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Ecco perché i litigi nell’Opec sul petrolio turbano Biden

Dati Biometrici

Gli Stati Uniti vogliono che l’Opec raggiunga presto un accordo di compromesso, in modo da scongiurare una crisi dei prezzi e delle forniture di petrolio. Tutti i dettagli e le motivazioni

Il litigio nell’OPEC+, che ha già fatto salire il prezzo del petrolio e agitato i mercati, è seguito con parecchia attenzione dall’amministrazione del presidente americano Joe Biden, che spinge perché si arrivi presto a un compromesso tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

IL LITIGIO NELL’OPEC, IN BREVE

Abu Dhabi è contraria al prolungamento del sistema delle quote massime di produzione petroliera – introdotto l’anno scorso per bilanciare offerta e domanda dopo la crisi pandemica – fino alla fine del 2022, e vorrebbe piuttosto vedersi riconosciuta la possibilità di mettere in commercio più barili.

Riad, che agisce da coordinatrice generale dell’OPEC+, resiste invece ad acconsentire alla richiesta emiratina per non creare un precedente, al quale gli altri membri del gruppo potrebbero poi richiamarsi per far valere le proprie posizioni.

Se l’Arabia e gli Emirati non dovessero ricomporre il loro dissidio, il rischio è che salti l’accordo dell’OPEC+ per immettere sul mercato ulteriori 400mila barili di petrolio al giorno da agosto, e che il mondo rimanga sprovvisto di energia con cui alimentare la ripresa economica.

IL SOLLECITO DEGLI STATI UNITI

La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha appunto fatto sapere questo lunedì che gli Stati Uniti stanno “monitorando da vicino i negoziati dell’OPEC+ e il loro impatto sulla ripresa economica globale dalla pandemia di COVID-19”.

Gli Stati Uniti, ha ricordato, non fanno parte di questi negoziati perché non sono membri dell’OPEC+, ma i funzionari di Washington sono entrati in contatto con le amministrazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e di altri partner americani “per sollecitare un soluzione di compromesso che consentirà di procedere con gli aumenti di produzione previsti”.

PERCHÉ BIDEN NON FARÀ TELEFONATE

Psaki non ha offerto maggiori dettagli, ma ha voluto specificare che è improbabile che il presidente Biden in persona faccia delle telefonate. Si tratta di una precisazione significativa, perché la portavoce vuole segnalare la distanza nei metodi tra Biden e il suo predecessore Donald Trump, che al contrario aveva detto, nel 2019, di aver telefonato all’OPEC per chiedergli di agire per far abbassare i prezzi dei carburanti.

Trump era intervenuto direttamente negli affari dell’OPEC anche nel 2020, quando i prezzi del greggio scesero sotto lo zero e colpirono l’industria americana degli idrocarburi, che si concentra principalmente in stati guidati dal Partito repubblicano (il Texas, innanzitutto).

PERCHÉ GLI STATI UNITI SI INTERESSANO ALL’OPEC

L’interesse degli Stati Uniti per i litigi interni all’OPEC+ ha due motivazioni, strettamente connesse.

La prima è che l’amministrazione Biden non vuole che l’aumento del prezzo del petrolio – i due principali benchmark internazionali, il Brent e il WTI, sono sopra i 73 dollari al barile – si traduca in aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: questo significherebbe trasporti più costosi, e quindi anche merci più care per i consumatori. Prezzi dell’energia troppo alti rappresentano quindi una minaccia alla ripresa economica dalla crisi del coronavirus, che è la priorità nell’agenda della Casa Bianca.

L’altra motivazione è che gli alti prezzi dei carburanti andrebbero a incidere negativamente sulla cosiddetta driving season, cioè l’estate, la stagione in cui gli americani si muovono e guidano di più per il paese per raggiungere i luoghi delle vacanze.

INDIPENDENZA ENERGETICA?

Nella conferenza stampa di lunedì, la portavoce Psaki ha detto che gli Stati Uniti sperano che l’OPEC+ raggiunga presto un accordo che “promuova l’accesso all’energia abbordabile e affidabile”.

È una conferma implicita del fatto che gli Stati Uniti non hanno raggiunto l’indipendenza energetica. La nazione è sì diventata una superpotenza degli idrocarburi – è la prima produttrice di petrolio al mondo -, anche se continua a ricevere greggio dall’esterno (principalmente dal Canada, poi Messico e Arabia Saudita). E, soprattutto, l’America non è in grado di isolarsi dagli effetti sul mercato causati dalle perturbazioni in Medio Oriente o, come in questo caso, dai litigi tra gli esportatori della regione.

COSA FANNO I PRODUTTORI DI SHALE OIL

In questo momento, peraltro, gli Stati Uniti non possono fare pieno affidamento sull’output proveniente dai giacimenti domestici di shale oil. La crisi del coronavirus ha colpito duramente il settore, composto da tante aziende indebitate che hanno bisogno di prezzi al barile intorno ai 50-60 dollari per riuscire a ricavare profitto dall’estrazione.

Anche se oggi il valore del greggio è tornato su livelli alti, i produttori di shale resistono all’idea di aumentare freneticamente gli investimenti nelle nuove trivellazioni e scelgono piuttosto di moderarsi, per accontentare gli investitori che chiedono disciplina fiscale e ritorni finanziari.

Secondo i dati ufficiali, a giugno la produzione di petrolio shale negli Stati Uniti ammontava a circa 7,7 milioni di barili al giorno, vale a dire il 15 per cento in meno rispetto al picco di gennaio 2020 (9,1 milioni di barili al giorno).

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