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Kuwait, Emirati e Arabia vogliono bypassare lo stretto di Hormuz con gli oleodotti

I principali Paesi esportatori di petrolio del Golfo, guidati dal Kuwait che dialoga attivamente con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stanno accelerando i negoziati per la costruzione di nuovi oleodotti alternativi al fine di bypassare lo Stretto di Hormuz.


Mentre lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso al traffico commerciale da oltre tre mesi per via del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, i principali Paesi esportatori di petrolio del Golfo stanno intensificando i negoziati per realizzare nuove infrastrutture in grado di aggirare la via d’acqua strategica.

Come riferisce il Financial Times, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono in prima linea in questi colloqui, spinti dalla necessità di ridurre una dipendenza diventata improvvisamente insostenibile dopo che l’Iran ha dimostrato di poter usare lo Stretto come potente leva geopolitica.

Una crisi che ha cambiato le priorità

La paralisi quasi totale dello Stretto di Hormuz ha rappresentato un brusco risveglio per tutte le economie della regione, che da decenni affidano alle sue acque gran parte delle proprie esportazioni di greggio.

Dopo le azioni iraniane e il blocco americano sui porti della Repubblica Islamica, il passaggio si è trasformato da semplice rotta commerciale a punto di vulnerabilità evidente.

Gli attacchi notturni lanciati dall’Iran contro obiettivi nel Golfo, compreso l’aeroporto del Kuwait, hanno reso il rischio concreto e immediato.

In questo nuovo scenario, progetti che fino a poco tempo fa apparivano costosi e poco urgenti, come la costruzione di oleodotti alternativi, sono diventati una priorità strategica per garantire la continuità delle vendite di petrolio e la stabilità economica.

Kuwait protagonista dei dialoghi regionali

A dare voce a questa nuova urgenza è stato Sheikh Khaled Ahmad Al-Sabah, managing director per il marketing internazionale della Kuwait Petroleum Corporation, intervenuto a un evento a Londra.

Il Kuwait, privo di infrastrutture alternative proprie, sta conducendo intensi colloqui con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per valutare la realizzazione di oleodotti che colleghino i suoi giacimenti ai porti sauditi ed emiratini sulla costa orientale.

Sheikh Khaled ha ricordato con franchezza come, fino a qualche tempo fa, molti si chiedessero retoricamente perché costruire oleodotti che poi rischiavano di rimanere inutilizzati. Gli eventi recenti hanno fornito una risposta chiarissima: in momenti di crisi queste infrastrutture diventano indispensabili per mantenere vive le esportazioni e proteggere l’economia nazionale.

Il vantaggio competitivo di Riyadh e Abu Dhabi

Rispetto agli altri partner del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono contare su un vantaggio importante: possiedono già oleodotti operativi che permettono di trasportare il petrolio verso porti esterni allo Stretto senza attraversare altri Paesi.

Entrambi hanno subito massimizzato l’uso di queste linee dal primo giorno della crisi, confermando la lungimiranza degli investimenti passati.

Mentre Riyadh non ha ancora commentato ufficialmente le nuove trattative, gli Emirati stanno valutando con concretezza la costruzione di un nuovo “west-east pipeline” per il greggio, come ha dichiarato Philippe Khoury, executive vice-president per il trading di ADNOC.

Questo progetto non solo rafforzerebbe la sicurezza emiratina, ma potrebbe trasformarsi in un’infrastruttura regionale condivisa, con Abu Dhabi che beneficerebbe di sostanziosi diritti di transito.

Le soluzioni logistiche in discussione

Le proposte al vaglio prevedono di convogliare il petrolio di diversi Paesi verso hub situati in Arabia Saudita e negli Emirati, da dove verrebbe poi caricato su navi dirette verso i mercati internazionali attraverso rotte più sicure.

Parallelamente, il Kuwait sta esplorando con l’Oman la possibilità di realizzare siti di stoccaggio sulla sponda opposta dello Stretto, creando una sorta di valvola di sicurezza logistica da attivare in caso di necessità.

Si tratta di soluzioni complesse che richiedono non solo ingenti investimenti, ma anche accordi politici solidi, garanzie di sicurezza a lungo termine e meccanismi condivisi di gestione e tariffazione.

Gli ostacoli da superare

Va detto che progetti simili sono stati discussi più volte negli ultimi decenni senza mai concretizzarsi.

Il principale freno è sempre stato di natura politica: i Paesi del Golfo hanno spesso temuto di diventare eccessivamente dipendenti dalle infrastrutture dei vicini, esponendosi a potenziali pressioni o interruzioni in caso di tensioni bilaterali.

Oggi, tuttavia, la gravità della minaccia iraniana sembra aver spostato gli equilibri. Ciò che prima appariva come un rischio eccessivo sta diventando un passaggio necessario per tutelare il futuro economico della regione.

Tra emergenza temporanea e strategia di lungo termine

Resta da capire quanto duratura sarà questa spinta. Se il conflitto dovesse risolversi e la navigazione nello Stretto tornasse pienamente sicura ed efficiente, l’entusiasmo per investimenti miliardari potrebbe raffreddarsi.

Eppure la lezione di questi mesi è profonda: affidarsi esclusivamente a una singola rotta così esposta rappresenta un rischio sistemico troppo alto per Paesi che fondano la propria prosperità sulle entrate petrolifere.

I leader del Golfo si trovano dunque di fronte a una scelta strategica: investire seriamente in nuove infrastrutture oppure tornare, una volta ristabilita la normalità, alla maggiore convenienza economica del modello precedente centrato sulle esportazioni via Hormuz.

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