Gli Stati Uniti stanno guidando con determinazione una vera e propria corsa globale all’accaparramento di terre rare, materiali strategici indispensabili per la transizione energetica, la difesa e l’elettronica di consumo.
Al centro di questa accelerazione, scrive il Financial Times che al tema dedica un lungo approfondimento, c’è USA Rare Earth, un’azienda americana che in meno di un anno ha chiuso quattro accordi di rilievo e si prepara a investire oltre 3 miliardi di dollari per costruire una filiera integrata “dalla miniera al magnete”.
Washington, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ha moltiplicato gli sforzi per ridurre la dipendenza da Pechino, erogando finanziamenti massicci, garanzie di prezzo e sostegni diretti.
Il risultato è un mercato rovente, con valutazioni elevate, nuovi investitori attirati nel settore e una chiara consapevolezza: solo pochi grandi player occidentali, a partire da quelli statunitensi, potranno imporsi in questa partita geopolitica decisiva.
Spezzare la catena cinese
Le terre rare rappresentano oggi uno dei punti più critici della catena di approvvigionamento globale. Questi elementi sono essenziali per produrre i magneti permanenti utilizzati nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche, nei caccia e negli smartphone.
Da anni l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, dipende in modo stringente dalla Cina, che controlla quasi l’intera filiera. Questa vulnerabilità strategica ha spinto Washington a intervenire con forza crescente, sostenendo lo sviluppo di una catena di fornitura alternativa autonoma.
Dal ritorno di Trump alla presidenza, il governo americano ha annunciato 18,6 miliardi di dollari tra fondi impegnati e potenziali per i minerali critici, con la stragrande maggioranza destinata proprio alle terre rare.
Garanzie di prezzo minimo, accordi di acquisto pluriennali e finanziamenti diretti stanno creando una fascia protetta del mercato, con l’obiettivo di difendere i produttori occidentali dalle pratiche di dumping che hanno frenato gli investimenti negli anni passati.
USA Rare Earth: da startup senza ricavi a protagonista
Fino a poco tempo fa USA Rare Earth era un’azienda in perdita e priva di ricavi significativi. Oggi è diventata uno dei nomi più dinamici e ambiziosi del settore.
Guidata dall’amministratrice delegata Barbara Humpton, la società ha completato quattro operazioni importanti in meno di dodici mesi, raccogliendo circa 2 miliardi di dollari da investitori privati.
Tra gli accordi più rilevanti figurano l’acquisto di Less Common Metals (LCM) nel Regno Unito per 217 milioni di dollari, l’integrazione con Texas Mineral Resources Corporation per lo sviluppo di una miniera texana, l’acquisizione di Serra Verde in Brasile per 2,8 miliardi di dollari e una partecipazione del 12,5% nell’azienda francese Carester.
Parallelamente, USA Rare Earth ha ottenuto 1,6 miliardi di dollari di finanziamenti condizionati dal governo Usa per realizzare una fabbrica di magneti in Oklahoma.
La costruzione di una filiera integrata
In Occidente manca ancora un modello pienamente integrato come quello dominante in Cina.
Il percorso è articolato: dal minerale grezzo si ottengono gli ossidi, poi le leghe metalliche e infine i magneti. Per anni la mancanza di capitali sufficienti ha impedito di sviluppare contemporaneamente miniere, impianti di separazione e fabbriche di magneti.
Oggi il quadro sta cambiando rapidamente. Investimenti da miliardi di dollari, un tempo impensabili, sono diventati la norma. Con l’acquisto di LCM, USA Rare Earth ha ottenuto i primi ricavi e clienti di prestigio, tra cui il produttore tedesco di magneti Vacuumschmelze, pur mantenendo una barriera protettiva per tutelare la proprietà intellettuale degli altri clienti.
Anche Energy Fuels, altra realtà americana, sta esplorando acquisizioni sia a monte sia a valle della catena, confermando l’interesse diffuso per l’integrazione verticale.
Un mercato caldo
Gli analisti descrivono un settore con quotazioni in forte crescita che offrono alle aziende munizioni per nuove operazioni, anche senza ingenti uscite di cassa.
Le valutazioni non si basano solo sulla redditività attuale, ma soprattutto sul valore strategico nel contesto geopolitico.
Secondo Oskar Lewnowski di Orion Resource Partners, i primi che riusciranno a muoversi con decisione si accaparreranno la parte più consistente del mercato. Una volta che la filiera occidentale raggiungerà una capacità sufficiente a soddisfare la domanda in crescita, lo spazio per altri giocatori si ridurrà drasticamente.
Rebecca Campbell di White & Case parla di due fasi successive: prima una serie di integrazioni verticali, poi una ondata di consolidamenti una volta saturata la domanda.
Il caso Serra Verde
L’acquisizione di Serra Verde è esemplare della nuova stagione.
La miniera brasiliana, tra le poche in grado di produrre terre rare pesanti fuori dalla Cina, ha siglato un accordo con il governo Usa: una quota significativa della produzione iniziale verrà acquistata a prezzo minimo garantito per quindici anni attraverso un veicolo speciale finanziato da fondi pubblici e privati.
Thras Moraitis, amministratore delegato di Serra Verde, ha sottolineato come l’operazione abbia ridotto notevolmente i rischi e permesso all’azienda di entrare in un gruppo più grande, sfruttando il vantaggio di chi è arrivato per primo.
Per USA Rare Earth l’accordo accelera il percorso verso la redditività e aiuta a soddisfare le condizioni necessarie per accedere pienamente ai finanziamenti governativi.
Pochi grandi vincitori
Il panorama resta competitivo e selettivo. Molti progetti portati avanti da società minori presentano qualità variabile, mentre la domanda finale, pur in crescita, non è illimitata.
Le preoccupazioni per un possibile eccesso di offerta cinese non sono del tutto svanite, ma i robusti sostegni statali americani stanno modificando le regole del gioco.
Come nota David Abraham, USA Rare Earth punta a rendersi indispensabile collegando i diversi segmenti della filiera e riducendo i rischi per il futuro dell’Occidente.
Gli esperti concordano su un punto: chi riuscirà a scalare per primo, con bilanci solidi e un’integrazione verticale efficace, avrà un vantaggio decisivo.
Sulla scacchiera rimangono poche pedine importanti. Prima o poi verranno distribuite tra tre o quattro grandi contendenti in grado di competere davvero.







