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Perché il litio della Bolivia è un’opportunità e un rischio

Litio Bolivia

La Bolivia possiede i maggiori giacimenti al mondo di litio, un metallo cruciale per le batterie. Ma potrebbe non riuscire a sfruttare a suo beneficio questo potenziale. L’articolo di Riccardo Venturi

Il litio, di cui la Bolivia è stimata essere detentrice dei maggiori giacimenti al mondo con il 20% della disponibilità globale, costituisce un potenziale enorme per lo sviluppo del paese, in quanto è indispensabile per la produzione di batterie ricaricabili, ma oltre alle prospettive di un futuro luminoso per la Bolivia questo minerale proietta anche ombre cupe sul paese sudamericano.

UN’OCCASIONE PER LO SVILUPPO INDUSTRIALE

Il litio, terzo elemento della tavola periodica degli elementi, è il più leggero fra i metalli. Presente in rocce ignee, argille ed acqua marina, si trova però prevalentemente nelle brine (acque saturate dai sali) sottostanti croste di sale essiccato. Quasi sempre il litio è accompagnato da altri minerali economicamente rilevanti come potassio, magnesio e boro. Nella tabella sottostante si riportano i dieci paesi al mondo che ne hanno maggiore disponibilità. Con il termine disponibilità si è tradotto quello inglese resource, il quale indica una concentrazione di materiale solido, liquido o gassoso sita sulla superficie o nella profondità della crosta terrestre in forma e quantità tale da risultare attualmente o potenzialmente estraibile con costi sostenibili; con il termine reserve, prossimo all’italiano riserva, si indica invece quella parte di una disponibilità che sia raggiungibile e che presenti caratteristiche fisiche e chimiche minime atte a prestarsi agli attuali processi di estrazione e produzione.

Tornando alle metodologie di estrazione, l’estrazione dalle brine è la soluzione più economica e tecnicamente semplice, ed è quella praticata in Bolivia. Per estrarlo si pompa la brina in grandi pozze, dove è lasciata evaporare per mesi. Il liquido concentrato che ne deriva viene poi portato in impianti dove viene processato per separarlo chimicamente dagli altri materiali presenti e per ottenere così il carbonato di litio necessario per l’impiego in produzioni industriali.

Il governo boliviano ha avviato nel 2008 la costruzione di una industria pilota lungo il Rio Grande, ai confini del Salar de Uyuni. Stando a fonti del 2010, per l’impianto sito presso questa salina di 10.582 chilometri quadri sono stati investiti 5,7 milioni di dollari statunitensi, mentre la sua apertura è stata nel 2013. Nel 2018 l’impianto ha prodotto quasi 250 tonnellate di carbonato di litio, e l’intenzione allora dichiarata di Yacimientos de Litio Bolivianos, l’azienda di Stato che estrae il minerale e lo raffina, è stata quella di portare questa produzione a 150.000 tonnellate entro il 2023.

Che si raggiunga o meno quest’obiettivo è comunque rilevante che il governo boliviano sia riuscito a realizzare un impianto di raffinazione, rendendo così il paese qualcosa di più dall’essere un mero estrattore di questa materia prima.

Ma oltre ad incrementare l’estrazione del litio il governo boliviano cova un’altra grande ambizione: quella di lavorarlo per farne dei prodotti finiti o delle componentistica.

LA SCELTA DEL MERCATO SU CUI PUNTARE

Il litio è impiegato in vari settori, e per la Bolivia c’è la necessità di puntare su quello giusto. Il settore più facilmente sviluppabile è quello di ceramica e vetreria, tuttavia oltre ad essere il meno profittevole è anche quello che ha dei produttori già consolidati. Un altro settore è quello delle batterie ricaricabili per dispositivi elettronici, il cui mercato è in costante crescita nella stessa Bolivia. Fra le batterie ricaricabili quelle più redditizie al momento sono quelli per i veicoli elettrici. La produzione di queste è sicuramente il settore più redditizio e costituirebbe la sfida più ambiziosa (l’allora presidente Morales stesso aveva parlato addirittura di fabbricare veicoli elettrici in Bolivia, un annuncio chiaramente più propagandistico che concreto, ma che è  rilevatore di un obiettivo industrializzatore), e la Bolivia da anni sta cercando di puntarvi tramite la collaborazione con aziende estere. Nel 2015 un primo passo lungo questa via è stato raggiunto: l’industria pilota del Salar de Uyuni da tale anno è in grado di ottenere carbonato di litio con una purezza del 99,6%, purezza che lo rende così adatto ad essere impiegato per produrre batterie. Per ottenere questo risultato sono necessarie tecnologie e competenze complesse, il che è un buon segno per le prospettive di sviluppo della Bolivia.

UNA RISORSA PER UN PAESE INTERO O PER POCHI?

Per secoli, a partire dall’estrazione dell’argento del Potosí in epoca coloniale, le risorse minerarie boliviane hanno arricchito più attori stranieri che le comunità locali, per cui varie di queste vedono di cattivo occhio la partecipazione di imprese estere a questi progetti di estrazione del litio.

Se da una parte c’è la prospettiva che alcuni abitanti delle comunità locali possano andare a lavorare in questo settore industriale, dall’altra c’è quella che molti di quelle stesse comunità che attualmente sono impiegati nell’agricoltura possano trovarsi senza un lavoro: difatti tale settore richiede ingenti quantità d’acqua, e in un territorio che ne è già scarso di per sé la sua concorrenza per gli approvvigionamenti idrici potrebbe dare il colpo di grazia a tante coltivazioni. La conseguente siccità e la distruzione del paesaggio locale metterebbero in crisi anche gli allevatori di lama e gli operatori turistici.

Oltretutto si aggiunge la preoccupazione per i reagenti chimici che verrebbero rilasciati nelle acque e gli inquinanti liberati nell’aria. Casi geograficamente e temporalmente vicini sembrano dare fondatezza a queste preoccupazioni: rapporti dal Salar de Atacama in Cile, ove si estrae litio, descrivono un paesaggio sfregiato da montagne di sale e canali pieni di acqua contaminata resa blu dai reagenti chimici; mentre, per quanto riguarda la stessa Bolivia, c’è il caso della miniera a cielo aperto di San Cristóbal, sito in cui sono iniziate nel 2007 operazioni estrattive di argento, zinco e piombo, previste per i prossimi vent’anni, e ciò comporta un consumo giornaliero di 50.0000 litri d’acqua e il rilascio di inquinanti nelle acque e nel suolo, minacciando così tutte le altre attività umane nel Potosí sud occidentale.

Le autorità boliviane non hanno dato credito al fatto che ciò possa verificarsi anche in questo caso, ma esse non brillano per abbondanza di competenze e capacità di controllo ambientale, mentre invece non difettano di funzionari sottopagati facilmente corruttibili e scarsa trasparenza. Le comunità locali richiedono anche maggior coinvolgimento nei processi decisivi e che una percentuale maggiore dei proventi dell’attività estrattiva vadano alle comunità locali.

Riuscirà la Bolivia a coniugare rispetto dell’ambiente e delle comunità locali con i suoi progetti di sviluppo?

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