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Tutte le sintonie in cantiere fra Cina e talebani sul progetto minerario di Mes Aynak

Mes Aynak

Il progetto Mes Aynak, dal valore di 3 miliardi e assegnato alla Cina nel 2007, punta allo sfruttamento di uno dei depositi di rame più grandi al mondo. Tutti i dettagli

 

Il sottosuolo dell’Afghanistan contiene importanti riserve di metalli e pietre preziose – oro, platino, lapislazzuli – in larga parte non sfruttate per via del contesto di instabilità del paese. L’attività mineraria, quando esiste, è inoltre spesso sottoposta alla tassazione dei talebani, che nel 2018 – secondo una stima riportata dalla BBC – garantiva al gruppo entrate per oltre 50 milioni l’anno.

RISERVE DA MILLE MILIARDI DI DOLLARI

Secondo una stima del 2010 del governo americano, l’Afghanistan dispone di riserve minerarie dal valore di quasi 1000 miliardi di dollari; valutazioni più recenti degli analisti arrivano fino a 3000 miliardi. Non ci sono solo metalli preziosi, ma anche metalli strategici per l’economia come il rame (necessario alla costruzione di infrastrutture per le energie rinnovabili), il litio (utilizzato nelle batterie per le auto elettriche) e le terre rare: sono un gruppo di diciassette elementi fondamentali per la realizzazione di turbine eoliche, veicoli elettrici, dispositivi elettronici e aerei da guerra, tra le altre cose.

TALEBANI AL COMANDO

Ora che i talebani hanno preso il comando dell’Afghanistan e gli Stati Uniti sono prossimi ad abbandonare il paese (il ritiro completo delle truppe è previsto per il 31 agosto, ma potrebbe venire posticipato), la Cina potrebbe cercare un maggiore accesso alle riserve minerarie afghane: lo ha detto Shamaila Khan, analista di AllianceBernstein, alla CNBC.

LA CORSA AI METALLI CRITICI

La necessità di realizzare le transizioni energetica e digitale ha fatto dell’approvvigionamento dei cosiddetti metalli critici – lo sono il rame, il litio, le terre rare e non solo – una grossa questione di sicurezza nazionale. Le filiere di queste materie prime stanno venendo sottoposte a pressioni paragonabili a quelle subìte negli anni scorsi dalla componentistica per le reti 5G: invece che di “guerra tecnologica”, in questo caso si potrebbe parlare di “guerra mineraria” tra America e Cina.

LA CINA E L’AFGHANISTAN

La Cina concentra nelle sue mani circa l’80 per cento del mercato mondiale delle terre rare ed è una grande importatrice di rame e litio. Le riserve afghane sono particolarmente attraenti per Pechino, considerata la prossimità geografica.

Sul Global Times, tabloid in lingua inglese collegato al Partito comunista cinese, è stato pubblicato un articolo dove si legge che Pechino non ha intenzione di inviare truppe nel paese per “riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti”, ma potrebbe “contribuire alla ricostruzione post-bellica e allo sviluppo” economico attraverso progetti collegati alla Belt and Road Initiative “quando la sicurezza e la stabilità saranno ripristinati nel paese, devastato dalla guerra”.

I talebani hanno bisogno di investimenti esteri per sostenere e consolidare il proprio governo: il 90 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà e circa il 40 per cento del PIL dell’Afghanistan dipende dalle donazioni internazionali degli Stati Uniti e di altri paesi. Ma questi flussi di aiuti in denaro sono a rischio, perché difficilmente le democrazie vorranno alimentare il regime talebano, viste le posizioni in materia di diritti umani.

IL PROGETTO MINERARIO MES AYNAK

Lo sfruttamento delle riserve minerarie può contribuire al rafforzamento dell’economia afghana e a rendere il paese autonomo dagli aiuti stranieri: la pensava così l’amministrazione dell’ex-presidente Ashraf Ghani, e probabilmente il parere è condiviso anche dalla leadership talebana.

Nel 2007 la compagnia mineraria statale cinese China Metallurgical Group Corp (MCC) ha ottenuto dal governo di Kabul un contratto per lo sfruttamento trentennale dei depositi di rame di Mes Aynak, nei pressi di un’antica città buddhista. Un progetto dal valore di quasi 3 miliardi di dollari che potrebbe arrivare a garantire una produzione di 343mila tonnellate di rame all’anno (quella iniziale è di 197mila) e la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro.

Oltre alla miniera, nei piani iniziali il progetto avrebbe dovuto includere una centrale a carbone, una ferrovia e una fonderia.

Le riserve di rame di Mes Aynak, tra le più grandi al mondo, potrebbero contenere 5,5 milioni di tonnellate del metallo, di alta qualità.

I PROBLEMI

Eppure tra il 2014 e il 2015 il progetto Mes Aynak è entrato in una fase di stallo a causa dei contrasti tra la MCC e l’amministrazione Ghani in merito al pagamento delle royalty, i diritti di sfruttamento riconosciuti al governo: la Cina chiedeva un loro dimezzamento, dal 19,5 per cento al 10 per cento.

Non era, questa delle royalty, l’unica problematica del progetto. La Cina si lamentava della mancanza di infrastrutture “di contorno” necessarie a sostenere l’industria mineraria: niente autostrade; strade non adatte ai viaggi dei camion. I talebani, che stavano conquistando l’area nei pressi del sito, minacciavano gli operai di MCC. Bisognava mettere in sicurezza i reperti archeologici – lavoro lungo e costoso – prima di poter avviare i lavori di estrazione. Al tempo, poi – oggi la situazione è molto diversa -, i prezzi del rame erano in calo, fatto che scoraggiava l’investimento.

GLI INVESTIMENTI DI MCC

Lo sviluppo del progetto Mes Aynak è stato scarso. MCC, comunque, ha investito nel sito la somma di 371 milioni di dollari. L’inattività è stata un danno economico anche per il governo Ghani, privato di entrate da 2 miliardi di dollari.

LA CORRUZIONE

Nel 2009 l’allora ministro afghano del Settore minerario, Mohammad Ibrahim Adel, venne rimosso dall’incarico perché accusato di aver accettato una mazzetta da 30 milioni di dollari da MCC legata allo sviluppo del progetto Mes Aynak. Nel 2017 il Partito comunista cinese rimosse l’allora manager generale di MCC, Shen Heting, per corruzione.

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