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La guerra all’Iran sta mandando in crisi anche l’alluminio

L’Iran ha colpito due dei più grandi complessi di raffinazione dell’alluminio del Medio Oriente. L'analisi di Gianclaudio Torlizzi tratta dal suo profilo X.

Il 28 marzo l’Iran ha colpito due dei più grandi complessi di raffinazione dell’alluminio del Medio Oriente. Emirates Global Aluminium ha comunicato “danni significativi” al sito di Al Taweelah ad Abu Dhabi.

Aluminium Bahrain ha confermato che anche il proprio impianto è stato oggetto di attacco. L’entità del danno è ancora in fase di valutazione: nessuna delle due società ha fornito aggiornamenti dettagliati. Ma i numeri in gioco bastano da soli a definire la portata dell’evento.

Il sito Al Taweelah di EGA include uno smelter da 1,5 milioni di tonnellate/anno e una raffineria di allumina da 2,4 milioni di tonnellate. Alba a Bahrain aveva già annunciato il 15 marzo un taglio del 19% della capacità, circa 300 mila tonnellate/anno, a causa delle difficoltà di approvvigionamento attraverso lo Stretto di Hormuz. Ciascuno di questi impianti produce circa il 2% dell’offerta globale. Gli attacchi del fine settimana hanno quindi preso di mira il 4% della produzione mondiale, ovvero il 10% dell’offerta ex-Cina. Non è un dettaglio: è un evento che ridisegna gli equilibri del mercato.

Il rischio peggiore non è il danno fisico immediato, ma la perdita improvvisa di alimentazione elettrica. Le celle elettrolitiche dell’alluminio primario non tollerano interruzioni: senza corrente, il metallo fuso inizia a solidificarsi nel giro di ore. Rispetto a uno spegnimento controllato, le celle congelate richiedono una ricostruzione profonda dell’intera infrastruttura. I tempi di riavvio, per impianti di queste dimensioni, possono estendersi da 9 a 12 mesi o oltre. Non si parla di manutenzione straordinaria: si parla di rifacimento strutturale.

Questo scenario porta il mercato dell’alluminio su un punto di non ritorno in cui la dislocazione logistica, già bullish per spread e premi fisici, si trasforma in una distruzione prolungata di capacità produttiva. Ed è esattamente questo passaggio che rende i rischi attuali strutturalmente diversi da quelli delle settimane precedenti: gli effetti non si esauriranno con la riapertura di Hormuz. Dureranno mesi, indipendentemente dall’esito del conflitto.

Sul fronte prezzi, la regressione storica tra bilancio domanda-offerta e variazioni dei prezzi LME indica che ogni punto percentuale di contrazione dell’offerta globale si è storicamente tradotto in un incremento del 3% su base annua. Nello scenario peggiore, chiusura totale di Alba (al netto dei tagli già annunciati) e di Al Taweelah, la perdita aggiuntiva sarebbe di circa 2,8 milioni di tonnellate/anno: il 3,8% dell’offerta globale, con un impatto implicito di circa l’11% sui prezzi secondo questo framework meccanico.

Ma i mercati non si muovono su regressioni: si muovono su sentiment, posizionamento e aspettative di rischio futuro, tutti fattori che storicamente amplificano, non attenuano, i movimenti fondamentali.

Messaggio chiave: Quota 4.000 dollari per tonnellata sull’LME non è più un’ipotesi estrema. È la traiettoria naturale di un mercato in cui l’offerta viene colpita fisicamente, le alternative logistiche sono saturate e i tempi di ripristino si misurano in trimestri, non in settimane.

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