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Trump spara su Nord Stream 2 (e il consorzio Allseas si ferma)

Nord Stream 2

Le sanzioni Usa contro il gasdotto russo Nord Stream 2, le rimostranze della Germania e gli effetti sulle aziende in campo. L’approfondimento di Marco Orioles

 

PRIMO PIANO: GLI USA SANZIONANO IL GASDOTTO NORDSTREAM (E I LAVORI DI POSA SI FERMANO)

Ha avuto l’effetto di un terremoto squassante sul mercato dell’energia, e nel già accidentato terreno delle relazioni transatlantiche, la firma apposta venerdì da Donald Trump sulla legge varata dal Congresso Usa – il National Defense Authorization Act – che, tra le altre cose, impone sanzioni alle aziende che concluderanno i lavori di realizzazione del gasdotto russo Nord Stream 2.

Ma è un po’ tardi, hanno subito osservato molti osservatori tra cui la rivista Forbes, per bloccare il varo di una pipeline – quella voluta dal colosso russo energetico Gazprom, dunque dal Cremlino, in concorso con un consorzio che comprende Royal Dutch Shell, la compagnia francese Engie, la società austriaca OMV e quelle tedesche Uniper e Wintershall – che è già completa all’83% per un’estensione di 2.042 km sotto il mar Baltico.

La decisione Usa, tra l’altro, arriva non molto tempo dopo che il governo danese ha approvato definitivamente la costruzione della sezione mancante del Nord Stream che attraverserà le acque territoriali danesi: lavori che, si stima, dovrebbero essere completati in appena cinque settimane. Se si considera che la legge varata dalla Casa Bianca ha bisogno di 30 giorni solo per stilare la lista delle aziende colpite dalle sanzioni, si fa presto a concluderne che la mobilitazione dell’America potrebbe servire a ben poco.

La tempistica della mossa dell’amministrazione Trump non convince anche perché si manifesta pochi giorni dopo che Vladimir Putin – il bersaglio n. 1 della furia trumpiana insieme alla Germania e agli altri clienti europei assetati del gas russo – ha raggiunto un’intesa con il collega ucraino Zelensky per il transito del gas russo attraverso il territorio ucraino – intesa che dunque fa venire meno uno dei problemi generati da una pipeline che la Russia ha concepito anche per bypassare Kiev e negarle miliardi di dollari in diritti di passaggio.

Tardiva o meno che sia, la decisione di The Donald di colpire quel che il Congresso, nel provvedimento di legge, ha definito l’ennesimo “strumento di coercizione” della Russia nei confronti di un’Europa ridotta a “ostaggio” di Putin, atterra in Europa come un dardo incendiario.

Il consorzio che gestisce Nord Stream2 ha in verità fatto spallucce, rilasciando una dichiarazione nella quale, oltre a ricordare che “completare il progetto è essenziale per la sicurezza dei rifornimenti europei”, si annuncia che lo stesso consorzio, “insieme alle compagnie che supportano il progetto, procederà il prima possibile con il completamento della pipeline”.

Chi ha alzato la voce è stata invece la Germania, che già nei giorni precedenti, per bocca della cancelliera Merkel, aveva reso nota la propria “opposizione alle sanzioni extraterritoriali” Usa. Una volte che queste ultime, da intenzione, si sono trasformate in realtà, è stato il ministro degli Esteri Heiko Maas a sbroccare, parlando di una inaccettabile “interferenza in una decisione autonoma presa in Europa”.  “La politica energetica europea”, ha tuonato il capo della diplomazia di Berliino, “viene decisa in Europa, non negli Usa”.

Più attenuate le parole dell’Unione Europea che, attraverso una portavoce, ha fatto sapere che “in linea di principio (..) si oppone all’imposizione di sanzioni contro aziende Ue che conducono il proprio business legittimo”

E nel fine settimana si è fatta immancabilmente sentire anche la voce di Mosca, che tramite il sempre attivo ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha giurato che Nordstream 2 andrà avanti fino alla posa dell’ultima pietra e che anzi la Russia reagirà duramente alle misure prese dagli Usa.

Questo turbine di parole che ha attraversato l’Atlantico nel fine settimana si sarebbe potuto risolvere come la classica tempesta nel bicchiere d’acqua se nel pomeriggio di sabato non fosse giunto, come un fulmine al ciel sereno, il comunicato del contractor svizzero-olandese che sta procedendo con la realizzazione del Nord Stream2.

Con un testo dalla lunghezza telegrafica, la Allseas ha fatto sapere che, “anticipando l’entrata in vigore del National Defense Authorization Act (l’azienda) ha sospeso le attività di posa dei tubi del Nord Stream 2” e che attende di ricevere dalle “autorità americane (le) linee guida e i necessari chiarimenti regolatori, tecnici e ambientali”.

Il passo indietro di Allseas è dunque una bella gatta da pelare per Putin, Merkel e per tutti coloro che, in Europa, pensavano di aver assistito venerdì scorso ad una innocua sfuriata da parte del capo della Casa Bianca e dei suoi parlamentari.

Il National Defense Authorization Act, invece, tutto è fuorché il fuoco fatuo di un impero che ha rinunciato alle sue priorità geostrategiche. E permettere allo Zar di sottomettere l’Europa a causa dei rigori invernali, e di trasformarla in una provincia del proprio impero energetico, è qualcosa che il team Trump – al di là delle sue bizzarrie e degli innumerevoli passi falsi – non sembra disposta a contemplare.

Del resto, c’è un bel po’ di shale gas a stelle e strisce da piazzare sul mercato, e quella pipeline di Gazprom che secondo i piani dovrebbe raddoppiare il già cospicuo ammontare di gas russo (55 miliardi di metri cubi) che prende ogni anno la via del Vecchio Continente attraverso la rotta del vecchio NordStream rappresenta, per gli Usa di Trump, niente meno che un ostacolo da abbattere. Con tutti i mezzi disponibili.

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