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L’Ue dalla crisi energetica alla leadership verde globale (con l’Italia hub del Mediterraneo). Report Ispi

La Comunicazione Ue del 16 ottobre 2025 aggiorna la strategia climatica ed energetica globale del blocco, passando da una risposta reattiva alla crisi russa del 2022 a una visione proattiva di leadership industriale nelle tecnologie pulite, competitività e autonomia strategica, con grandi opportunità soprattutto per l’Italia come hub mediterraneo.

La Comunicazione congiunta della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante del 16 ottobre 2025 segna un vero cambio di passo nella politica climatica ed energetica dell’Unione a livello globale.

A sottolinearlo è un rapporto ISPI sulla sicurezza energetica, con un capitolo firmato da Federica Prandin, a detta della quale non è più solo una questione di ridurre le emissioni o di rispondere alle crisi: occorre sfornare un piano per fare dell’Europa un attore competitivo, autonomo e influente in un mondo sempre più instabile. Il Green Deal si intreccia con la geopolitica, la sicurezza nazionale e la sopravvivenza industriale.

Dopo lo shock della guerra in Ucraina, le tensioni con gli Usa sui dazi e con la Cina sulle materie prime, Bruxelles ha capito che non basta difendersi: bisogna attaccare, cioè conquistare quote di mercato nelle tecnologie del futuro.

L’Italia, grazie alla sua posizione mediterranea, ha l’occasione di ritagliarsi un ruolo da protagonista, soprattutto con Algeria ed Egitto.

Nuove ambizioni

Nel 2022 l’Europa era in modalità sopravvivenza. La Russia invade l’Ucraina, il gas sparisce dai rubinetti, i prezzi impazziscono.

La strategia da adottare era semplice e urgente: diversificare subito le forniture fossili, importando più Gnl dagli Usa, Norvegia, Algeria, lanciare quel piano ambizioso che poi prese il nome di REPowerEU che le avrebbe permesso di tagliare i legami con Mosca entro il 2027. Tutto girava intorno alla Russia.

Tre anni dopo il discorso è cambiato radicalmente. La Comunicazione del 2025 si chiama “Visione dell’UE in materia di clima ed energia su scala mondiale” e il nemico principale non è più solo Putin, ma la strabordante supremazia cinese nelle tecnologie pulite.

L’obiettivo non è più “staccarsi dalla Russia”, ma arrivare a produrre il 15% delle tecnologie verdi del pianeta entro il 2040: pannelli solari, batterie, pale eoliche, accumulo. Si parla apertamente di competitività, autonomia strategica, catene di fornitura sicure.

Una questione di sicurezza

La sicurezza energetica del 2025 non si limita più al gasdotto giusto al momento giusto. Ora comprende la protezione da cyber-attacchi e sabotaggi alle infrastrutture critiche, il controllo delle materie prime strategiche (terre rare, litio, cobalto), persino l’energia per i mezzi militari e le basi operative.

Il CBAM, ormai a pieno regime dal 2026, è diventato un’arma commerciale vera: se vuoi vendere in Europa, rispetti i nostri standard ambientali o paghi.

Ursula von der Leyen, nel discorso sullo stato dell’Unione del settembre 2025, ha messo il punto: è arrivato “il momento dell’indipendenza europea”. Clima, energia e difesa sono la stessa partita. Le rinnovabili non servono solo all’ambiente, servono a non dipendere più da chi può chiudere il rubinetto quando vuole.

Un mercato da 2 trilioni in palio

Il numero che dà le vertigini è questo: il mercato globale delle tecnologie pulite passerà da 600 miliardi di euro nel 2023 a più di 2.000 miliardi nel 2035.

L’Europa vuole prendersi una fetta importante, puntando su ricerca (Horizon Europe gonfiato a 100 miliardi), esportazioni e accordi “con chi la pensa come noi”.

Global Gateway diventa lo strumento concreto di questa strategia, i cui cardini sono: idrogeno verde in Egitto (proiezione di 1,5 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030), solare a tappeto in Africa subsahariana (dove il potenziale è immenso ma sfruttato appena all’1%), intese con India, Brasile, Australia.

Per l’Italia tutto ciò significa possibilità concrete: Eni e Snam già lavorano con l’Algeria su idrogeno ed elettrolizzatori, l’Egitto può diventare un hub per esportare solare verso l’Europa. Si stimano 100.000 nuovi posti di lavoro nelle rinnovabili italiane entro il 2030. Non è poco.

I nodi da sciogliere

Non è tutto in discesa. Dentro l’Ue ci sono resistenze forti: il target climatico 2040 si è fermato al 90% di taglio delle emissioni invece del 95% sperato, perché industrie e partiti temono i costi. Le bollette ancora alte, l’ascesa degli euroscettici, la lobby fossile: tutto questo pesa.

Fuori casa la Cina domina l’80-90% di tante filiere verdi e non molla la presa. Gli Stati Uniti non sono più partner automatici. I soldi scarseggiano: il prossimo bilancio pluriennale dovrà coprire anche il nuovo budget della difesa e la transizione senza sforare le regole del debito.

Infine c’è il rischio diplomatico: se sembriamo troppo interessati a prendere risorse senza lasciare benefici veri nei paesi poveri, scatta l’accusa di “colonialismo verde”. Servono trasferimenti tecnologici seri, non solo promesse vaghe.

Il ruolo dell’Italia

Per un Paese come il nostro, la scommessa è duplice. Da un lato possiamo diventare il ponte naturale per idrogeno e rinnovabili dal Nord Africa, riducendo quella vulnerabilità che ci ha fatto male nel 2022-23.

Dall’altro dobbiamo sbrigarci: snellire le autorizzazioni, potenziare le reti, fare in modo che la transizione non diventi solo un salasso per famiglie e imprese.

La Comunicazione UE del 16 ottobre 2025 aggiorna la strategia climatica ed energetica globale, passando da una risposta reattiva alla crisi russa del 2022 a una visione proattiva di leadership industriale nelle tecnologie pulite, competitività e autonomia strategica contro la Cina, con grandi opportunità anche per l’Italia per la sua posizione nel Mediterraneo, ma anche rischi geopolitici, finanziari e di resistenze interne.

L’Italia si candida a diventare il vero hub energetico del Mediterraneo nella nuova strategia Ue. La sua posizione geografica, le infrastrutture già operative (gasdotti Transmed e Tap), la capacità industriale di Eni e Snam e i rapporti consolidati con i Paesi nordafricani la mettono in pole position per importare idrogeno verde e rinnovabili su larga scala.

Con l’Algeria si sta passando dal solo gas naturale a vere joint venture su elettrolizzatori e produzione di idrogeno verde, con investimenti italiani già in corso e progetti che potrebbero coprire una quota significativa del fabbisogno europeo. L’Egitto, grazie ai fondi Global Gateway, punta a diventare un corridoio solare verso l’Europa: parchi fotovoltaici enormi nel deserto, linee di trasmissione sottomarine e stoccaggio potrebbero convogliare energia pulita direttamente in Italia, trasformandola in hub di redistribuzione per il Centro-Nord Europa.

Questo doppio binario (idrogeno algerino + solare egiziano) non solo diversifica drasticamente le forniture, riducendo la vulnerabilità che abbiamo pagato cara nel 2022-23, ma genera occupazione qualificata: stime parlano di 80-120.000 nuovi posti di lavoro nel settore rinnovabili e idrogeno entro il 2030, tra cantieri, manutenzione, ricerca e logistica. Inoltre rafforza la filiera industriale nazionale (elettrolizzatori, turbine, storage) e crea valore aggiunto esportando know-how e tecnologie “made in Italy”.

In pratica, l’Italia può trasformare la transizione energetica da costo a opportunità strategica: sicurezza nazionale, crescita economica e peso geopolitico in un Mediterraneo sempre più centrale negli equilibri globali. A patto di accelerare permessi, reti elettriche e investimenti pubblici-privati, senza lasciare che burocrazia e ritardi ci facciano perdere il treno.

In fondo la Comunicazione del 2025 non è un libro dei sogni. È una mappa in un mondo che non regala niente. L’Europa ha capito che per contare deve essere verde, ma anche dura e realista. L’Italia ha la geografia, le aziende e la posizione per giocarsela bene. Basta non perdere altro tempo.

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