Energia

Ecco quanto Iran e Venezuela faranno schizzare il petrolio

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L’articolo di Alison Sider e Julie Wernau del Wall Street Journal

Le nuove sanzioni statunitensi sulla produzione petrolifera del Venezuela rischiano di causare un’ulteriore riduzione dell’offerta globale, ancor più di quelle contro l’Iran, dando così un ulteriore impulso all’aumento dei prezzi del greggio.

Da gennaio il Wti è salito di oltre il 19% a 72,13 dollari al barile, trainato in larga misura dai tagli dell’Opec e dalle interruzioni negli approvvigionamenti. Questi aspetti, uniti alla crescente domanda globale, hanno ridotto l’eccesso di offerta, che aveva trascinato i prezzi sotto i 30 dollari al barile nel 2016.

La decisione dell’amministrazione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano e di ripristinare le sanzioni ha però alimentato i timori che la produzione petrolifera globale possa scendere ulteriormente. E adesso il Venezuela potrebbe essere un rischio maggiore e più immediato per la fornitura di petrolio.

Lunedì 21 Washington ha annunciato nuove sanzioni, in seguito alla condanna della farsa che domenica ha condotto alla rielezione del presidente Nicolás Maduro. Secondo gli analisti, la produzione nel Paese sudamericano potrebbe scendere drasticamente. L’impatto della situazione venezuelana sul mercato petrolifero è molto più significativo rispetto all’Iran, ha detto Christyan Malek di JPMorgan. Le sanzioni creano infatti pressioni sui raffinatori, costringendoli ad andare alla ricerca di nuovi giacimenti di greggio.

Il declino del Venezuela ha anche inavvertitamente rafforzato gli sforzi dell’Opec. Il Venezuela produce circa 550 mila barili al giorno in meno rispetto al tetto che è stato fissato nell’accordo. «La caduta libera del Venezuela ha già portato fuori controllo le quote indicate a Vienna» ha scritto la scorsa settimana l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) in un report mensile.

Molti analisti prevedono che la produzione venezuelana continuerà a scendere. Secondo il capo economista di Gunvor Group, con l’estensione delle sanzioni ci sarà una riduzione di altri 500 mila barili al giorno, spingendo la produzione venezuelana sotto il milione di barili al giorno entro la fine del 2018. Gli specialisti di ClearView Energy Partners ritengono però che questi timori possano essere esagerati.

L’amministrazione Trump ha infatti evitato di introdurre misure che avrebbero avuto un impatto più diretto sulle vendite petrolifere del Venezuela, forse nel tentativo di scongiurare che i prezzi del petrolio aumentassero con l’inizio della stagione estiva. In sintesi l’effetto sul Venezuela potrebbe essere solo indiretto, ha ipotizzato ClearView. Ma altri esperti di settore, compresi quelli di Gunvor Group, credono che la maggiore minaccia sia il Venezuela, e non l’Iran. Infatti non prevedono «alcun cambiamento» delle esportazioni di petrolio della Repubblica Islamica, che probabilmente aggirerà le sanzioni economiche degli Stati Uniti esportando più barili in Paesi come la Turchia e l’India. Le sanzioni iraniane saranno probabilmente più lente e più incerte in termini di impatto sul mercato petrolifero rispetto ai tagli del Venezuela.

I Paesi hanno 180 giorni per dimostrare che stanno rallentando le importazioni petrolifere dall’Iran, pena l’accesso limitato alle istituzioni finanziarie statunitensi; è improbabile che alcuni dei più grandi clienti di Teheran si adegueranno. Le precedenti sanzioni hanno ridotto il flusso del petrolio iraniano di un milione di barili al giorno, ma questa volta probabilmente la cooperazione internazionale sarà minore.

L’Unione europea sta ancora tentando di salvare l’accordo, anche se alcuni importanti produttori, come Total , hanno annunciato l’intenzione di lasciare il Paese qualora non ottengano deroghe. La Cina, il più grande acquirente di greggio iraniano, continua a sostenere l’accordo nucleare e storicamente non ha rispettato le restrizioni statunitensi in materia. Per gli analisti di Citigroup, l’interruzione della produzione iraniana potrebbe essere di 200 mila barili al giorno superiore rispetto alle previsioni. La banca d’affari ha recentemente alzato le stime sul prezzo del petrolio per quest’anno di 10 dollari al barile, e ora si aspetta una media di 75 dollari al barile, a causa dell’impatto combinato di Venezuela e Iran.

Gli analisti concordano sul fatto che le difficoltà nell’industria petrolifera venezuelana, la principale fonte di riserve estere del Paese, aggraveranno la crisi economica nel Paese. L’ampliamento delle sanzioni ostacola la capacità di cedere asset esteri e proibisce agli americani di acquistare qualsiasi tipologia di debito nei confronti del Venezuela. Il che include i conti attivi (o i debiti contratti dalla vendita di petrolio) presso la compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela.

Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, la produzione petrolifera venezuelana è calata del 23% circa nel corso del 2017. E il crollo sta prendendo velocità. Quest’anno la produzione di greggio venezuelano è diminuita di ulteriori 200 mila barili al giorno, per attestarsi a 1,42 milioni di barili al giorno, un minimo di 15 anni e un’impressionante ribaltamento della sorte per un Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. A peggiorare le cose, il colosso petrolifero statunitense ConocoPhillips ha recentemente ottenuto un’ordinanza della Corte relativa all’isola olandese di Curaçao, che autorizza la controllata locale a sequestrare beni detenuti in loco dalla società Pdvsa.

La confisca di asset nell’area, un importante punto di partenza per il greggio venezuelano, potrebbero aver già influenzato la capacità di Pdvsa di esportare in Asia, secondo Alejandro Arreaza di Barclays. I dati dei prossimi mesi mostreranno l’impatto. «Si pensava che il declino della produzione si sarebbe stabilizzato, ma le cose sono andate diversamente a causa delle sanzioni», ha dichiarato Carsten Fritsch, analista di Commerzbank.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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