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Chi spinge per l’estrazione di metalli critici in Europa

Italia Batterie

Cosa propone Eurobattery Minerals e cosa si muove nell’Ue sui progetti per l’estrazione e la lavorazione di metalli per la transizione energetica

 

La compagnia mineraria svedese Eurobattery Minerals vuole che l’Unione europea rimuova gli ostacoli burocratici e consenta l’estrazione moderna e “sostenibile” (cioè a basso impatto ambientale e umano) dei metalli necessari alla produzione di batterie per i veicoli elettrici e di dispositivi per le fonti rinnovabili, come il rame, il nichel, il cobalto, il litio e le terre rare.

In un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore l’amministratore delegato di Eurobattery Minerals, Roberto García Martínez, scrive che l’industria automobilistica europea – che ha abbracciato con maggiore convinzione la transizione all’elettrico – dipende per l’approvvigionamento delle materie prime da un numero ristretto di paesi non sempre rispettosi dei diritti umani e ambientali, come “la Repubblica democratica del Congo, la Cina o il Cile”.

LE REGOLE EUROPEE SULLE FILIERE

“Questo è ipocrita”, sostiene García Martínez, “e con le nuove leggi sulle catene di approvvigionamento previste a livello Ue” potrebbe non essere nemmeno più possibile. Bruxelles vuole infatti rendere le aziende europee responsabili delle proprie forniture di materie prime, sanzionandole in caso di violazioni dei diritti umani lungo la catena del valore che porta al prodotto finito.

Il caso più noto è quello del Congo, il paese dove si concentrano le miniere di cobalto e dove il lavoro di estrazione viene spesso svolto da bambini e ragazzi giovani. La casa automobilistica BMW ha annunciato, a questo proposito, che si rifornirà solo di cobalto estratto in Australia e in Marocco per le sue batterie.

IL RUOLO DELLA BLOCKCHAIN

La normativa europea preoccupa però alcune aziende – specialmente quelle che hanno contatti con un gran numero di fornitori diversi – per via delle difficoltà di monitoraggio di supply chains molto ramificate.

In loro aiuto potrebbe venire la tecnologia blockchain. Di recente, per esempio, la compagnia mineraria anglo-svizzera Glencore e altre aziende del settore hanno aderito all’iniziativa di Umicore, società belga che si occupa di lavorazione dei metalli, per tracciare il cobalto presente nelle batterie dei veicoli elettrici attraverso la blockchain.

LA PROPOSTA DI EUROBATTERY MINERALS

Oppure – come proposto da García Martínez di Eurobattery Minerals – l’Unione europea potrebbe puntare di più sull’estrazione interna dei metalli per la transizione energetica. In questo modo, non soltanto Bruxelles si garantirebbe il pieno rispetto dei criteri di sostenibilità lavorativa e ambientale, ma ridurrebbe anche la sua esposizione eccessiva all’esterno, “al ricatto” di alcuni produttori, alla carenza di materie prime (come sta succedendo con i microchip) e agli aumenti dei loro prezzi sui mercati.

“Un arresto della produzione nelle miniere cilene di rilevanza mondiale ha un impatto diretto sull’offerta e sul prezzo”, scrive. “Nel gennaio 2021, una tonnellata di rame costava ancora circa 6.400 euro, a luglio era già 8.200 euro – e la tendenza è in aumento”.

L’EUROPA MINERARIA

In sostanza, García Martínez invita l’Unione europea a “riprendere l’attività mineraria”, che finora si è concentrata sul carbone, e orientarla verso i nuovi metalli critici. Sostiene che il “tasso di autosufficienza” europeo per metalli come il litio, il rame, il nichel e le terre rare “potrebbe arrivare al 70 per cento”.

Al momento Eurobattery Minerals possiede progetti minerari in diverse fasi di sviluppo in Finlandia (nichel, rame e cobalto), Spagna (nel nord-ovest: nichel, rame e cobalto anche qui), Svezia (nichel, rame, vanadio).

Proprio in Svezia, a Norra Kärr, si trovano le maggiori riserve di terre rare dell’Unione europea, ma l’avvio della produzione è lontano per questioni di impatto ambientale.

GLI ALTRI PROGETTI

Attirati dall’aumento della domanda di metalli per le auto elettriche e le fonti rinnovabili, ci sono almeno tre piccole società minerarie che stanno realizzando impianti per la lavorazione di queste materie prime nelle zone economiche speciali europee. La canadese Mkango Resources, ad esempio, sta costruendo una struttura di separazione delle terre rare in Polonia, utilizzando i sussidi statali e le esenzioni fiscali. Infinity Lithium (australiana) vorrebbe aprire un centro di estrazione e trattamento del litio in Spagna. NeoMetals (australiana, ancora) sta pianificando un impianto di riciclo del litio in Germania.

Meno interessati, invece, sono le grandi aziende del settore minerario, che hanno volumi produttivi molto più alti e che per questo considerano sconveniente l’apertura di stabilimenti in Europa, dove il costo del lavoro è molto più alto che in Asia. Qualcosa però si sta muovendo – sia Glencore che Rio Tinto hanno dei piani per il Vecchio continente -, anche perché le “regole di origine” dell’Unione europea si stanno facendo più stringenti: entro il 2027, per poter beneficiare del libero scambio all’interno del mercato unico, il 65 per cento del valore di una merce dovrà essere stato prodotto nell’Unione.

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