Energia

Idee utili per non rottamare Ilva

di

populismo

Una proposta per non far finire tra i rifiuti l’Ilva di Taranto, il più grande polo siderurgico europeo, orgoglio di un’Italia che ha, nonostante tutto, la seconda manifattura d’Europa. L’intervento dell’avvocato Angela Lupo

Riprendiamoci Ilva, riprendiamoci l’Italia e l’industria dell’acciaio del nostro Paese!

Non è uno slogan nazionalista o sovranista dal nostalgico patriottismo, né un invito tout court alla nazionalizzazione dell’Ilva.

E’ piuttosto il grido per non far finire, tra i rifiuti – si fa per dire – della Storia del Paese, il più grande polo siderurgico europeo, orgoglio di un’Italia che ha, nonostante tutto, la seconda manifattura d’Europa.

E ALLORA CHE SI FA?

La questione Ilva non è solo industria dell’acciaio, né è solo problema ambientale o occupazionale.

Un investitore che abbandona un contratto potrebbe avere concepito che il nostro Paese ed in particolare Ilva non è luogo per fare profitto: sembra che alla Borsa di Amsterdam, dove è quotata ArcelorMittal, nei giorni in cui il gruppo ha formalizzato al Governo l’intenzione di abbandonare la partita Ilva, le azioni del gruppo sono salite del 6,1%.

Forse è solo una questione meramente finanziaria: gli analisti magari hanno calcolato che, nel breve termine l’addio all’Ilva, eliminerà perdite e libererà risorse per ArcelorMittal. Questa è la logica del mercato e bisogna prenderne atto. Possiamo fare qualcosa per l’industria italiana? Possiamo andare oltre questa logica di mercato – economica e di lavoro – che costringe Governi, famiglie e un Popolo intero ad essere in dipendenza di un’analisi di Borsa che precede magari il futuro di migliaia di lavoratori?

Possiamo riprenderci Ilva e giocare la partita con i grandi big players dell’industria mondiale?

La “questione italiana” – non esiste in fondo la sola “questione meridionale” senza uno sguardo globale al Paese – va affrontata con urgenza estrema.

Siamo tutti d’accordo che, per la risoluzione di problematiche gravi, occorre un approccio empirico e un sapiente lavoro di squadra. La squadra, però, non è solo unione di teste e di competenze.

La squadra ha bisogno di qualcuno che prenda decisioni e intervenga in virtù dell’unico vero regolatore dei rapporti sociali e civici: il diritto e le leggi. E poiché le leggi vengono costruite ed emanate in Parlamento, non possiamo se non pensare che tutto passi attraverso l’opera del Legislatore.

E che potrebbe fare il Legislatore per il caso Ilva?

Come può Ilva (e l’Italia) attrarre investimenti seri e duraturi?

In modo semplicistico, si potrebbe dire che, per ritornare e per continuare ad essere competitiva, Ilva ha bisogno dell’opera di tanti lavoratori.

E allora, perché non partire proprio dai lavoratori?

Tra le pagine di StartMag, si era già palesato, in relazione alla vicenda Alcoa, la partecipazione dei lavoratori all’azionariato dell’azienda. Come noto, tra “le varie forme di partecipazione – stock option o donazione di azioni – la più singolare e la più semplice appare la figura degli Esop, acronimo di “employee stock ownership plan” (piano di proprietà azionaria dei dipendenti). L’Esop (nato e sviluppatosi negli Stati Uniti) è principalmente un fondo che acquista le azioni di una società dal proprietario – il più delle volte prendendo un prestito che ripaga con i ricavi dell’azienda – intestando tali azioni ai dipendenti che possono rivenderle quando vanno in pensione o nel caso in cui lascino l’azienda, alla stregua di un’assicurazione sulla vita. In buona sostanza, il proprietario incassa il prezzo di mercato delle azioni e i dipendenti le ripagano senza metterci dei soldi, poiché, di fatto, vengono utilizzati i profitti generati dal proprio lavoro. A differenza delle stock option o di una donazione di azioni, attraverso gli Esop i dipendenti, come gruppo, possono arrivare a possedere la società per cui lavorano.

Negli Stati Uniti gli Esop beneficiano anche di una serie di detrazioni fiscali sia al momento dell’acquisizione che successivamente. Al di là dei possibili vantaggi fiscali – la cui importanza non è da poco – credo che non vadano affatto sottovalutate alcune questioni a latere di tale figura di partecipazione all’azionariato”.

Molte analisi sugli effetti, di medio e lungo termine, hanno dimostrato come la partecipazione azionaria dei dipendenti abbia comportato stimoli all’attività lavorativa e aggregativa della società, maggiori profitti, la tendenza a licenziare meno in momenti di crisi e a delocalizzare le attività produttive.

Ebbene, nel tempo che viviamo, la partecipazione dei lavoratori al capitale dell’azienda potrebbe essere attuata solo attraverso una veloce modifica legislativa delle norme relative al governo delle società: attualmente vige un sistema dualistico di governance, con un Consiglio di gestione e un Consiglio di sorveglianza. Proprio per il Consiglio di sorveglianza vige il divieto, tra gli altri (art. 2409-duodecies Cod. Civ.), in forza del quale non possono essere eletti alla carica di componente del Consiglio di sorveglianza e, se eletti, decadono dall’ufficio “coloro che sono legati alla società o alle società da questa controllate o a queste sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera retribuita che ne compromettano l’indipendenza”.

Occorre perciò concepire proprio una normativa che individui, in tempi brevi, la modifica e la migliore configurazione: A) dell’assetto dell’azionariato delle società di capitale (sia in termini di partecipazione diretta dei lavoratori al capitale della società, magari “mutuando” il modello americano degli ESOP e adattando tale modello alla realtà italiana; B) della partecipazione dei lavoratori, direttamente o per interposto soggetto, all’interno del Consiglio di sorveglianza, con attenzione a preservare sempre l’indipendenza per il controllo della società.

Oltre al ruolo dei lavoratori, andrebbero concepite modifiche sostanziali, in materia ambientale, con attenzione agli impianti industriali – da ammodernare e innovare – e ai territori, da bonificare: per fare tutto questo si potrebbe ricorrere anche allo strumento dei fondi della UE.

Non nazionalizzazione tout court o uso di soldi pubblici, ma un’intelligente e accurata valorizzazione delle risorse italiane ed europee che, pur rispettando i principi del libero mercato, possa realizzare lo sviluppo complessivo dell’economia e del lavoro nel nostro Paese.

Fare business in Italia non deve essere un problema, pur rispettando leggi e regolamenti; occorre vivere in contesti lavorativi e ambientali salubri, pur vivendo vicino a realtà industriali; occorre migliorare la giustizia civile che possa dirimere celermente conflitti; bisogna alfabetizzare i cittadini verso l’innovazione tecnologica intelligente e la digitalizzazione; bisogna diffondere una migliore cultura della normativa europea sui fondi per realizzare impresa e lavoro: tutto questo è solo un inizio per una cabina di regia che qualunque Governo, di qualsiasi colore politico, deve poter attuare.

Se non altro, perché potrebbe essere l’ultima frontiera prima che scompaia Ilva, l’industria italiana, il lavoro e migliaia di occasioni per dimostrare di essere semplicemente un Paese che cammina con le sue gambe.

(2.fine; la prima parte si può leggere qui)

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