei dipendenti della Big Tech svedese, pari a circa 1500 persone sulle circa 10mila unità che l’ex startup scandinava ha a livello globale.

LA MUSICA È FINITA, GLI AMICI SE NE VANNO

A gennaio Spotify, piattaforma musicale da oltre 570 milioni di utenti, aveva già licenziato 600 dipendenti, mentre nel mese di giugno sono stati circa 200 ad abbandonare le scrivanie. I licenziamenti a Spotify derivano anche da una situazione economica più incerta rispetto al passato.

La realtà scandinava colpita da inflazione e ridotta crescita è stata così spinta a tagliare i costi per affrontare le sfide future. Daniel Ek, Ceo e fondatore di Spotify, ha sottolineato che la società ha assunto più persone nel 2020 e nel 2021 proprio grazie a situazioni macroeconomiche più favorevoli per l’azienda.

CHE COSA HA DETTO IL CEO

“Per allineare Spotify ai nostri obiettivi futuri e assicurarci la dimensione giusta per le sfide che abbiamo davanti, ho preso la difficile decisione di ridurre di circa il 17% il persone della società”, si legge in un messaggio del ceo, Daniel Ek, pubblicato sul sito web del colosso svedese della musica. Si tratta di una decisione “difficile ma di un passo cruciale per creare una più forte ed efficiente Spotify nel futuro”.

UN 2023 DI LICENZIAMENTI

Il 2023 si conferma l’annus horribilis per i dipendenti nelle Big Tech. Solo a gennaio globalmente i licenziamenti hanno sfiorato le 110mila unità; dopo cinque mesi, a maggio, si erano assestate sulle 56mila, per arrivare a ottobre: 31mila licenziamenti, cifra dimezzata poi a novembre (16mila).

Per molte realtà si tratta di un assestamento naturale dopo la sbornia pandemica che aveva fatto schizzare alle stelle i profitti di tante software house durante i lockdown. Ma in tanti casi si sospetta pure che dietro i licenziamenti ci sia l’avanzata delle intelligenze artificiali. La stessa Spotify sta integrando algoritmi intelligenti con partnership d’eccezione.

SPOTIFY ASSUME L’IA?

È notizia delle ultime ore l’avvio di una collaborazione con Google Cloud per l’uso dell’Intelligenza artificiale in “aspetti cruciali della piattaforma, tra cui la scoperta dei contenuti, i consigli personalizzati, l’ascolto sicuro”, comunicano le parti in una nota. Non dimentichiamo inoltre che Google nell’ultimo periodo ha integrato il suo chatbot AI Bard nelle sue altre applicazioni, tra cui YouTube, Gmail e Drive.

“L’evoluzione della nostra tecnologia è stata accompagnata dall’impegno di Google Cloud nel costruire la migliore piattaforma possibile su cui far girare i nostri prodotti e nel promuovere ulteriori innovazioni con le capacità emergenti dell’IA generativa”, ha spiegato Gustav Söderström, Co-President, Cpo & Cto di Spotify. La tecnologia sarà sfruttata pure per identificare i contenuti potenzialmente dannosi.

Spotify intende avvalersi degli algoritmi di ultima generazione “per comprendere gli schemi alla base dei contenuti vocali preferiti dagli utenti, come podcast e audiolibri, al fine di presentare consigli nuovi e interessanti”.

VARI TIPI DI UTILIZZO

I modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) verranno sfruttati per comprendere meglio le dimensioni della sua libreria e migliorare l’uso dei metadati per proporre agli utenti nuovi contenuti ogni giorno. “Grazie a questa partnership, gli strumenti di intelligenza artificiale di Google Cloud stanno aiutando Spotify a migliorare l’esperienza di ascolto dei suoi utenti”, aggiunge Thomas Kurian, Ceo di Google Cloud. Google Cloud è il cloud provider di riferimento per Spotify dal 2016.

E, NATURALMENTE, PROFILAZIONE E PUBBLICITA’

Algoritmi così scaltri da non essere utilizzati solo per proporre agli utenti musica più affine ai propri gusti, ma soprattutto la per profilare gli ascoltatori con finalità pubblicitarie:  “Le capacità di Google Cloud in materia di gestione dei dati” serviranno anche “per realizzare un’ampia gamma di campagne efficaci, fornendo ai creator informazioni e analisi preziose per favorire il loro successo”.

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