Energia

Ilva, Arcelor Mittal e scudo penale. Ecco i nodi legali

di

ex Ilva

L’approfondimento dell’avvocato Angela Lupo sul dossier Ilva-Arcelor Mittal

Riprendiamoci Ilva, riprendiamoci l’Italia e l’industria dell’acciaio del nostro Paese!

Non è uno slogan nazionalista o sovranista dal nostalgico patriottismo, né un invito tout court alla nazionalizzazione dell’Ilva. E’ piuttosto il grido per non far finire, tra i rifiuti – si fa per dire – della Storia del Paese, il più grande polo siderurgico europeo, orgoglio di un’Italia che ha, nonostante tutto, la seconda manifattura d’Europa.

ARCELORMITTAL E IL RECESSO

La vertenza Ilva ha radici nel passato e non basterebbe un libro intero a raccontarne l’intera vicenda. Partendo dall’epilogo degli ultimi giorni e dalle notizie diramate dagli organi di stampa, si apprende che ArcelorMittal ha avviato la battaglia legale, dando corso alla pendenza, iniziata già con la notifica, nei giorni scorsi, dell’atto di citazione, avanti il Tribunale di Milano, per chiedere, in via principale, di “accertare e dichiarare l’efficacia del diritto di recesso dal contratto di affitto con obbligo di acquisto dei rami di azienda”, mentre, in via subordinata, di accertare e dichiarare che il contratto “si è risolto per sopravvenuta impossibilità”, “perché è venuto meno un presupposto essenziale” e perché non vi è più alcun «interesse apprezzabile parziale” all’adempimento del contratto. Questo in estrema sintesi.

Al vaglio dell’Amministrazione straordinaria di Ilva, la presentazione, sempre davanti al Tribunale di Milano, di un’azione cautelare urgente, ex Art. 700 del Codice di procedura civile, al fine di chiedere di fermare l’azione di recesso di ArcelorMittal e del conseguente disimpegno, nei confronti di impianti e personale lavorativo.

In buona sostanza, ArcelorMittal, alle già manifestate dichiarazioni di recesso, nei giorni passati, ha fatto seguire inequivocabili iniziative legali, avanti all’Autorità giudiziaria, pur se non si comprendono le ragioni di tale comportamento, se svolto in forma preventiva o confermativa, in vista di (futuro) conflitto contrattuale. In ogni caso la sostanza dei fatti non cambia: Arcelor Mittal ha deciso di abbandonare (rectius recedere) il contratto siglato il 14 settembre 2018, laddove si è precisato che: “L’affittuario potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano Ambientale come approvato con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale”; ed ancora: “Nel caso in cui con sentenza definitiva o con sentenza esecutiva (sebbene non definitiva) non sospesa negli effetti ovvero con decreto del Presidente della Repubblica anch’esso non sospeso negli effetti ovvero con o per effetto di un provvedimento legislativo o amministrativo non derivante da obblighi comunitari, sia disposto l’annullamento integrale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 adottato ai sensi dell’art. 1, comma 8, del D.L. 191/2015, ovvero nel caso in cui ne sia disposto l’annullamento in parte qua tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto (anche in conseguenza dell’impossibilità, a quel momento di adempiere ad una o più prescrizioni da attuare, ovvero della impossibilità di adempiervi nei nuovi termini come risultanti dall’annullamento in parte qua), l’Affittuario ha diritto di recedere dal contratto”.

Le valutazioni sulla legittimità o meno dell’azione di recesso, intrapresa da ArcelolrMittal, le si lascia alle interpretazioni giuridiche dei legali dei rispettivi contendenti, ormai divenuti contradditori avanti il Tribunale di Milano.

IL PREMIER CONTE E L’INVITO A PROPORRE IDEE PER ILVA

All’interno della vicenda Ilva – che ai più appare una sorta di “Cronaca di una morte annunciata” alla Marquez – va posto in rilievo l’invito del Premier Conte a istituire una cabina di regia, con idee da promuovere nel Consiglio dei Ministri, stante quanto si apprende dalla Lettera ai Ministri, resa nota nella giornata del 12 novembre.

Il Premier Conte sollecita ad aprire un Cantiere Taranto, all’interno del quale “definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”. Così si legge: “In vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee”. La discussione proseguirà poi “all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili”. Stante quanto rivelato dal Premier Conte, sembra che già il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini “ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale” e il Ministro per l’Innovazione Paola Pisano “ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinché Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

IL MINISTRO PROVENZANO, LO SCUDO PENALE E LA VISIONE PER ILVA

In diverse occasioni, anche in tempi recenti, il Ministro per il Sud e per la coesione territoriale ha avanzato proposte, anche in riferimento allo scudo penale.

In un’intervista apparsa su Avvenire dello scorso 6 novembre, il Ministro Provenzano dichiarava: “La mia proposta, condivisa da altri membri del governo, in primis da Patuanelli, è una norma generale e astratta, che superi il vaglio di costituzionalità e chiarisca un principio: chi inquina paga, ma chi applica un piano ambientale non può risponderne penalmente se attua le disposizioni”; ed ancora: “Non può esistere un Sud senza industria, che dev’essere moderna, green e competitiva. E quella di Taranto è una partita fondamentale per dimostrare che si può fare”, aggiungendo a fortiori che “Il governo è stato sempre disponibile ad affrontare i problemi posti dall’azienda, ma non a parlare di esuberi. E forse proprio questo ha spinto l’azienda ad accelerare verso una decisione già valutata, con un ricorso con 37 allegati che non può esser stato elaborato in poche ore”. E sullo specifico dello scudo penale, il Ministro Provenzano ha così precisato: “È un pretesto. E non può diventare un alibi, perché il contratto resta valido. Ciò detto, in uno Stato di diritto, nessuno deve rispondere per l’adempimento di un dovere, come dice l’art. 51 del codice penale. Ma a questo punto, in campo ambientale, sarà bene chiarirlo, tanto più per comportamenti omissivi altrui e pregressi”.

NON SOLO ILVA

La crisi dell’industria che attanaglia il nostro Paese, da Nord a Sud, non risparmia nessuno: oltre ad Ilva, ci sono centinaia di vertenze aziendali che riguardano lavoratori e impianti. Sono vertenze meno note rispetto ad Ilva, ma presenti capillarmente sull’intero territorio italiano: non solo siderurgico, ma settore chimico, tessile e della gomma-plastica. Molte situazioni sono in via di risoluzione, altre sono preoccupanti a causa dell’abbandono (si fa per dire) di alcuni investitori stranieri che chiudono stabilimenti o riducono personale (si pensi alla Treofan).

Certamente l’indotto Ilva è importante, per il lavoratori – dal 1 maggio 2018 oltre 10.777, di cui 8.277 presso il polo siderurgico ionico – lavoratori che, una volta attuato il recesso di ArcelorMittal, ritorneranno ad essere a carico dell’Amministrazione straordinaria.

(prima parte; la seconda parte si può leggere qui)

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