C’è un filo poco visibile che lega il prezzo del petrolio al prezzo del pane. Passa dal gas naturale e arriva direttamente nei campi agricoli. L’agricoltura moderna dipende infatti in modo strutturale dai fertilizzanti azotati, prodotti a partire dall’ammoniaca e poi trasformati in urea. E per produrre ammoniaca serve gas naturale: come materia prima e come fonte energetica.
ENERGIA E AGRICOLTURA: UN LEGAME POCO VISIBILE
Questo significa che energia e cibo viaggiano insieme. Quando il prezzo dell’energia sale, anche il costo dei fertilizzanti aumenta. E quando i fertilizzanti diventano più costosi, la pressione si trasferisce sui prezzi alimentari. È un meccanismo semplice, ma potentissimo.
Lo abbiamo già visto nel 2022. Dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%. Non fu una coincidenza. Fu la trasmissione diretta dello shock energetico all’economia reale.
Il rischio sta riemergendo oggi con le gravi interruzioni del traffico nello Stretto di Hormuz. Il Medio Oriente non è solo un hub energetico globale. È anche uno dei principali poli produttivi di fertilizzanti azotati, proprio perché dispone di grandi quantità di gas naturale.
IL NODO DEL GAS NATURALE
Attraverso Hormuz transita circa il 20% del commercio mondiale di LNG e circa un quarto dei flussi globali di urea. Se questa arteria logistica si inceppa, il problema non è tanto la disponibilità di fertilizzanti in sé. Altri produttori, come la Cina, potrebbero aumentare la produzione.
Il nodo vero è il gas naturale. Meno gas disponibile significa fertilizzanti più costosi. Ed è qui che il rischio inflazionistico prende forma. Uno shock energetico si trasmette all’economia anche attraverso il canale alimentare.
LO SHOCK ENERGETICO E L’INFLAZIONE
Per capire l’ordine di grandezza, si può modellizzare l’impatto di uno shock di 20 dollari sul petrolio partendo da una base di 65 dollari. L’effetto sull’inflazione non dipende solo dall’energia, ma anche dal cibo. Alcuni paesi scelgono di contenere i prezzi energetici con sussidi o regolazioni, altri intervengono sui prezzi alimentari o utilizzano le scorte. In ogni caso il costo riappare altrove: nell’inflazione o nei conti pubblici.
Se questo conflitto durasse oltre le 4 settimane, l’effetto sull’economia globale sarebbe tutt’altro che marginale. L’inflazione tornerebbe a salire, le aspettative si disancorerebbero e la pressione politica – soprattutto sui prezzi del cibo – diventerebbe rapidamente ingestibile.
A quel punto, governi e banche centrali non potrebbero più permettersi di ignorarlo. Perché quando sale l’energia, prima o poi sale anche il prezzo del cibo. Sempre.




