Energia

Ex Ilva, come va la trattativa Mittal-governo (e come si muovono i cinesi). Il Punto di Sabella

di

Arcelor Mittal

Fatti, indiscrezioni e scenari sul dossier ex Ilva nella conversazione di Start con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

Ieri, domenica 8 dicembre, si è diffusa la notizia che ArcelorMittal avrebbe formalizzato una proposta al governo per lasciare Taranto e la ex Ilva ad aprile 2020. Si tratterebbe di un indennizzo di circa 1 miliardo di euro per il recesso dagli accordi del settembre 2018: l’azienda verserebbe 500 milioni nelle casse dello Stato e rinuncerebbe ai 400 milioni di investimenti fatti. La notizia è stata tuttavia smentita poche ore dopo da una nota del Ministero dello Sviluppo economico retto da Stefano Patuanelli (M5s).

Ecco il punto della situazione sul dossier ex Ilva secondo Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.

A che punto è il negoziato Arcelor Mittal-governo?

Il negoziato è entrato nel vivo. E con questa tensione è normale che ci sia qualche fuga di notizie, a volte anche prive di fondamento. Al di là della smentita del Mise, mi sembra prematura una proposta del genere da parte di Mittal.

Per quali ragioni?

Fino a poche ore fa l’azienda era su una posizione molto più aggressiva: ristrutturazione e 4.700 licenziamenti. Possibile che abbia già avviato la ritirata? Ancora dal governo non vi è una controproposta, quindi che Mittal possa valutare di lasciare è ipotesi plausibile ma la notizia di questa lettera mi pare un po’ audace.

Davvero Mittal potrebbe lasciare Taranto?

Ad un anno dall’insediamento di questa grande azienda nel cuore della nostra industria siderurgica possiamo dire che le ragioni della crisi non sono imputabili soltanto al ciclo dell’acciaio. Circa 10 giorni fa si è appreso che l’azienda avrebbe allontanato l’ingegner Sergio Palmisano perché avrebbe detto ai pm di Milano che “i conti della fabbrica non andavano bene perché non si riusciva a smaltire la ghisa prodotta”.

E questo cosa c’entra con un possibile disimpegno?

L’azienda non ha mai smentito questa ricostruzione ed è questo soltanto l’ultimo elemento – che si aggiunge alla volontà di dimezzare l’organico soltanto 12 mesi dopo gli accordi – che denota qualcosa che non funziona all’interno della catena produttiva. Mittal, in sintesi, se incalzata a dovere da governo e sindacati potrebbe lasciare. Non a caso mi risulta che il governo stia lavorando su un piano B…

E in cosa consisterebbe questo piano B?

Sul tema della siderurgia, vi sono incontri riservatissimi tra emissari del governo e funzionari dell’industria cinese: non è chiaro se per conto di Jingye, che ha recentemente comprato Bristish steel, o Baosteel, per altro già presente in Italia. Mittal resta la prima opzione, ma il governo non può farsi trovare impreparato se il recesso con la multinazionale franco-indiana diviene reale. E qualche mese, da qui ad aprile appunto, potrebbe bastare per trovare un’intesa con i cinesi.

Perché i cinesi dovrebbero trovare interessante la ex Ilva?

Perché sanno di essere in grado di rilanciare il più grande stabilimento europeo della siderurgia. E poi perché nessuno più di loro è consapevole del fattore strategico che rappresentano i porti. Consideriamo in questo senso anche la recente missione di Intesa Sanpaolo in Cina e l’accordo che Cosco, colosso cinese dei trasporti via mare, ha stretto con i turchi di Yilport proprio per il terminal di Taranto. Nella città dei due mari, vi è uno degli scali più importanti d’Europa. E i cinesi lo sanno bene.

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