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Petrolio e Gas, alla ricerca della quadra nel nuovo (dis)ordine mondiale

Petrolio

L’analisi di Raffaele Perfetto

Qualche settimana fa su Startmag.it ho parlato del peso di gas e petrolio nel conflitto siriano. Tra le cause del conflitto si annovera il rifiuto nel 2009 da parte del Presidente Assad al transito di un gasdotto proposto dal Qatar (e alleati di allora). In alternativa Assad avrebbe supportato un altro gasdotto (benedetto anche dalla Russia) che sarebbe dovuto partire dalla parte iraniana del più grande giacimento di Gas al mondo. Parliamo del South Pars o North Dome (a seconda se si considera lato Qatar o lato Iran): si tratta infatti fisicamente dello stesso giacimento. Del “gasdotto della discordia” ne parla la rivista americana Politico in un articolo di Robert F. Kennedy Jr., figlio di Bob (di cui proprio i questi giorni ricorre il cinquantenario della morte).

Possibili gasdotti verso Europa da Oilprice.net

 

UNA SOLUZIONE SI TROVA

Glencore (il colosso di trading di materie prime) e il Qatar avrebbero deciso di abbandonare il loro piano di vendita del 9% di Rosneft. Lo riportava a inizio maggio il Wall Street Journal. La loro quota era infatti destinata inizialmente alla compagnia cinese CEFC Energy. Se l’accordo fosse andato in porto, la CEFC Energy avrebbe raggiunto il 14% di Rosneft. Si sarebbero quindi ulteriormente consolidati i già robusti legami tra Mosca e Pechino. Invece, a crescere in Rosneft, sarà proprio il Qatar che raggiungerebbe circa il 18%.

Mossa importante perché il Qatar diversifica la sua posizione e diluisce i suoi rischi. E se il gasdotto benedetto dalla Russia dovesse andare avanti, tanto meglio: adesso in Rosneft c’è un po’ di Qatar…

IRAN

Il segretario di stato americano Mike Pompeo ha ribadito la sua posizione sul nucleare iraniano, ha minacciato infatti le “sanzioni più forti mai viste” se l’Iran non ridurrà la sua influenza in Medioriente e i test di missili di lungo raggio.

L’Iran si avvicina a questo punto verso Russia e Cina che andrebbero a colmare i vuoti “economici” (e non solo) delle compagnie euro-americane. La compagnia cinese CNPC infatti è già pronta a prendere il posto della francese Total in caso saltasse l’accordo previsto di circa un miliardo di dollari di investimenti. Sempre a maggio, le due compagnie petrolifere cinesi CNPC e Sinopec hanno inviato una delegazione a Teheran per discutere di un investimento di circa tre miliardi di dollari. Si tratterebbe dell’investimento che la anglo olandese Shell da marzo starebbe pensando di abbandonare proprio in vista della stretta sulle sanzioni.

A fine maggio, Reuters riporta che la Total comprerà una quota pari al 10% del progetto Arctic Gas: si tratta del progetto a gas dell’artico via LNG (gas liquefatto) molto a cuore a Putin. In definitiva se l’affare iraniano dovesse saltare per la Total, quello del gas artico sarebbe una valida alternativa.

EURASIA

Il Presidente Trump “pare” stia spingendo la Cancelliera Merkel a non supportare il progetto del gasdotto Nord Stream 2 cioè il gasdotto che dalla Russia arriverebbe in Germania direttamente dal Mar Baltico. Quest’ attività di “persuasione” da parte dell’amministrazione americana, avveniva in aprile. L’attuale problema di una tradewar tra Stati Uniti / Europa sembrerebbe sempre più manifestarsi come una partita tra Stati Uniti / Germania. Ad esserne coinvolte sarebbero l’industria dell’acciaio, dell’alluminio, quindi dell’auto. Tutti sanno quanto sia energivora l’industria dell’acciaio. Avere gas a basso costo rappresenta una sede di vantaggio competitivo per le acciaierie europee (tedesche). Ad oggi il più grande produttore di acciaio al mondo è la Cina (quasi il 50%) poi abbiamo il Giappone, gli Stati Uniti, la Russia, la Corea del Sud, la Germania, la Turchia, il Brasile e l’Italia (che resta tra i primi 10 al mondo).

Potremmo azzardare, sbilanciandoci un po’, che il messaggio lanciato dall’amministrazione Trump, sia di comprare -più LNG targato USA-. Il gas liquefatto (LNG) americano sarebbe tuttavia economicamente meno vantaggioso per l’Europa: quello russo costerebbe circa il 20% in meno.

Inserendo il tutto in un quadro più ampio, questi “segnali” da parte degli Stati Uniti potrebbero essere interpretati come un tentativo di riequilibrare un trade umbalance presente. È noto a tutti che il Presidente Trump ha criticato più di una volta il disavanzo commerciale tedesco in Europa.

PACIFICO

Abbandoniamo per il momento il peso geopolitico del fallimento del G7 degli ultimi giorni i cui risvolti saranno più chiari in futuro.
Ma dal G7 cogliamo 2 messaggi importanti: il primo è che Trump richiama Putin al tavolo del G7. Il secondo è che Trump lascia in anticipo il meeting senza siglare nessuna dichiarazione congiunta con gli storici partner. Si dirige a Singapore dove incontra Kim Jong-un. Inoltre da menzionare che più o meno nelle stesse ore del G7 avveniva dall’altra parte del mondo un altro vertice dell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (SCO), organizzazione che vede ai vertici due paesi chiave nelle geopolitica attuale e dei prossimi anni: Russia e Cina.

Cosa c’entra il gas con il trade umbalance? C’entra: stiamo parlando di Stati Uniti e Cina.

Proprio in queste ultime ore sta facendo notizia l’ultima mossa dell’amministrazione Trump che ha dichiarato di voler colpire con tariffe su circa 50 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal l’azione è per bilanciare le costanti pressioni dell’amministrazione cinese verso le compagnie americane a favorire il trasferimento del know-how tecnologico verso quelle locali. Fermiamoci qui e andiamo indietro di qualche mese.

Riprendiamo un altro articolo interessante del Wall Street Journal che indicava il valore delle esportazioni americane dirette in Cina nel 2017 su cui erano presenti tariffe. Parliamo di un totale di circa 50 miliardi di dollari, con 4 macro categorie merceologiche e cioè: mezzi leggeri-pesanti-aerei, prodotti chimici, plastiche-gomme, soia. Diamo anche qualche numero: soia per circa 12 miliardi, aerei per 16 miliardi di dollari, propano per 2 miliardi di dollari, mezzi di trasporto pesanti per 7 miliardi di dollari circa.

Vediamo adesso il valore delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti. Nel 2017 erano pari ad un totale di 46 miliardi di dollari, anche qui abbiamo 4 macro categorie anche se la vera parte del leone la fa quella di -macchinari, applicativi meccanici e materiale elettrico-. Di questa categoria la parte più grossa è fatta dal segmento televisioni con un valore di 4 miliardi di dollari.

L’LNG americano potrebbe entrare nella partita per bilanciare il trade. La Cina è il più grande importatore di energia, la cui domanda continua a crescere. Gli Stati Uniti si proiettano ad essere i più grandi produttori. Dal momento che la Cina è proiettata a ridurre l’utilizzo del carbone, quale miglior candidato del gas liquefatto LNG?

Ma la partita non è solo commerciale. Resta da capire il nuovo ordine nel Mare del Sud della Cina. Gli Stati Uniti non accetteranno ridimensionamenti Pacifico: parliamo del controllo dei mari e del commercio. Dall’altro lato la vocazione commerciale della Cina non può essere trascurata. A tal proposito la OBOR potrebbe rappresentare un importante dibattito.

Anche perché come scrive il giornalista americano Tim Marshall nel suo libro “Prisoners of Geography: ten maps that tell you everything you need to know about global politics”. Adesso che la Cina è sempre più legata all’economia globale, sarà importante evitare una depressione economica come quella accaduta negli Stati Uniti nel 1930. In sostanza se i prodotti cinesi non vengono comprati, non vengono neppure fabbricati. E se la produzione si riduce inevitabilmente si riduce anche il tasso di occupazione e il rischio di disordini sociali aumenta. Per questi motivi il botta e risposta sulle tariffe tra amministrazione americana e cinese vanno monitorati con molta attenzione. Staremo a vedere.

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