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Le mosse trumpiane del Giappone sulle terre rare sottomarine

Il Giappone ha recuperato dei sedimenti ricchi di terre rare dal fondale dell'oceano Pacifico. Il governo Takaichi punta sul deep-sea mining per emanciparsi dalla Cina e ricerca la collaborazione degli Stati Uniti di Trump. Tutti i dettagli.

Il Giappone ha annunciato di aver recuperato dei sedimenti ricchi di terre rare dal fondale dell’oceano Pacifico, a seimila metri di profondità: per fare un paragone, il monte Fuji – cioè la montagna più alta del paese – supera i 3700 metri di altitudine. La spedizione, sostenuta dalle autorità statali, risponde all’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina per questo gruppo di metalli critici, fondamentali per i settori dell’elettronica, della difesa e dell’energia.

LE TENSIONI TRA GIAPPONE E CINA: ISOLE CONTESE E TERRE RARE

Il Giappone è il secondo maggiore consumatore di terre rare al mondo, preceduto dalla Cina; quest’ultima, però, controlla l’estrazione, la raffinazione e la trasformazione di questi elementi con delle quote che vanno dal 60 all’85-90 per cento del totale globale.

Le relazioni politiche tra Tokyo e Pechino sono spesso tese, soprattutto per ragioni territoriali: i due paesi rivendicano infatti il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu. Nel 2010, come forma di ritorsione, la Cina bloccò il commercio di terre rare verso il Giappone, mandando nel panico i produttori di elettronica ma spingendo le autorità nipponiche a investire nella diversificazione delle forniture (soprattutto australiane) e nell’accumulo di scorte.

Il mese scorso la Cina ha introdotto nuove limitazioni alle esportazioni, anche di terre rare, verso il Giappone.

TAKAICHI PER IL DEEP-SEA MINING (ASSIEME A TRUMP)

Gli sforzi per la “messa in sicurezza” delle filiere critiche stanno proseguendo – anzi: è probabile che verranno intensificati – sotto il governo di Sanae Takaichi, che ha definito il prelievo di sedimenti dal fondale il “primo passo verso l’industrializzazione delle terre rare prodotte in patria”. Il campione di fondale proviene dall’atollo di Minamitorishima, a circa duemila chilometri a sud-est di Tokyo e parte della zona economica esclusiva giapponese: le risorse minerarie sono state scoperte nel 2011.

Come ricostruito dal Financial Times, Takaichi ha intenzione di proporre agli Stati Uniti di collaborare allo sviluppo del progetto Minamitorishima: ne parlerà con il presidente americano Donald Trump quando si riunirà con lui a marzo.

Una delle priorità dell’amministrazione Trump è proprio il controllo sulle filiere delle materie prime critiche e la riduzione della dipendenza dalla Cina. Per questo, il governo americano è diventato azionista di diverse compagnie minerarie, ha istituito una riserva di minerali critici per usi civili (il Project Vault) e ha proposto l’avvio di una collaborazione commerciale su questi elementi con il Giappone, l’Unione europea e altri paesi affini. Un mese fa Washington ha anche pubblicato un nuovo regolamento che dimezza le procedure autorizzative per le società intenzionate ad avviare l’estrazione di minerali dai fondali marini, il cosiddetto deep-sea mining.

PRO E CONTRO DEL DEEP-SEA MINING

Non è ancora chiaro se il deep-sea mining sia sostenibile commercialmente né se il suo impatto ambientale sia superiore o inferiore rispetto alle attività minerarie sulla terraferma, dato che le conoscenze scientifiche sugli ecosistemi abissali sono scarse.

Secondo il governo giapponese, l’estrazione mineraria sottomarina può competere con quella sulla terraferma per via della elevata concentrazione di terre rare – in particolare di quelle “pesanti” come il disprosio e il terbio, un sottogruppo sul quale la Cina esercita un controllo molto stretto – nei fondali. Inoltre, i depositi nei fondali non contengono il materiale radioattivo che solitamente è associato ai giacimenti di terre rare nei suoli vulcanici.

I TEMPI DEL PROGETTO MINAMITORISHIMA

Secondo il governo giapponese, l’estrazione di prova su larga scala da Minamitorishima (350 tonnellate di sedimenti al giorno) inizierà nei primi mesi del 2027. Gli esperti dovranno valutare i costi del prelievo del materiale, della sua disidratazione e del trasporto dei residui per la raffinazione e la separazione. Data la profondità dei depositi e la pressione estrema, il progetto si rivelerà probabilmente molto complesso dal punto di vista ingegneristico. Anche qualora le operazioni si rivelassero fattibili, per emanciparsi davvero dalla Cina il Giappone avrebbe bisogno di sviluppare capacità industriali nella raffinazione delle terre rare e nella loro trasformazione in magneti.

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