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Fintech: è un cambiamento strutturale, non una bolla di sapone

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Stefano Quintarelli

Le banche? Stiano attente alle startup del Fintech. Intervista a Stefano Quintarelli, deputato e guru della cultura digitale

 

“Altro che bolla di sapone, il Fintech è un cambiamento strutturale”. Non ci gira troppo intorno Stefano Quintarelli, deputato membro della commissione per l’attuazione dell’agenda 2030 e grande esperto di cultura digitale, nello spiegare in questo colloquio con Start Magazine, l’impatto del Fintech sull’economia di tutti i giorni. Una rivoluzione silenziosa e inarrestabile che oggi vale nel mondo poco meno di 1.000 miliardi.

“Succede questo. Sta venendo meno il concetto di intermediazione, perchè l’accesso ai servizi avviene ormai direttamente dal proprio cellulare o dal tablet. Stiamo andando incontro a una disintermediazione strutturale, che sta cambiando i nostri usi quotidiani. E, sia chiaro, tutto questo non è un qualcosa di estemporaneo”, spiega Quintarelli, che allontana anche certe teorie sulla “resistenza” da parte delle banche al Fintech, in difesa dei più tradizionali sportelli.

“Sarebbe futile tentare di contrastare questa rivoluzione. Soprattutto in un momento in cui sta progressivamente venendo meno una delle due componenti di chi fa intermediazione finanziaria, il front office”. L’esperto spiega infatti come oggi le prime linee di banche, assicurazioni, finanziarie, siano costantemente bypassate da servizi espressione del Fintech. “Un esempio sono i pagamenti. Ormai il grosso viene fatto da tablet e pc. Gli stessi istituti di credito se ne sono accorti, ridimensionando gli sportelli. E poi, lo slegamento tra back e front office è sancito dalla direttiva europea Ps2, che detta le regole in materia di pagamenti digitali”.

fintechLe banche devono casomai guardarsi le spalle da un’altra minaccia. “Ci sono tantissime società, il più startup, che concedono prestiti e finanziamenti ma con criteri di valutazione differenti da quelli bancari. Più veloci, efficienti e maggiormente orientati al valore del progetto. Questo sì che aumenta la concorrenza e può spaventare gli istituti”, chiarisce Quintarelli. C’è però un problema, che si chiama regole.

Un settore ormai a un passo dell’esplosione (nel 2016 si prevedono investimenti globali per 46 miliardi) può facilmente essere cannibalizzato da una miriade di player e senza regole si rischia il caos. E’ così? “In realtà è un falso problema. Le regole ci sono, c’è la direttiva che garantirà sana concorrenza. Certo, servirà della buona vigilanza. Le regole senza vigilanza non servono”.

Gianluca Zapponini

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