Energia

Tutto ok con il radon nelle case?

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Che cosa dice il rapporto Isin sul radon

 

Chiusi in casa per sfuggire al contagio da coronavirus. E va bene. Ma quanto sono sicure le nostre abitazioni?

Quanto sono protette da agenti e polveri che circolano nell’atmosfera? Pensiamo poco se intorno a noi, oltre a smog e particolati, ci possono essere anche killer radioattivi. Minacce ai polmoni che esistono molto prima dell’arrivo del Sars-Cov 2. Non sono in cima ai nostri pensieri. Eppure questi pericoli esistono.

L’ispettorato per la Sicurezza Nucleare – ISIN – ha censito almeno 500 mila case esposte al rischio del radon, un gas radioattivo molto pericoloso, difficilissimo da intercettare.

L’Ente italiano ha inserito questo dato preoccupante – tra tanti altri meno gravi – nel suo Rapporto “La sorveglianza della radioattività ambientale in Italia”. Un documento fondamentale per capire lo stato di salute delle nostre città e cercare di tutelare la salute delle persone. Di questi tempi, pieni di ansia per il coronavirus, il documento va letto in controluce, proprio per alzare il livello di guardia e proteggerci il più possibile.

Il radon – inodore, incolore, insapore – è un gas naturale radioattivo conseguente alla caduta di radio e penetra nelle rocce, nei suoli e nei materiali da costruzione. Tutto in maniera naturale. Il guaio è che milioni di italiani se lo trovavano negli edifici (radon indoor), con concentrazioni variabili. Su 31 milioni di abitazioni censite sul territorio nazionale più di 500.000 (circa l’1,7%) presenterebbero livelli di radon superiori a quello di riferimento di 300 Bq m-3 (Becquerel per metro cubo) fissato a livello europeo.

Sul sito del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente si nota che nel 2018 (anno dei dati del rapporto), “i valori di concentrazione dei radionuclidi, indicatori della presenza di radioattività nell’ambiente derivante dalle attività nucleari, non hanno alcuna rilevanza dal punto di vista radiologico e sono tali da non costituire alcun rischio di tipo sanitario. La presenza di questi radionuclidi – cesio137 e stronzio90 – nell’ambiente è derivante dalle ricadute degli esperimenti atomici condotti in atmosfera nel dopoguerra e dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl”.

Il radon è in Lombardia, Lazio, Campania, Abruzzo, scelte a campione. In Lombardia – la Regione più colpita dal Covid 19 con enormi danni polmonari – le case a rischio sarebbero circa 200 mila (4,1% del totale).

Non ci sono relazioni scientifiche o valutazioni tecniche tra coronavirus e radon. Entrambi toccano l’apparato respiratorio. Pensiamo che bastino valutazioni sociali e sanitarie per dire che è una Regione ricca, ma che ha gravissimi problemi ambientali che finiscono per accrescere contaminazioni di ogni tipo.

A livello nazionale, dice il Rapporto ISIN, la concentrazione media radon stimata (70 Bq m-3) è superiore alla media europea (55 Bq m-3) e a quella mondiale (40 Bq m-3). Un quadro che inquieta, poiché il principale pericolo è che il gas viene inalato.

“Inspirato in quantitativi in eccesso e per periodi prolungati, può provocare seri danni alla salute, in particolare ai polmoni, qualificandosi come seconda causa di rischio per l’insorgenza di un tumore, dopo il fumo”, hanno spiegato all’Istituto Veronesi.

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per legge tiene sotto controllo il fenomeno e conferma che il 10% dei decessi per cancro ai polmoni è legato all’esposizione al gas radon. Regioni, Province, Comuni tramite le Agenzie regionali di protezione ambientale, fanno indagini su abitazioni, scuole e luoghi di lavoro.

Più di 4 mila Comuni sono in possesso dei dati rilevati in particolare per le abitazioni situate a diversi piani o tra quelle ai piani terra. Per difendersi dal radon – aggiungono alla Fondazione Veronesi – grazie alla sua volatilità, la prima prevenzione è la costante areazione dei locali dove il gas è presente. Consigli utili per chiunque, certamente, e da seguire se si è a conoscenza del rischio.

Ma a livello pubblico, cosa si fa? Dopo i dati dell’ISN, c’è da chiedersi se l’Istituto Superiore di Sanità non debba fare rapidamente un ulteriore sforzo di aggiornamento ed attuazione del Piano Nazionale Radon per la riduzione del rischio polmonare. Si i polmoni, il punto debole del nostro organismo. Il pericolo c’è e pensiamo tutti che resterà anche dopo la pandemia da Covid 19. Gli scienziati del Ministero della Salute raccolgano l’allarme.

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