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La Norvegia punta tutto su petrolio e gas

La Norvegia conferma la propria strategia di sviluppare, non ridurre, l’estrazione offshore di petrolio e gas, annunciando la riapertura di tre campi chiusi da trent’anni per mantenere stabile la produzione e assicurare energia all’Europa.

Mentre in gran parte d’Europa si discute ancora di transizione energetica e uscita dalle fonti fossili, la Norvegia ribadisce con forza la propria scelta di continuare a estrarre e anzi espandere la produzione di petrolio e gas dal proprio fondale.

Come sottolinea il Guardian, che alla strategia norvegese dedica un articolo, il ministro dell’Energia Terje Aasland lo dice con candore: “Svilupperemo, non smantelleremo l’attività sulla nostra piattaforma continentale”.

Una posizione netta, resa ancora più esplicita questa settimana con l’annuncio della riapertura di tre campi di gas nel Mare del Nord, chiusi da quasi trent’anni, per far fronte alle carenze energetiche emerse dopo la guerra in Ucraina.

Riaprire i vecchi giacimenti

Il governo norvegese ha autorizzato il ritorno in produzione dei giacimenti di Albuskjell, Vest Ekofisk e Tommeliten Gamma, tutti situati al largo della costa meridionale. I tre campi, chiusi nel 1998, torneranno operativi entro la fine del 2028.

L’obiettivo è chiaro: mantenere la produzione complessiva di idrocarburi intorno ai livelli previsti per il 2026, che sono sostanzialmente stabili da quasi vent’anni.

La Norvegia conta oggi 97 campi offshore attivi, tre dei quali sono entrati in produzione solo l’anno scorso. Secondo quanto programmato dal Norwegian Offshore Directorate, l’ente governativo che si occupa di queste attività, nei prossimi due anni il numero salirà a cento e oltre.

La produzione quotidiana di petrolio si attesta attualmente intorno ai due milioni di barili al giorno, un livello che il Paese intende preservare per il resto di questo decennio. Oggi la Norvegia fornisce circa un terzo del gas consumato in Europa.

Il nuovo fronte artico

L’attenzione non si concentra solo sul Mare del Nord. Il Mare di Barents, nell’estremo nord, rappresenta la nuova frontiera per gas e petrolio.

Esiste inoltre la prospettiva, ancora lontana ma concreta, di sfruttare minerali dal fondale marino tra la Norvegia settentrionale e la Groenlandia, dopo i primi rilievi positivi effettuati dallo stesso Offshore Directorate.

Aasland, ex elettricista e sindacalista, ministro dell’Energia con maggiore anzianità di servizio, sottolinea il ruolo strategico della Norvegia: “La produzione offshore norvegese gioca un ruolo importante per la sicurezza energetica dell’Europa. Il mondo e l’Europa avranno bisogno di petrolio e gas per decenni a venire. È fondamentale che la Norvegia continui a sviluppare il proprio potenziale continentale per rimanere un fornitore affidabile e di lungo periodo”.

Equinor e i numeri dell’industria

Equinor, la grande compagnia energetica controllata per il 67% dallo Stato, conferma la linea governativa. L’azienda dichiara di voler superare i livelli di produzione del 2020, pari a 1,2 milioni di barili al giorno. Per farlo investirà circa 6 miliardi di dollari all’anno fino a quella data, puntando su nuove perforazioni, sviluppo di campi minori, nuove infrastrutture e condotte.

Ola Morten Aanestad di Equinor spiega che mantenere una produzione superiore è essenziale per il valore di mercato della società.

Lo Stato norvegese dovrebbe incassare quest’anno circa 2 miliardi di sterline di dividendi solo dalla sua partecipazione in Equinor.

Occupazione, tasse e il fondo sovrano

Il ministro Aasland difende la linea norvegese parlando di responsabilità verso l’Europa e verso i 210.000 lavoratori del settore. “È molto importante che queste persone si sveglino la mattina sapendo di avere un lavoro sicuro anche in futuro”.

Il sistema fiscale norvegese, con un’aliquota del 78% stabile dagli anni ’70, alta ma prevedibile, viene presentato come elemento di attrattività per gli investitori.

I proventi di queste tasse alimentano il gigantesco fondo sovrano norvegese, che ha ormai raggiunto i 1.500 miliardi di sterline e consente al Paese di gestire un solido avanzo di bilancio.

Un approccio opposto a quello britannico

La posizione norvegese contrasta nettamente con quella del vicino Regno Unito, che ha escluso il rilascio di nuove licenze di esplorazione nel Mare del Nord.

Terje Sørenes, capo economista del Norwegian Offshore Directorate, conferma l’obiettivo: prolungare la produzione il più possibile e, dove fattibile, aumentarla.

Le critiche

La scelta ha suscitato forti reazioni negative tra le organizzazioni ambientaliste e alcuni partiti politici.

L’agenzia norvegese per l’ambiente aveva sconsigliato la riapertura dei campi, ma il governo ha deciso di procedere comunque. Il Partito Socialista di Sinistra ha accusato l’esecutivo di ignorare i pareri dei propri esperti.

Lars Haltbrekken, vicesegretario e portavoce ambientale del partito, è stato particolarmente duro: “Ancora una volta il governo ignora spudoratamente i consigli ambientali dei suoi esperti. Tutto il discorso sull’estrazione responsabile è solo aria fritta. Si tratta di greenwashing puro, con aree naturali vulnerabili e importanti messe consapevolmente a rischio”.

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