Washington, in questi giorni, non è soltanto il centro della diplomazia americana. È diventata il crocevia di una delle sfide più delicate della nuova geopolitica globale: il controllo delle materie prime critiche. Nella capitale statunitense, mentre si moltiplicano incontri e bilaterali, va in scena un confronto che intreccia industria, sicurezza e politica estera. È in questo contesto che si svolge la riunione ministeriale sui minerali critici convocata dal Dipartimento di Stato, con oltre cinquanta paesi rappresentati, chiamati a discutere come ridurre una dipendenza che negli ultimi anni si è trasformata in una vulnerabilità strategica.
L’Unione europea arriva a Washington con una proposta precisa. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Bruxelles è pronta a offrire agli Stati Uniti un accordo strutturato sulle materie prime critiche, con l’obiettivo dichiarato di contenere l’influenza della Cina e costruire catene di approvvigionamento più sicure. L’idea è quella di firmare un memorandum d’intesa per sviluppare una “Strategic Partnership Roadmap” entro tre mesi, con negoziati che potrebbero chiudersi già nelle prossime settimane. Un’accelerazione che riflette la consapevolezza, ormai diffusa, che il tempo gioca contro l’Europa.
Perché le materie prime critiche sono diventate una questione di sicurezza
Le materie prime critiche sono il cuore nascosto della transizione energetica e digitale. Batterie per auto elettriche, turbine eoliche, pannelli solari, microchip, smartphone, robot industriali e sistemi di difesa avanzata dipendono da materiali come litio, nichel, cobalto, rame e terre rare. Secondo la Commissione europea, 26 di questi materiali sono essenziali per la doppia transizione verde e digitale e 17 sono considerati strategici per il loro peso economico e per l’elevato rischio di approvvigionamento.
Il problema è la concentrazione geografica. Gran parte di questi materiali proviene da un numero ristretto di paesi extra-Ue e, soprattutto, passa per la Cina. Pechino non solo estrae circa il 70% delle terre rare mondiali, ma controlla anche fino al 90% della loro raffinazione chimica. È questo dominio sulla fase di trasformazione che consente alla Cina di decidere i prezzi e di esercitare una pressione costante sulle catene globali del valore, come dimostrato dalle restrizioni all’export introdotte di recente, anche in risposta ai dazi minacciati da Trump.
L’offerta europea agli Stati Uniti e la partita dei prezzi
È su questo terreno che si inserisce la proposta europea agli Stati Uniti. L’intesa in discussione prevede cooperazione per individuare nuove fonti di approvvigionamento, progetti industriali congiunti e strumenti per proteggere i mercati da eccessi di offerta e manipolazioni dei prezzi. Secondo le anticipazioni di Bloomberg, il memorandum suggerisce anche di esplorare meccanismi di sostegno ai prezzi, mercati basati su standard comuni e accordi di acquisto a lungo termine, oltre alla possibilità di creare scorte strategiche condivise.
Il tema dei prezzi è centrale anche per Washington. Il vicepresidente JD Vance ha annunciato che gli Stati Uniti intendono introdurre un sistema di prezzi minimi di riferimento per i minerali critici. L’obiettivo è evitare che l’afflusso di materie prime a basso costo, spesso di origine cinese, finisca per soffocare i produttori occidentali. “Stabiliremo prezzi di riferimento per i minerali critici in ogni fase della produzione”, ha spiegato Vance, chiarendo che per i paesi che aderiranno a questa sorta di area commerciale preferenziale tali prezzi fungeranno da soglia minima, sostenuta anche da strumenti tariffari.
Project Vault, la risposta americana alla dipendenza dalla Cina
Uno dei pilastri della strategia statunitense è il “Project Vault”. Come raccontato dal New York Times, il presidente Donald Trump ha lanciato una riserva strategica di minerali critici da 12 miliardi di dollari, pensata per ridurre la dipendenza americana dalla Cina per componenti fondamentali delle tecnologie moderne. Il progetto sarà finanziato attraverso una partnership pubblico-privata, con 10 miliardi di dollari garantiti dall’Export-Import Bank e circa 2 miliardi di investimenti privati.
Secondo quanto riportato dal New York Times, all’iniziativa partecipano grandi gruppi industriali e tecnologici come General Motors, Stellantis, Boeing e Google. L’obiettivo è creare una riserva simile a quelle energetiche, che consenta alle aziende di accedere a materiali strategici senza doverli accumulare singolarmente, proteggendole sia da shock geopolitici sia dalla volatilità dei prezzi.
Altri 70 miliardi: il Congresso rafforza la strategia Usa
L’attivismo americano è destinato ad aumentare. Secondo Reuters, che cita il Financial Times, un gruppo bipartisan di senatori presenterà una legge per rifinanziare l’Export-Import Bank con altri 70 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Il provvedimento punta ad alzare il tetto dei prestiti dell’agenzia da 135 a 205 miliardi di dollari, proprio per sostenere progetti legati ai minerali critici.
Per i promotori dell’iniziativa, il ruolo dello Stato è decisivo per rendere sostenibili investimenti che altrimenti non riuscirebbero a competere con i prezzi imposti dalla Cina. La strategia americana appare quindi sempre più orientata a un intervento diretto sul mercato, giustificato da esigenze di sicurezza economica e nazionale.
L’Europa rallenta e la Corte dei conti lancia l’allarme
Se Washington accelera, Bruxelles deve fare i conti con i propri limiti. Il 2 febbraio la Corte dei conti europea ha pubblicato un rapporto sullo stato di avanzamento della strategia Ue sulle materie prime critiche. La diversificazione dei fornitori “non sta producendo risultati tangibili”, le strozzature ostacolano l’estrazione interna e il riuso “è ancora agli albori”. Di questo passo, avverte la Corte, gli obiettivi fissati per il 2030 rischiano di restare un miraggio.
I dati sono eloquenti. Tra il 2020 e il 2024, le importazioni dell’Ue dai paesi con cui sono stati firmati partenariati strategici sono diminuite per circa la metà delle materie prime critiche. Sul fronte del riciclaggio, sette materiali su 26 hanno tassi compresi tra l’1% e il 5%, mentre dieci non vengono riciclati affatto. Anche l’estrazione interna fatica a decollare: possono servire fino a vent’anni per rendere operativo un nuovo progetto minerario europeo, un orizzonte incompatibile con le scadenze della transizione verde.
Italia protagonista sullo stoccaggio europeo
In questo scenario complesso, l’Italia prova a ritagliarsi un ruolo strategico. Come annunciato oggi dal ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, “l’Italia è nella short list per avere uno dei primi due centri strategici di stoccaggio per materie prime critiche in Europa”. Il ministro ha spiegato che il sito potrebbe sorgere nel Nord Italia, vicino alle principali infrastrutture di trasporto.
Per Urso, lo stoccaggio è una risposta diretta ai rischi geopolitici. “In questo mondo dobbiamo garantire l’autonomia strategica”, ha detto, sottolineando che le materie prime critiche sono “il bene più prezioso” per l’industria europea.
Tajani: senza concorrenza l’industria europea è azzoppata
A Washington, la posizione italiana è stata ribadita con forza dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Siamo la seconda potenza industriale europea, la quarta potenza commerciale mondiale e, se vogliamo essere competitivi sul mercato, non possiamo pagare tali materie in un regime di monopolio, quale oggi di fatto è”, ha dichiarato Tajani, parlando con i giornalisti prima della riunione ministeriale.
Il titolare della Farnesina ha insistito sulla necessità di creare un mercato libero anche per le materie prime critiche. “Bisogna fare accordi con i paesi africani, con quelli dell’America latina e anche con paesi asiatici, perché oltre alla posizione di grande forza della Cina, che oggi decide il prezzo delle materie prime, ci sia un’alternativa», ha spiegato. Tajani ha definito “fondamentale” il contributo dell’Italia, ricordando l’accordo già firmato con la Germania e inviato ai partner europei per costruire una strategia comune sulle terre rare.
“La concorrenza è un elemento chiave del mercato libero mondiale”, ha aggiunto il ministro, sottolineando che senza materie prime a prezzi sostenibili non possono esistere né microchip né industria ad alta tecnologia.
La replica della Cina: dialogo e stabilità
Di fronte all’attivismo occidentale, Pechino ha risposto con toni misurati ma significativi. Secondo quanto riportato da Reuters, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha dichiarato che “tutte le parti hanno la responsabilità di svolgere un ruolo costruttivo nel salvaguardare la stabilità e la sicurezza delle catene globali di approvvigionamento e produzione”. Un richiamo al dialogo che arriva mentre Stati Uniti e Unione europea discutono apertamente di come ridurre la loro dipendenza dalla Cina.
Dietro l’invito alla cooperazione resta però il dato strutturale: il controllo cinese sulle fasi chiave della filiera dei minerali critici continua a rappresentare un fattore di pressione geopolitica difficilmente aggirabile nel breve periodo.
La partita delle materie prime critiche è dunque ormai una sfida globale che va ben oltre il commercio. Incrocia transizione energetica, sicurezza nazionale, competitività industriale e politica estera. Washington ha scelto la strada dell’intervento diretto e delle scorte strategiche, Bruxelles prova a costruire alleanze e strumenti comuni, mentre l’Italia punta a diventare uno snodo centrale nella nuova architettura europea.







