Skip to content

ets

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

La Commissione cambia rotta sull’Ets, ma i paesi dell’Ue restano divisi

Il 17 luglio la Commissione europea presenterà la sua proposta di revisione del meccanismo Ets. Si va verso il rinvio della fine delle quote di CO2 gratuite alle imprese: ma i paesi membri sono divisi, mentre gli energivori chiedono di sospendere interamente il sistema.

Il 17 luglio la Commissione europea dovrebbe presentare la proposta di revisione dell’Ets, il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica. Si tratta di uno dei pilastri della politica climatica dell’Unione, che dovrebbe permettere al blocco di ridurre del 90 per cento le proprie emissioni di gas serra entro il 2040, ma viene spesso criticato perché comporta dei costi aggiuntivi per le imprese.

LE DIVISIONI POLITICHE SULLA RIFORMA DELL’ETS

Modificare l’Ets, però, non è semplice perché non tutti gli stati membri dell’Unione la pensano allo stesso modo. I paesi dell’Europa centro-orientale – tra cui la Polonia e l’Ungheria, ma anche l’Italia – chiedono una riforma strutturale, perché il sistema attuale li penalizza: i loro mix energetici, infatti, si basano in larga parte sui combustibili fossili e quindi accusano particolarmente l’impatto economico del meccanismo.

Al contrario, i paesi nordici come la Finlandia e la Svezia – e pure la Spagna – si oppongono a una modifica profonda dell’Ets, ritenendola penalizzante per chi ha già investito nella decarbonizzazione e nell’innovazione manifatturiera. In sostanza, vogliono che il sistema rimanga così com’è per preservare la certezza del quadro normativo, considerata una condizione essenziale per favorire gli investimenti.

– Per approfondire: Tutti gli scontri interni all’Unione europea sul meccanismo Ets

COS’È L’ETS E A COSA SERVE, IN POCHE PAROLE

L’Ets è il sistema europeo che mette un prezzo alle emissioni di CO2 attraverso un mercato per la compravendita di quote. Ogni anno, infatti, le aziende ricevono delle quote – dei “permessi di emissione”, si potrebbe dire – che le autorizzano a emettere una certa quantità di CO2. Dato però che il numero complessivo delle quote diminuisce progressivamente nel tempo, le imprese più inquinanti dovranno acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni; le aziende più “pulite”, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate.

Lo scopo dell’Ets è rendere sconveniente l’utilizzo di combustibili fossili e favorire la diffusione di fonti e tecnologie low-carbon. L’impatto economico del meccanismo è avvertito soprattutto dalle aziende energivore (che consumano grandi quantità di energia nei loro processi) e hard-to-abate (difficili da decarbonizzare perché i loro cicli non sono facilmente elettrificabili): per questo, da tempo l’Ets viene accusato di danneggiare la competitività economica del blocco.

COSA FARÀ LA COMMISSIONE EUROPEA SULL’ETS…

La Commissione europea, pur essendo guidata sempre da Ursula von der Leyen, ha da tempo avviato un processo di “alleggerimento” dell’impianto normativo green introdotto negli anni scorsi. Sull’Ets, Bruxelles vorrebbe ora rinviare la fine dell’assegnazione gratuita delle quote di emissione alle imprese: la distribuzione di questi permessi sarebbe dovuta terminare negli anni 2030, ma pare che proseguirà anche nel decennio successivo.

Un aggiustamento del genere favorirebbe le aziende che finora hanno faticato di più con la decarbonizzazione, ma penalizzerebbe le società che hanno già investito somme miliardarie nella ristrutturazione dei loro processi produttivi.

… E COSA CHIEDE IN CAMBIO AGLI STATI MEMBRI

In cambio di questa concessione, la Commissione vuole dagli stati membri più trasparenza sull’utilizzo dei soldi raccolti con le aste delle quote Ets. E, soprattutto, vuole che questi soldi vengano effettivamente spesi per promuovere la decarbonizzazione industriale e l’adozione di tecnologie pulite, anziché per altri scopi (come finanziare la costruzione di infrastrutture, ad esempio, o sostenere il bilancio pubblico).

Le stime della Commissione dicono che attualmente meno del 5 per cento dei fondi raccolti con le aste dell’Ets vengono spesi per sostenere le imprese nella riduzione delle loro emissioni, in media. Uno studio del think tank Ecco ha fatto notare come l’Italia abbia speso solo il 9 per cento delle entrate generate dalll’Ets tra il 2012 e il 2024 per politiche legate alla transizione energetica.

LE PROTESTE DEGLI ENERGIVORI

Il mese scorso quattro grandi società energivore – i produttori siderurgici ArcelorMittal, Thyssenkrupp e Voestalpine, più la compagnia chimica Basf – hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per chiedere la sospensione dell’Ets.

La loro posizione è che il meccanismo è dannoso per la competitività europea perché fa crescere i costi per le imprese – aggiungendovi quelli della CO2, che ha un prezzo di circa 75 euro alla tonnellata – in un contesto già difficile, caratterizzato da prezzi elevati dell’energia rispetto ad altre del mondo e da vari oneri normativi. Lo svantaggio europeo è aggravato dal fatto che nessun altro paese si è dotato di politiche climatiche altrettanto rigorose, né la Cina ma nemmeno un partner come gli Stati Uniti.

Alle aziende firmatarie della lettera, comunque, sono state assegnate molte quote gratuite di emissione. Secondo Carbon Market Watch, nel 2023 ArcelorMittal ha ottenuto 3,8 miliardi di euro tramite le cosiddette free allowances, mentre Thyssenkrupp 1,8 miliardi e Voestalpine 795 milioni. Ma eliminare la CO2 dal ciclo produttivo dell’acciaio è tecnicamente difficile e parecchio costoso.

Torna su