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Ecco come il blocco di Hormuz sta aggravando la crisi di petrolio e jet fuel

Il mercato sta dicendo una cosa molto precisa: il problema non è il prezzo del petrolio. È il tempo necessario per averlo. E quando il tempo diventa scarso, il sistema smette di funzionare per ottimizzazione e inizia a funzionare per sopravvivenza. L'analisi di Gianclaudio Torlizzi tratta dal suo profilo X

Il tempo è diventato la variabile chiave. L’ultimo carico partito prima della crisi ha lasciato Hormuz il 28 febbraio e arriverà a destinazione intorno al 20 aprile. Da quel momento, i barili “pre-shock” saranno completamente assorbiti dalla catena globale. È lì che finisce l’inerzia e inizia la realtà.

E la realtà è che il sistema ha retto finora non perché i flussi siano tornati, ma perché ha bruciato i propri cuscinetti. Circa 250 milioni di barili sono stati drenati da scorte pubbliche e private tra marzo e i primi dieci giorni di aprile. Non è aggiustamento. È consumo di emergenza.

Il dato più controintuitivo è altrove: i tagli alle raffinerie sono stati modesti. Fuori dal Medio Oriente parliamo di circa 2 mbd, con l’Asia che assorbe quasi tutto l’aggiustamento, Cina ~1 mbd, Giappone 0,4 mbd, il resto frammentato. Troppo poco rispetto ai 13 mbd mancanti dal Golfo. Il gap è stato colmato con scorte e distruzione forzata della domanda, non con un riequilibrio industriale ordinato.

Questo spiega perché il sistema ora entra nella fase più pericolosa. Se i tagli salissero a 3 mbd ad aprile e fino a 8 mbd a maggio, le scorte commerciali OCSE potrebbero reggere fino a fine maggio. Altrimenti, si rischia di toccare i minimi operativi già a inizio mese. A quel punto il mercato smette di assorbire lo shock: lo trasferisce.

La geografia del contagio è già visibile. L’Asia, dipendente per circa l’80% dal Golfo, è la prima linea: consegne quasi azzerate dal 1° aprile, prezzi dei carburanti fuori controllo, razionamenti diffusi. Filippine in emergenza energetica, Indonesia e Vietnam in work-from-home forzato, Thailandia che spegne la pesca per costi del fuel +250%. L’India protegge le famiglie bloccando il GPL commerciale. Il Giappone riduce trasporti pubblici.

L’Africa segue, con consegne in esaurimento dal 10 aprile e misure di emergenza che vanno dalla diluizione dei carburanti al razionamento elettrico. L’Europa è subito dietro: jet fuel razionato in Italia, ultime consegne tra il 7 e l’11 aprile, e un countdown di tre settimane prima di una crisi diffusa negli aeroporti. Gli Stati Uniti, come spesso accade, sono ultimi nella trasmissione dello shock: le consegne si fermano intorno al 15 aprile. Ma non sono immuni, solo in ritardo.

Il segnale più pulito arriva dal prezzo. Il Dated Brent, cioè il fisico, il barile che serve oggi, ha toccato i 144 dollari il 7 aprile mentre il future di giugno i 109 lo stesso giorno. Uno spread fuori scala rispetto alla norma storica di 1-2 dollari. Non è volatilità. È dislocazione.

Il mercato sta dicendo una cosa molto precisa: il problema non è il prezzo del petrolio. È il tempo necessario per averlo. E quando il tempo diventa scarso, il sistema smette di funzionare per ottimizzazione e inizia a funzionare per sopravvivenza.

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