Energia

Il piano di Biden sulle rinnovabili nasconde una sfida alla Cina

di

Usa

L’amministrazione Biden ha annunciato obiettivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, con un focus sull’eolico offshore e le nuove tecnologie solari. L’obiettivo è rafforzare la manifattura americana e competere con la Cina

 

Nelle ultime due settimane gli Stati Uniti hanno fissato degli obiettivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili che dovrebbero aiutare il raggiungimento degli ambiziosi target di decarbonizzazione di Joe Biden. Il presidente vuole infatti una rete elettrica alimentata al cento per cento da energie pulite entro il 2035, per poi arrivare all’azzeramento netto di tutte le emissioni di anidride carbonica nel 2050.

Al di là dell’aspetto energetico e climatico, gli annunci sono stati accompagnati da dichiarazioni che ne enfatizzavano la dimensione economica ed occupazionale. Meno pubblicizzata, ma non meno importante, è invece la questione geopolitica: la transizione energetica è uno dei capitoli principali della competizione tecnologica e manifatturiera tra l’America e la Cina.

128 MILIONI PER L’ENERGIA SOLARE

Giovedì 25 marzo l’amministrazione Biden ha fatto sapere di voler ridurre del 60 per cento il costo dell’energia solare entro il prossimo decennio. Il dipartimento dell’Energia ha spiegato che, per avere una rete elettrica completamente “pulita” in quindici anni, è necessario che le installazioni di capacità solare procedano ad un ritmo cinque volte maggiore di quello attuale.

L’agenzia spenderà allora 128 milioni di dollari per lo sviluppo di tecnologie. La cifra andrà a finanziare, tra le altre cose, la ricerca sul tellururo di cadmio (un semiconduttore utilizzato nella produzione di pannelli solari a film sottile) e sul miglioramento dei componenti degli impianti, come gli inverter.

LE CELLE PEROVSKITICHE E LA SFIDA ALLA CINA

Sembra che verrà riservata un’attenzione particolare alle celle fotovoltaiche perovskitiche, potenzialmente più economiche di quelle al silicio che attualmente monopolizzano il mercato.

Evidenziare questa cosa non è pignoleria eccessiva: si tratta, al contrario, di un particolare importante, che dice molto della strategia di Washington. L’amministrazione Biden non cerca cioè di inseguire la Cina nella vana speranza di sorpassarla – il paese già produce i tre quarti dei moduli fotovoltaici al mondo –, ma punta piuttosto su tecnologie nuove. E infatti nel piano sulle infrastrutture da duemila miliardi sono stati proposti investimenti in progetti innovativi per l’idrogeno, la cattura del carbonio, la separazione delle terre rare o il nucleare avanzato.

Gli Stati Uniti non vogliono che la transizione verso le rinnovabili si trasformi in una grossa opportunità per Pechino per conquistare nuovi mercati ed accrescere la propria economia. Nella sua prima conferenza stampa Biden ha detto di voler evitare il sorpasso cinese e che “gli Stati Uniti continueranno a crescere e a espandersi”. Per farlo, l’America dovrà dominare la nascente industria della sostenibilità. E dovrà anche rinforzare il mercato interno.

POSTI DI LAVORO “BEN PAGATI” PER GLI AMERICANI

Non è allora un caso nemmeno che la segretaria all’Energia Jennifer Granholm metta così tanta enfasi sull’impatto occupazionale positivo della transizione energetica. Un messaggio che serve anche a rassicurare i lavoratori dell’industria dei combustibili fossili, che saranno colpiti dalle politiche “verdi” della Casa Bianca, e a rispondere ai Repubblicani, che accusano l’agenda climatica di Biden di essere dannosa per l’economia americana.

I finanziamenti alle tecnologie solari aiuteranno a creare “posti di lavoro nelle comunità in tutto il paese”, ha scritto Granholm su Twitter. Oppure: “quando le persone sentono [parlare di] energia pulita, voglio che pensino ai posti di lavoro!”. O ancora: “il dipartimento dell’Energia schiererà tutte le risorse che abbiamo per attirare quante più società americane, per utilizzare quante più lastre di acciaio americano, per impiegare quanti più lavoratori americani possibile nell’eolico offshore, per guidare la crescita economica da costa a costa”.

IL PIANO DI BIDEN SULL’EOLICO OFFSHORE

Lunedì l’amministrazione Biden ha detto di voler portare la capacità eolica offshore americana a 30 gigawatt entro il 2030. È un obiettivo notevole, considerato che gli Stati Uniti, pur essendo secondi solo alla Cina per capacità onshore (cioè a terra), possiedono appena due impianti eolici in mare, peraltro di piccole dimensioni. Uno si trova nelle acque dello stato del Rhode Island, con una capacità di 30 megawatt; l’altro in quelle della Virginia.

Per fare un paragone, l’Europa dispone di circa 20 GW di capacità eolica offshore (ma l’Italia neanche un megawatt).

Il motivo del ritardo statunitense si spiega con i costi maggiori degli impianti in mare rispetto a quelli a terra, con le complessità burocratiche, con le riserve degli ambientalisti e con l’opposizione dell’industria della pesca, che teme che le turbine possano danneggiare le loro attività. L’amministrazione Biden dovrà confrontarsi con tutte queste problematiche. Ha promesso di velocizzare le procedure autorizzative e di finanziare i progetti, attraverso il dipartimento dell’Energia, con 3 miliardi di dollari. Altri 230 milioni verranno destinati al potenziamento infrastrutturale dei porti.

La Casa Bianca prevede la creazione, negli Stati Uniti, di 44mila posti di lavoro per la costruzione e l’installazione delle turbine offshore, che verranno a loro volta realizzate a partire da materiali – come l’acciaio – prodotti nel paese.

OCCHIO AL TEXAS

I progetti offshore in America – ce ne sono, in varie fasi di sviluppo, per un totale di oltre 20 GW – si sono finora concentrati negli stati del nord-est. I nuovi investimenti potrebbero però dirigersi in Texas, dove la regolazione è generalmente più agile.

Articoli correlati