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Unione

Cosa farà l’Ue per estrarre metalli nei territori d’oltremare

La Francia vuole convincere la Commissione ad autorizzare l'estrazione (sussidiata) di metalli critici dai territori d'oltremare europei. Nuova Caledonia, Polinesia e Groenlandia contengono grandi ricchezze. Ma ci sono dei problemi.

Per garantirsi la certezza degli approvvigionamenti di metalli critici per la transizione energetica – come il litio e il nichel per le batterie, o le terre rare per le turbine eoliche -, l’Unione europea sta pensando di incentivare l’estrazione mineraria nei suoi territori d’oltremare.

IL CRITICAL RAW MATERIALS ACT

Per ridurre la pesante dipendenza dalla Cina e tenere il passo con gli Stati Uniti, che l’agosto scorso hanno approvato un grosso piano di sussidi, a metà marzo la Commissione ha presentato una legge di stimolo ai progetti europei di estrazione, lavorazione e riciclo delle materie prime per le industrie “verdi”.

Il Critical Raw Materials Act, questo il nome, stabilisce che entro il 2030 l’Unione europea estragga sul proprio territorio almeno il 10 per cento dei metalli critici consumati. I tentativi di aprire delle miniere di litio in Portogallo e in Germania, però, sono stati fortemente contestati dalla popolazione.

LA RICHIESTA DELLA FRANCIA

Per provare ad aggirare il problema dell’opposizione interna, tre funzionari francesi hanno detto al Financial Times che Parigi ha inviato a Bruxelles una richiesta di inclusione dei paesi e territori d’oltremare dell’Unione europea nei provvedimenti del Critical Raw Materials Act.

In sostanza, per allontanare – anche geograficamente – le proteste per le miniere, la Francia vorrebbe farsi riconoscere dalla Commissione la possibilità di delocalizzare l’estrazione mineraria lontano dalla madrepatria, sussidiandola come previsto dall’Act.

I TERRITORI D’OLTREMARE PIÙ RILEVANTI PER I METALLI CRITICI

I paesi e territori d’oltremare dell’Unione europea sono tredici in tutto, e fanno riferimento alla Francia, alla Danimarca e ai Paesi Bassi. Quelli più rilevanti sono la Groenlandia (dipendente dalla Danimarca), la Nuova Caledonia e la Polinesia francese (dipendenti dalla Francia).

La Nuova Caledonia si trova nell’oceano Pacifico meridionale e contiene il 10 per cento delle riserve mondiali di nichel, un metallo utilizzato nelle batterie per i veicoli elettrici e lo stoccaggio in rete. Sull’isola si trova già un’importante industria mineraria, tanto che Tesla nel 2021 ha firmato un contratto di fornitura di nichel da una miniera neocaledone.

Il territorio e le acque della Polinesia francese, un insieme di arcipelaghi nel Pacifico meridionale, contengono invece dagli 80 ai 100 miliardi di tonnellate di terre rare, la cui raffinazione per l’uso industriale è però dominata dalla Cina.

La Groenlandia, situata in Nordamerica ma parte del Regno di Danimarca, possiede riserve importanti di nichel e cobalto per le batterie, di terre rare e di rame per i cavi elettrici (necessari per il collegamento alla rete dei tanti impianti di energia rinnovabili sparsi per i territori nazionali).

I PROBLEMI

Come fa notare il Financial Times, l’avvio delle attività estrattive nei territori d’oltremare – un tempo soggetti al dominio coloniale europeo – potrebbe rivelarsi tutt’altro che complesso. I loro abitanti sono generalmente contrari ai grandi progetti di sfruttamento ambientale che modificano il paesaggio e trasferiscono altrove la maggior parte della ricchezza generata. Ad esempio, la vendita della miniera in Nuova Caledonia che ha poi raggiunto l’accordo di fornitura con Tesla è stata osteggiata e ritardata da alcuni gruppi locali che chiedono l’indipendenza da Parigi.

Autorizzare lo sfruttamento minerario su larga scala dei territori d’oltremare sarebbe problematico anche per l’Unione europea, che cerca di presentarsi al mondo come una “potenza della sostenibilità” ambientale, economica e sociale.

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