Energia

Ecco come Eni schiverà le grane Iran e Libia

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Con lo stop alle esenzioni all’import di petrolio dall’Iran l’impatto dovrebbe essere “neutro o quasi” per l’Italia. L’Eni si muove sempre più negli Emirati Arabi, in Oman e in Bahrein.

Il presidente americano Donald Trump ha deciso di dire basta alle esenzioni sull’export di petrolio iraniano. Alla scadenza, prevista per il 2 maggio, non verranno rinnovate chiudendo completamente le porte di Teheran a qualsiasi esportazione di greggio verso l’estero.

ANCHE L’ITALIA INTERESSATA ALLO STOP

Il presidente Usa ha spiegato che la decisione “mira ad azzerare l’export di petrolio iraniano, negando al regime la sua principale fonte di entrate”. Tre degli otto Paesi esentati avevano già cominciato a ridurre la loro importazione di petrolio dall’Iran: Italia, Grecia e Taiwan. Gli altri cinque sono Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud.

IERI SERA COLLOQUIO TELEFONICO TRUMP-CONTE

Anche il segretario di Stato Mike Pompeo ha ribadito che non ci saranno nuove proroghe e che l’amministrazione sta già discutendo con i paesi coinvolti per aiutarli a rinunciare alle importazioni da Teheran. Nella serata di ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato di aver parlato al telefono con il premier italiano Giuseppe Conte. Palazzo Chigi ha confermato la circostanza, senza precisare tuttavia se il colloquio abbia riguardato anche la questione iraniana.

ENI NON PIÙ PRESENTE NEL PAESE

Il Corriere della Sera ha riportato la posizione di Eni sulla questione: il Cane a sei zampe ha spiegato di non essere presente in Iran e che “non ha effettuato importazioni di greggio durante il periodo oggetto dell’esenzione”. Per quanto è noto, aggiunge La Stampa, “non risulta che altre aziende petrolifere del nostro paese abbiano compiuto o stiano ancora compiendo operazioni nella Repubblica islamica. Lo stesso discorso vale per la Grecia e Taiwan ma non per gli altri”.

DECISIONE USA CRITICATA ASPRAMENTE DALLA CINA

Degli otto paesi oggetto della deroga Cina, India, Turchia, Giappone e Sud Corea, invece, hanno continuato a rifornirsi. E, se continueranno a farlo andranno incontro a sanzioni economiche. Malgrado la Casa Bianca abbia rassicurato i mercati petroliferi che il mancato apporto iraniano verrà compensato dagli impegni di Usa, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, la decisione americana è stata infatti criticata duramente dalla Cina che ha detto di opporsi “alle sanzioni unilaterali e alla giurisdizione ad ampio raggio” messa in campo da Washington.

IMPATTO “NEUTRO O QUASI PER L’ITALIA”

L’impatto dovrebbe essere “neutro o quasi” per l’Italia, ha scritto Mf/Milano Finanza: “Secondo i dati del rapporto 2018 dell’Unione petrolifera, lo scorso anno le importazioni italiane dall’Iran si sono attestate a 9,3 milioni di tonnellate, superando quelle dall’Iraq. Ma, essendo ben chiaro il concetto di esenzione temporanea, le principali raffinerie del paese si sono organizzate per tempo diversificando le fonti di approvvigionamento e trovarsi pronte allo stop definitivo. A gennaio, per esempio, stando agli ultimi dati, le importazioni di greggio dall’Iran sono state pari a zero. Anche l’Eni, che come tutti i gruppo petroliferi occidentali deve informare periodicamente la Sec dei suoi rapporti con l’Iran, nell’ultimo rapporto ha messo in chiaro di aver chiuso tutti i canali d’affari con la Repubblica islamica e che già nel 2017 sono stati azzerati i crediti per il recupero di investimenti pregressi, pari a 264 milioni di euro”.

RISCHIO FIAMMATA PER I PREZZI DEL PETROLIO

Naturalmente la situazione può portare al rischio di un aumento dei prezzo del greggio, come ha chiarito il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli a La Stampa: “Il barile di Brent che fa da riferimento in Europa, può salire fino a 80-85 euro. All’offerta globale mancano o stanno venendo a mancare, contemporaneamente, l’Iran, la Libia, il Venezuela e in parte anche la Nigeria. Se non ci fosse l’apporto dello Shale oil americano, saremmo già a 200 dollari”.

C’È ANCHE LA LIBIA. ED ENI GUARDA AL MEDIO ORIENTE PER RIEQUILIBRARE IL SUO PORTAFOGLI

Queste prospettive, a cui si aggiungono le questioni libiche, danno corpo allo spostamento degli interessi di Eni sempre più verso il Medio Oriente. Malgrado la situazione in Nordafrica sia ancora bloccata su posizioni contrastanti tra il generale Khalifa Haftar e Fayez al Sarraj, i giacimenti del paese stanno continuando a produrre gas e petrolio. Ma una maggiore sicurezza nelle forniture per l’azienda italiana potrebbe arrivare dalla zona del Golfo Persico, geopoliticamente più stabile.

COME SI MUOVE L’ENI NEGLI EMIRATI ARABI UNITI E NON SOLO

Lo testimoniano le ultime operazioni del Cane a sei zampe nel giro di poco meno di un anno, con un’accelerazione negli ultimi tempi: negli Emirati Arabi Uniti il gruppo guidato dall’ad, Claudio Descalzi, ha siglato diverse intese a metà gennaio, assicurandosi due concessioni con i thailandesi di Pttep e l’acquisizione del 20% di Adnoc Refining, il colosso statale degli Emirati, che consentirà al gruppo di aumentare del 35% la sua capacità di raffinazione.

Nell’Emirato di Sharjah, Eni ha acquisito i diritti esplorativi di alcune aree onshore, in Bahrain l’azienda ha firmato un memorandum per esplorare un’area offshore mentre in Oman l’azienda ha siglato un contratto con Ooecp e lavorerà con Bp su un altro blocco. Da non dimenticare, infine, che gli Emirati, con Egitto e Russia, appoggiano in Libia il generale Haftar, numero uno in Cirenaica, in competizione con il governo tripolino voluto dall’Onu e presieduto dal premier Al-Serraj, ma ben poco stabile e accettato da tutto il Paese.

L’ANALISI DELLE MOSSE DI ENI NEGLI EMIRATI, IN OMAN E BAHREIN

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