Energia

Eni, come finirà tra Cipro e Turchia

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Eni

L’analisi di Fabio Caffio, ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto marittimo per Affarinternazionali, sulla posizione di Eni nella Zona economica esclusiva del Mar di Levante

La Repubblica di Venezia aveva imparato, nei secoli passati, a convivere con la Sublime Porta ottomana alternando il dominio del mare con le intese commerciali. L’antico equilibrio è venuto meno da quando, a confrontarsi sul mare, non sono più due imperi ma un minaccioso Golia turco e un tranquillo Davide cipriota.

Apparentemente le forze sono sbilanciate, se non fosse che dietro Cipro ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Grecia ed Ue. In mezzo ai due contendenti sta l’Eni che cerca di sdrammatizzare la situazione in sintonia con l’Italia, che, pur mantenendo fermo il punto sulla difesa dell’integrità degli assetti della società, ha tutto l’interesse, a differenza di altri partner europei, a che si riduca la tensione turco-cipriota.

LE AMBIGUITÀ DEL DIRITTO DEL MARE

Decine di note diplomatiche di protesta, scambiate tra Ankara e Nicosia per affermare i reciproci diritti sulla Zona economica esclusiva (Zee) del Mar di Levante, affollano i siti web dei due Paesi all’interno del portale delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

A leggere le apodittiche dichiarazioni unilaterali si ha l’impressione di un dialogo tra sordi cui si è  associata la Grecia, allineandosi sulla posizione di Cipro, la quale ha già delimitato la sua Zee con l’Egitto nel 2003: la Turchia è stata così confinata in una ristretta area vicino alle coste anatoliche, a dispetto della pretesa di avere diritto ad una vasta Zee confinante con quella egiziana.

La Grecia ipotizza di spartirsi con Cipro la Zee dell’Egeo sulla base del principio che le isole, qualunque sia la loro superficie (compresa anche la piccola Castelrosso attaccata alla Turchia), hanno pieno diritto a propri spazi marittimi.

Inutile dire che la Convenzione del diritto del mare non fornisce indicazioni sul metodo da seguire nelle delimitazioni, limitandosi a prescrivere che il risultato debba essere equitativo ed indicando i metodi per la risoluzione delle controversie sulle frontiere marittime.

L’APPROCCIO DEI FATTI COMPIUTI

Quello dei fatti compiuti continua ad essere l’unico approccio seguito dai contendenti: Nicosia non ha remore nel dare concessioni offshore in aree disputate come il Block  7, attribuito a Eni e a Total, nonostante esso ricada in parte nella Zee pretesa dalla Turchia.

Allo stesso modo, Ankara invia navi di ricerca nella parte nord della Zee cipriota, rivendicata come propria, e nella parte sud, su cui sostiene che l’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn) abbia titolo a percepire parte delle royalties cipriote.

Ed un fatto compiuto può ritenersi, ragionando per assurdo, anche il sostegno pieno che l’Ue attribuisce ai diritti affermati da Cipro sulla sua Zee, quando invece è ben noto che l’Unione non ha competenze in materia di delimitazioni marittime e non può, quindi, intervenire in questioni su cui sono sovrani gli Stati.

L’APPROCCIO ITALIANO

Esemplare la posizione dell’Eni che, pur avendo subito lo scorso anno l’affronto della Saipem 12000, ha abbassato i toni, dichiarando che “se qualcuno si presenta con le navi da guerra io non faccio i pozzi. Non sono io che mi devo preoccupare. Non voglio certo fare scoppiare delle guerre per fare dei pozzi.”.

Qualche giorno prima il nostro Ministero degli Esteri era stato più assertivo nell’affermare che “l’Italia è preoccupata per le operazioni illegali condotte dalla nave turca Yavutz nella Zona economica esclusiva di Cipro a sud dell’isola. Ribadiamo la nostra richiesta di rispettare i diritti sovrani di Cipro e di astenersi da azioni illegali nell’area”. Salvo precisare che il nostro Paese, d’intesa con l’Ue, ha scelto un atteggiamento fermo ma reversibile, auspicando che “la Turchia voglia tornare al più presto a un atteggiamento più costruttivo” .

NECESSITÀ DI SOLUZIONI COSTRUTTIVE

La minaccia di uso della forza, non è certo, da parte turca, una soluzione al passo con i tempi e con lo sviluppo del diritto internazionale. Essa legittima comunque l’invio di navi da guerra a protezione degli interessi di bandiera, ad opera di Francia ed Italia, quale misura preventiva commisurata alle circostanze.

In realtà, la Turchia adopera anche toni più sfumati, in una delle tante note verbali di protesta, quando dice che la propria pretesa a una mediana con l’Egitto tiene conto “dei risultati di un futuro accordo di delimitazione, nell’Egeo e nel Mediterraneo, tra tutti gli Stati rilevanti”.

Al riguardo, va sottolineato che, anche se la risposta greca e cipriota a tale dichiarazione è improntata a chiusura totale, la soluzione di un accordo multilaterale di delimitazione è quella che  risponde maggiormente alle esigenze di dialogo tra i Paesi mediterranei; Italia compresa, per quel che concerne le nostre relazioni marittime con Tunisia, Malta, Libia e Grecia.

Un altro spiraglio potrebbe aprirsi se Nicosia depositasse in un fondo sovrano parte dei proventi delle royalties da destinare alla popolazione della Rtcn.

Alla fine, la posizione migliore appare quella dell’Eni che, sulla questione dell’offshore cipriota, è certa che “ci sarà un dialogo”, a significare che la soluzione politica del caso può passare anche dalla condivisione con la Turchia dei vantaggi derivanti dai giacimenti di gas del Mar di Levante.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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