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Vi dico gli interessi economici che celano la guerra di Erdogan ai curdi

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Perché Erdogan attacca i curdi? Ecco i motivi secondo Federico Donelli, docente di History and Politics of the Middle East all’Università di Genova e di Comparative Foreign Politics alla Şehir University di Istanbul ed esperto di storia e relazioni internazionali del Medio Oriente. Il suo ultimo libro “Sovranismo islamico. Erdoğan e il ritorno della Grande Turchia” è in uscita per Luiss University Press.

Un elemento di pressione interna nei confronti del governo Erdoğan è dato dalla presenza in Turchia di quasi tre milioni e mezzo di rifugiati siriani. La gestione di tale flusso ha consentito al Presidente turco di sfruttare una importante leva di contrattazione nei confronti dell’Unione Europea e allo stesso tempo ostentare l’approccio umanitario del paese soprattutto agli occhi della comunità musulmana mondiale. Tuttavia, la questione rifugiati ha assunto una maggiore rilevanza di politica interna negli ultimi mesi.

Infatti, a determinare il malessere nei confronti dell’AKP è stata proprio la gestione dei siriani nei grandi centri urbani e nelle aree di confine dove da alcuni anni sono emersi molteplici problemi di natura socio-economica che hanno interessato soprattutto le classi turche più deboli, da sempre componente essenziale dell’elettorato di Erdoğan. Il progetto turco di reinsediamento dei rifugiati nelle aree conquistate ai curdi risulta non privo di profonde contraddizioni ed effetti deleteri a medio-lungo termine in rapporto agli equilibri demografici della zona.

Dietro alla scelta di avviare una nuova operazione militare in territorio siriano vi sono anche moltissimi interessi economici.

In particolare due settori, quello edilizio e quello di difesa, hanno un peso specifico significativo nelle recenti scelte dell’esecutivo.

Il primo è un settore fondamentale dell’economia turca nonché del sistema clientelare gestito dall’esecutivo che sta risentendo della crisi degli ultimi mesi e troverebbe in una Siria devastata da quasi dieci anni di guerra nuove opportunità per commesse multimilionarie. Il secondo, invece, si lega alla trasformazione del settore avviata a partire dal 2011 e finalizzata a far assumere alla Turchia un ruolo di rilievo nel mercato in quanto produttore ed esportatore di hardware militare.

Per i motivi già accennati, in particolare il forte patriottismo e il diffuso atteggiamento sprezzante nei confronti delle rivendicazioni curde, l’attacco della Turchia incontra i favori tanto del pubblico turco pro-AKP/Erdoğan quanto di molti di coloro che non si rivedono nella ‘nuova’ Turchia del Presidente.

Dunque la guerra, nella fattispecie la guerra alla minaccia curda, è la migliore delle carte possibili per Erdoğan per tentare di ricompattare un paese fortemente polarizzato.

A farne le spese sono i curdi che tanto la narrazione turca quanto le contro narrazioni occidentali tendono, troppo spesso, a rappresentare come un blocco monolitico accentuando un approccio miope alla questione e, conseguentemente, allontanando qualsiasi soluzione di compromesso tra le parti.

A ciò, si aggiunge l’immobilismo della comunità internazionale, di tutto l’Occidente e in particolare dell’Unione Europa, testimone omertoso di fronte ad una tragedia umanitaria annunciata che rischia di assumere i connotati del massacro e che peserà come un macigno sul giudizio della storia.

(estratto da Open Luiss; qui la versione integrale)

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