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Ecco il piano del governo Meloni per la Isab (Lukoil) di Priolo

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Per salvare la Isab di Priolo, una delle raffinerie di petrolio più importanti d’Italia e d’Europa, il governo Meloni ha disposto una nazionalizzazione di fatto. Eni avrà un ruolo? Intanto, si sono riaperti i negoziati con il fondo americano Crossbridge. Tutti i dettagli

 

Tra pochi giorni, il 5 dicembre, entrerà in vigore il divieto europeo all’acquisto del petrolio russo trasportato via nave, la modalità largamente più utilizzata. L’embargo è un problema rilevante per l’Italia, che – nonostante la guerra in Ucraina – è diventata una delle maggiori importatrici al mondo di greggio dalla Russia.

LA SITUAZIONE DELLA ISAB DI PRIOLO

Il motivo sta nella ISAB di Priolo Gargallo, in Sicilia: è una delle raffinerie più grandi d’Europa, che conta un migliaio di dipendenti, soddisfa il 20 per cento della domanda siciliana di elettricità e vale da sola oltre un quinto della capacità nazionale di raffinazione.

Lo stabilimento è di proprietà della società petrolifera russa LUKoil, e questo legame impedisce a ISAB di ottenere dalle banche il credito necessario ad acquistare barili di provenienza non-russa (LUKoil non è stata sanzionata, ma le istituzioni finanziarie preferiscono non impegnarsi con soggetti russi).

Di conseguenza, oggi la quota della Russia sul totale del petrolio importato dalla ISAB è superiore al 90 per cento; prima della guerra era del 30 per cento.

COSA (NON) HA FATTO IL GOVERNO DRAGHI

Le opzioni disponibili per sbloccare la situazione sono due: nazionalizzare la ISAB, oppure venderla a un soggetto privato non-russo.

Il precedente governo di Mario Draghi scelse di non procedere con la nazionalizzazione, puntando sulla seconda possibilità. Il fondo d’investimento statunitense Crossbridge Energy Partners si era mostrato interessato ad acquistare lo stabilimento.

LA DECISIONE DEL GOVERNO MELONI

Giovedì il governo presieduto da Giorgia Meloni ha elaborato un piano per mettere la ISAB in amministrazione fiduciaria e temporanea, in modo da evitarne la chiusura per via dell’imminente oil ban europeo.

L’amministrazione fiduciaria avrà durata di un anno, prorogabile una sola volta per altri dodici mesi, e consiste di fatto in una nazionalizzazione, benché non formale.

COSA DICE IL DECRETO LEGGE

Il comunicato stampa del governo sul decreto legge approvato il 1 dicembre non menziona esplicitamente ISAB né la Russia, ma il riferimento è chiaro.

L’amministrazione temporanea – si legge – verrà infatti applicata a quelle imprese che gestiscono impianti di raffinazione degli idrocarburi che corrono “imminenti rischi di continuità produttiva idonei a recare pregiudizi all’interesse nazionale, conseguenti a sanzioni imposte nell’ambito dei rapporti internazionali tra Stati”. E avrà l’obiettivo “di garantire, con ogni mezzo, la sicurezza degli approvvigionamenti, nonché il mantenimento, la sicurezza e la operatività delle reti e degli impianti e quindi la continuità produttiva”.

UN RUOLO PER ENI IN ISAB?

Nel testo si precisa inoltre che il “commissario ministeriale” che guiderà la ISAB “può avvalersi anche di società a controllo pubblico operante nel medesimo settore e senza pregiudizio della disciplina in tema di concorrenza”.

Una fonte di Reuters ha detto che il governo Meloni vuole lasciare aperta la possibilità di un coinvolgimento di Eni (i cui maggiori azionisti sono Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia) nella gestione della raffineria a fianco del governo.

COSA FARANNO CDP E SACE

L’intervento governativo dovrebbe permettere a ISAB di ricevere prestiti dalle banche, che potrà utilizzare per acquistare petrolio da altri fornitori.

Il Corriere della Sera scrive di un “consorzio” di banche come Intesa Sanpaolo, UniCredit, Monte dei Paschi di Siena, Banco BPM e Mediocredito Centrale. È probabile la partecipazione di Cassa depositi e prestiti e di SACE, società controllata dal ministero dell’Economia, che fornirà la garanzia sui prestiti bancari per un totale di 600 milioni di euro con una copertura fino al 90 per cento (di norma la garanzia statale è del 70 per cento). Il rimanente 10 per cento verrebbe coperto dalla Regione Sicilia e dal ministero dell’Economia.

IL RITORNO DI CROSSBRIDGE?

Parallelamente, si sono riaperti i negoziati tra ISAB e Crossbridge Energy Partners, i cui investimenti si concentrano proprio nelle infrastrutture energetiche e che ha valutato l’impianto tra l’1 e gli 1,5 miliardi di euro.

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